La me­du­sa? Èun EMOJI!

tra­sfor­ma­re il MAR­CHIO in un’im­ma­gi­ne di­gi­ta­le è l’ul­ti­ma sfi­da del­la Mai­son. Per­ché la mo­da non può per­met­ter­si di es­se­re bu­ro­cra­ti­ca. Co­sì, ai GIO­VA­NI con cui la­vo­ra, la sti­li­sta ha chie­sto: “Fa­te­mi ve­de­re la mia sto­ria con i vostri oc­chi”

Amica - - PORTFOLIO - Te­sto Mat­teo Per­si­va­le Still-li­fe Paolo Bar­bi Sty­ling Va­nes­sa Giu­di­ci

«HAI VI­STO? Non so quel­lo

che di­co, ma al­me­no ho par­la­to tanto», scher­za alla fi­ne dell’in­ter­vi­sta Do­na­tel­la Ver­sa­ce. È un pa­ra­dos­so che una don­na sin­ce­ra, di­ret­ta e dal­la bat­tu­ta pron­ta co­me lei sof­fra di una sin­go­la­re for­ma di ti­mi­dez­za: non pen­sa di es­se­re “bra­va” a par­la­re di sé. Per chiu­de­re su­bi­to la que­stio­ne e di­mo­stra­re che Do­na­tel­la è un sog­get­to straor­di­na­ria­men­te in­te­res­san­te, ecco il vir­go­let­ta­to, in­te­gra­le, del­la ri­spo­sta alla do­man­da su quan­ta im­por­tan­za ab­bia avu­to per lei la cam­pa­gna #MeToo con­tro le mo­le­stie e per i di­rit­ti del­le don­ne. «Le don­ne, nel 2017, so­no sta­te pro­ta­go­ni­ste e con­ti­nue­ran­no a es­ser­lo an­che nel 2018. Que­sta cam­pa­gna è ec­ce­zio­na­le: era davvero dif­fi­ci­le co­min­cia­re e, poi, far­la di­ven­ta­re un ca­so di mas­sa, ma le don­ne han­no ca­pi­to il po­te­re di ave­re una vo­ce. Non è una com­pe­ti­zio­ne tra ge­ne­ri, il fem­mi­ni­smo non lo è mai sta­to. È l’af­fer­ma­zio­ne di un prin­ci­pio. Li­ber­tà, di­gni­tà. Ugua­glian­za. Ri­spet­to. La lo­ro for­za è in­cre­di­bi­le: gra­zie al lo­ro co­rag­gio, so­no an­co­ra più or­go­glio­sa di es­se­re don­na. La sto­ria ri­cor­de­rà que­sti me­si, ma do­vre­mo an­che ri­cor­da­re che all’ini­zio c’era chi du­bi­ta­va. Og­gi la cre­di­bi­li­tà è sta­ta con­qui­sta­ta, #MeToo ha se­gna­to una svol­ta. Non ab­bia­mo più pau­ra. Di nien­te. E tut­to il mon­do ades­so ci ascol­ta».

Per que­sto pri­ma di­ce­va che, in un cer­to sen­so, non vo­le­va che il 2017 fi­nis­se?

Sì, ri­den­do pen­sa­vo: 2017, per­ché fi­ni­sci, non puoi du­ra­re an­co­ra un po’? È sta­to un an­no ec­ce­zio­na­le per il la­vo­ro, per l’azien­da, ma an­che un an­no con tan­tis­si­me emo­zio­ni for­ti. Per ri­cor­da­re Gianni, nel ven­te­si­mo an­ni­ver­sa­rio del­la scom­par­sa, ho do­vu­to fa­re co­se che ave­vo sempre evi­ta­to. Nei 20 an­ni che ho vis­su­to sen­za di lui ho sof­fer­to mol­to e, per non pro­va­re an­co­ra più do­lo­re, ho na­sco­sto emo­zio­ni, ho con­ser­va­to i ri­cor­di, ma c’era­no trop­pe co­se che non vo­le­vo ri­vi­ve­re. In­ve­ce, nel 2017, ho for­za­to me stessa a guar­da­re in­die­tro.

Co­me si è sen­ti­ta?

Ho ca­pi­to che quel­lo che ave­vo pen­sa­to co­me un omag­gio - a Gianni, alla sua vi­ta e alla sua car­rie­ra straor­di­na­ria - si è ri­ve­la­to una con-

so­la­zio­ne. Ave­vo il ter­ro­re che non si riu­scis­se a rac­con­ta­re, in una sfi­la­ta, il suo ge­nio. Che co­sa le man­ca, nel­la mo­da, sen­za Gianni? La sua crea­ti­vi­tà in­com­men­su­ra­bi­le. Più pas­sa il tem­po, più ve­do Gianni co­me una fi­gu­ra che ap­par­tie­ne alla mo­da ma an­che all’ar­te con­tem­po­ra­nea. Qual era il suo se­gre­to, al di là del talento uni­co? Gianni non pen­sa­va al con­su­ma­to­re, pen­sa­va alla mo­da. E se lui fos­se al la­vo­ro og­gi? Sa­reb­be uno sti­li­sta di­ver­so. Vent’an­ni fa c’era­no Gianni e po­chi al­tri. Ades­so c’è un’offerta enor­me. For­se troppa, pro­ba­bil­men­te. Lei è di­ven­ta­ta, suo mal­gra­do, una spe­cie di ce­le­bri­ty sui so­cial me­dia. Suo fra­tel­lo co­me avreb­be af­fron­ta­to il mon­do di­gi­ta­le che, al mo­men­to del­la sua scom­par­sa, era davvero nel­la pri­mis­si­ma in­fan­zia? Oh, so­no cer­ta - cer­tis­si­ma - che Gianni con il di­gi­ta­le si sa­reb­be di­ver­ti­to. Avreb­be pre­so i so­cial e li avreb­be fatti suoi. Lui ave­va un mo­do di­ver­so di fa­re qua­lun­que co­sa. Guar­da­va avan­ti, sempre. Pri­ma la mo­da era per po­chi elet­ti, ades­so è po­po­la­re in tut­to mon­do, an­che tra chi non la ac­qui­sta. È un’evo­lu­zio­ne de­mo­cra­ti­ca che a lui sa­reb­be pia­ciu­ta mol­to. Che co­sa, og­gi, non gli sa­reb­be pia­ciu­to? Sen­tir­si di­re da qual­cu­no che co­sa do­ve­va fa­re, che co­sa do­ve­va ven- de­re nei ne­go­zi. Al­tro che mer­chan­di­sing, Gianni era un vul­ca­no, dif­fi­ci­le da te­ne­re sot­to con­trol­lo! Lei co­me vi­ve la ten­sio­ne tra esi­gen­ze com­mer­cia­li e crea­ti­vi­tà? Da noi la crea­ti­vi­tà ha avu­to sempre spa­zio. La mo­da non può per­met­ter­si di es­se­re bu­ro­cra­ti­ca: con un po’ di oc­chio cli­ni­co ca­pi­sco, quan­do guar­do le al­tre col­le­zio­ni, che co­sa so­no co­stret­ti a fa­re certi sti­li­sti, che co­sa gli han­no chie­sto di rea­liz­za­re. Alessandro Mi­che­le - che mi pia­ce tan­tis­si­mo - da Guc­ci è li­be­ro, lo ve­di. Al­tri un po’ me­no. Tra i col­le­ghi chi le pia­ce? Ma­ria Gra­zia Chiu­ri è bra­va, an­co­ra di più ades­so, per­ché la­vo­ra­re da Dior è dif­fi­ci­lis­si­mo. In un’in­ter­vi­sta al Cor­rie­re del­la Se­ra di qual­che an­no fa, lei non si fe­ce pro­ble­mi a di­re che la gran­de di­stri­bu­zio­ne rea­liz­za in Asia co­pie de­gli

abi­ti del­le pas­se­rel­le e li ven­de po­co do­po nei ne­go­zi a prez­zi bas­sis­si­mi. Og­gi è cam­bia­to qual­co­sa? La mo­da dei pron­ti­sti co­me Za­ra - che, do­po­tut­to, è un pron­ti­sta - pro­du­ce fat­tu­ra­ti. È un fe­no­me­no che non sta sce­man­do, an­zi: chi ha for­te iden­ti­tà nel­la mo­da è fa­ci­le da co­pia­re. E fa­re cau­sa a chi co­pia è qua­si im­pos­si­bi­le. Ci si met­te un at­ti­mo, per esem­pio, a re­pli­ca­re le no­stre stam­pe. Si cam­bia­no due co­set­te e ci si sal­va da una cau­sa! Cer­to i so­cial me­dia aiu­ta­no mol­to le co­pia­tu­re… Ma c’è un “ma”: è stra­no per me ve­de­re il gran­de se­gui­to di gio­va­ni che ho su In­sta­gram. E pen­so che suc­ce­da per­ché Ver­sa­ce ha una sto­ria ve­ra da rac­con­ta­re e lo­ro, i ra­gaz­zi, lo per­ce­pi­sco­no. Le no­stre stam­pe so­no un se­gno ri­co­no­sci­bi­le, ma l’he­ri­ta­ge de­vi sa­per­lo usa­re. Che cos’è la ve­ri­tà nel­la mo­da? Es­se­re sempre se stes­se. Alessandro Mi­che­le non sta a ca­sa sua con la tu­ta, la ca­not­tie­ra, a fa­re zap­ping da­van­ti alla par­ti­ta. E nean­ch’io: io mi ve­sto co­sì, so­no co­sì, il mio gu­sto è quel­lo. Ecco, io cre­do che la ve­ri­tà ven­ga ca­pi­ta dai gio­va­ni. Il suo stu­dio è pie­no di ra­gaz­zi. Tan­ti so­no in­gle­si, per­ché lì ci so­no al­cu­ne del­le scuo­le mi­glio­ri. Mi aiu­ta­no, io cer­co sempre di cap­ta­re nuo­vi sti­mo­li. Mi è par­sa bel­lis­si­ma, ad esem­pio, l’ini­zia­ti­va di Su­pre­me: un’app, un cer­to gior­no ar­ri­va­no le no­vi­tà, ri­ce­vi un alert e puoi com­prar­le. Ecco, que­sto è un pro­ces­so de­mo­cra­ti­co, an­che se a qual­cu­no può non pia­ce­re. Le sfi­la­te han­no an­co­ra sen­so in que­sto mon­do nuo­vo? La sfi­la­ta è im­por­tan­te, ma non fon­da­men­ta­le. Fon­da­men­ta­le è crea­re un’im­ma­gi­ne che va ol­tre, da mettere sui so­cial me­dia. Fac­cio un esem­pio: per la nuo­va cam­pa­gna ho chia­ma­to Ste­ven Mei­sel, uno dei più gran­di fo­to­gra­fi di sempre, un mae­stro. Ma gli ho af­fian­ca­to un art di­rec­tor gio­va­nis­si­mo, che si era oc­cu­pa­to di Adi­das ma mai di un brand di mo­da. Fer­di­nan­do ha cam­bia­to il lo­go cin­que vol­te, ha lavorato sul­le me­du­se nel­la sto­ria dell’ar­te, tanto che alla fi­ne so­no di­ven­ta­te emoji. Tut­to per crea­re una sto­ria che va ol­tre la sfi­la­ta, il so­gno del­la pas­se­rel­la va re­so più in­te­res­san­te: col­la­bo­ra­re con i gio­va­ni è fon­da­men­ta­le. Og­gi tutti par­la­no di street­wear, la nuo­va fron­tie­ra. Cre­do che du­re­rà an­co­ra un pa­io d’an­ni, poi fi­ni­rà, per­ché non sa­rà più in­te­res­san­te. Il pro­ble­ma del­lo street­wear è che non ha pro­fon­di­tà, non ti re­sta nell’ar­ma­dio, è pren­die-get­ta, tro­vo allora più in­te­res­san­ti i ra­gaz­zi dei ca­pi che in­dos­sa­no. Ver­sa­ce è un mar­chio po­ten­tis­si­mo, co­me di­re la Fer­ra­ri. Co­me si gui­da una mac­chi­na co­sì po­ten­te? In­vi­tan­do i gio­va­ni a ve­de­re il tuo he­ri­ta­ge e a dar­ne una lo­ro va­lu­ta­zio­ne. Ho col­la­bo­ra­to con JW An­der­son, Ch­ri­sto­pher Ka­ne e An­tho­ny Vac­ca­rel­lo e guar­da che car­rie­ra stan­no fa­cen­do ades­so (i pri­mi due han­no un lo­ro brand, il ter­zo è di­ret­to­re crea­ti­vo di Saint Lau­rent, ndr)! Ho lavorato per due an­ni con Mi­chael Hal­pern che sa­rà il pros­si­mo a fa­re il salto. Que­sti ra­gaz­zi han­no qual­co­sa da di­re e io gli chie­do: “Fam­mi ve­de­re la mia sto­ria con i tuoi oc­chi”. Si va avan­ti solo dan­do spa­zio ai gio­va­ni crea­to­ri. Non han­no ba­ga­glio cul­tu­ra­le? Io ti do il mio, ma tu dim­mi com’è, al­leg­ge­ri­sci­lo. È un confronto con­ti­nuo. Una gio­ia. I ra­gaz­zi ado­ra­no la Me­du­sa e io gli di­co: “Fa­te­le ma­le, cam­bia­te­la, vi ho chia­ma­to qui ap­po­sta”. E alla fi­ne, se la Me­du­sa si tra­sfor­ma in un emoji, è fan­ta­sti­co, sna­tu­ra­re il lo­go è di­ver­ten­te. Cer­to è dif­fi­ci­lis­si­mo far­lo be­ne. Se pe­rò ci rie­sci, è davvero li­be­ra­to­rio. Par­lan­do di ex gio­va­ni: a set­tem­bre dell’an­no scor­so ha ri­cor­da­to Gianni por­tan­do in pas­se­rel­la Car­la Bru­ni, Clau­dia Schif­fer, Nao­mi Cam­p­bell, Cin­dy Crawford, He­le­na Ch­ri­sten­sen. In­di­men­ti­ca­bi­le. Le ra­gaz­ze de­gli An­ni 90. Le ra­gaz­ze di Gianni. Que­ste ico­ne han­no in­ven­ta­to la ce­le­bri­tà del­le mo­del­le, han­no pre­so il po­sto del­le at­tri­ci e, do­po di lo­ro, sen­za di lo­ro, si è svuo­ta­to tut­to. Alla sfi­la­ta ap­plau­di­va­no, e pian­ge­va­no. Si è com­mos­sa an­che lei? Non c’era tem­po! Più si emo­zio­na­va­no più il truc­co co­la­va e io gri­da­vo: “No, il truc­co no, non pian­ge­te. Mi ro­vi­na­te il truc­co!”.

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