ELE­ZIO­NI, IL FAT­TO­RE PAU­RA

Corriere del Mezzogiorno (Campania) - - DA PRIMA PAGINA - Di Se­ba­stia­no Maf­fet­to­ne

La pau­ra, dal­le no­stre par­ti, fa 90. Ma, ca­ba­la a par­te, può fa­re an­che fa­re 76, 69, 56, 48, 47. Co­me il let­to­re at­ten­to avrà ca­pi­to que­sti non so­no nu­me­ri del lot­to ma le per­cen­tua­li con cui si so­no af­fer­ma­ti i fu­tu­ri go­ver­na­to­ri nel­le lo­ro re­gio­ni di com­pe­ten­za (nell’or­di­ne; Ve­ne­to, Cam­pa­nia, Li­gu­ria, To­sca­na e Pu­glia). Una co­sa bal­za su­bi­to all’oc­chio guar­dan­do ai ri­sul­ta­ti del­le ele­zio­ni re­gio­na­li, ed è quan­to­me­no stra­no che nes­su­no se ne sia ac­cor­to o co­mun­que lo ab­bia fat­to no­ta­re. Si trat­ta del fat­to che in Li­gu­ria o Ve­ne­to, Cam­pa­nia, Pu­glia o To­sca­na le ele­zio­ni in que­stio­ne so­no sta­te sem­pre vin­te da­gli stes­si par­ti­ti che era­no da pri­ma in ca­ri­ca. Ciò con l’ec­ce­zio­ne del­le Mar­che, Re­gio­ne che — con tut­ta la sim­pa­tia che me­ri­ta — ri­spet­to al­le al­tre ri­sul­ta mar­gi­na­le. Que­sto è in real­tà l’uni­co da­to che espri­me sen­za dub­bi la vo­ce chia­ra e for­te dell’elet­to­ra­to ita­lia­no chia­ma­to al­le ur­ne nell’oc­ca­sio­ne. Na­tu­ral­men­te, lun­gi da noi l’idea di sva­lu­ta­re i me­ri­ti ac­qui­si­ti sul cam­po da Za­ia e De Lu­ca, e nep­pu­re quel­li ma­ga­ri mi­no­ri de­gli al­tri can­di­da­ti ri­sul­ta­ti vin­ci­to­ri. Ma, a ben pen­sa­re, sem­bra che una ta­le de­ci­sa e pre­ci­sa uni­for­mi­tà — qua­si una leg­ge ma­te­ma­ti­ca — non pos­sa di­pen­de­re so­lo dai ri­sul­ta­ti pre­gres­si. No, me­glio fi­da­re sul fat­to che sia sce­so in cam­po un al­tro gio­ca­to­re che ab­bia con­tri­bui­to e non po­co a fa­re pen­de­re la bi­lan­cia da un la­to e non dall’al­tro. Trat­ta­si, ma a que­sto pun­to l’avre­te ca­pi­to, del gio­ca­to­re con la ma­glia nu­me­ro 90.

Fuor di me­ta­fo­ra, ciò vuol di­re né più e né me­no che la pau­ra ha gio­ca­to un ruo­lo de­ci­si­vo nel­le ele­zio­ni re­gio­na­li di cui stia­mo par­lan­do (e for­se an­che nel­la vit­to­ria schiac­cian­te del «si» al re­fe­ren­dum, che ha raf­for­za­to il go­ver­no in ca­ri­ca).

Per­ché ci si chie­de a que­sto pun­to? La ri­po­sta, ge­ne­ri­ca quan­to si vuo­le, è, a pa­rer mio, evi­den­te. La pau­ra è un sen­ti­men­to con­ser­va­to­re. E, co­me ci ha in­se­gna­to da se­co­li il gra­ni­ti­co Hob­bes, è l’al­tra fac­cia del­la ras­si­cu­ra­zio­ne. Espli­ci­ta­men­te: più si ha pau­ra più si cer­ca au­to­ri­tà, più si dif­fi­da del nuo­vo, più ci si ri­fu­gia nell’usa­to si­cu­ro. La pau­ra di­scen­de da un fee­ling an­ce­stra­le. Ri­pe­te la rea­zio­ne istin­ti­va del po­ve­ro neo­na­to che la­scia

il suo spa­zio pro­tet­to nel­la pan­cia di mam­mà e vie­ne get­ta­to nel gran fra­cas­so del mon­do. E si tro­va smar­ri­to e im­po­ten­te a con­fron­tar­si con cir­co­stan­ze sco­no­sciu­te e tal­vol­ta av­ver­se. So­lo che, nel ca­so di cui stia­mo par­lan­do, la pau­ra vie­ne dal Co­vid e dall’at­mo­sfe­ra di in­cer­tez­za in cui ci sia­mo tro­va­ti a vi­ve­re tut­ti vo­len­ti o no­len­ti. Col ri­sul­ta­to che i po­ve­ri mor­ta­li vo­tan­ti, spae­sa­ti e in­si­cu­ri, usa­no la lo­ro sche­da elet­to­ra­le per rin­for­za­re l’au­to­ri­tà in ca­ri­ca, da quel­la del Pre­si­den­te del­la Re­gio­ne a quel­la del Go­ver­no Na­zio­na­le.

Sia ben chia­ro, di­cen­do quan­to so­pra non ab­bia­mo pre­te­se di di­re co­se che non sia­no note a tut­ti. In un cer­to sen­so, ri­ba­dia­mo an­zi la sco­per­ta dell’ac­qua cal­da. E si­cu­ra­men­te non c’è bi­so­gno di un fi­lo­so­fo per ri­pe­te­re quan­to più o me­no con­scia­men­te tut­ti sap­pia­mo. Ma ci so­no un pun­to di so­stan­za e un pun­to di me­to­do del­la que­stio­ne che gio­va sot­to­li­nea­re. Dal pun­to di vi­sta del­la so­stan­za, se ho ra­gio­ne tut­te le pur dot­te di­squi­si­zio­ni su «Se Sal­vi­ni aves­se det­to», «se Zin­ga­ret­ti non fos­se sta­to pa­zien­te» e via di se­gui­to con­ta­no po­co o nul­la. Dal pun­to di vi­sta

del me­to­do, so­no an­ni che quel­li che, co­me il sot­to­scrit­to, si oc­cu­pa­no di fi­lo­so­fia del­la po­li­ti­ca, so­no ac­cu­sa­ti di pren­de­re luc­cio­le per lan­ter­ne. In al­tre pa­ro­le, di par­la­re di prin­cì­pi e di ideali ri­vol­gen­do­si al­la te­sta dell’elet­to­re, men­tre ciò che ac­ca­de nel se­gre­to dell’ur­na ri­guar­da più la pan­cia e me­no la te­sta dei de­ci­so­ri. Può es­se­re. Ma non vi sfug­gi­rà che la pau­ra è un sen­ti­men­to pri­mi­ti­vo che ri­guar­da pro­prio le vi­sce­re, la pan­cia di cui si di­ce­va. E che quin­di — par­lan­do­ne in ma­nie­ra sem­pli­ce e di­ret­ta — ab­bia­mo spo­sta­to il fuo­co dell’in­da­gi­ne dal­la te­sta al­la pan­cia. Que­sto non vuol di­re pe­rò che la ri­fles­sio­ne cri­ti­ca sui prin­ci­pi ser­va a po­co o nul­la, ma so­lo che ogni co­sa va col­lo­ca­ta nel­lo spa­zio lo­gi­co che le spet­ta. Ma­ga­ri non in que­sto ca­so, ma spes­so la pau­ra è cat­ti­va con­si­glie­ra. E bi­so­gna cor­reg­ge­re gli im­pul­si che ne de­ri­va­no. Le motivazion­i ul­ti­me del­le no­stre azio­ni ri­spon­do­no so­ven­te a emo­zio­ni sem­pli­ci e ata­vi­che. La teo­ria ser­ve per cer­ca­re di com­pren­der­le e ma­ga­ri cri­ti­car­le al­la lu­ce del­la ra­gio­ne. O per­lo­me­no co­sì è le­ci­to spe­ra­re.

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