IN QUEL­LA MOR­TE C’È TAN­TO AMO­RE

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - di Ga­briel­la Im­pe­ra­to­ri

Pri­ma che un fat­to di cro­na­ca dram­ma­ti­co e gran­dio­so come l’omi­ci­dio-sui­ci­dio di Me­stre esca dal­la no­stra cor­ta me­mo­ria, pon­go una do­man­da che ri­guar­da tut­ta l’uma­ni­tà: può es­se­re buo­no un uxo­ri­ci­dio? Può es­se­re un at­to di amo­re? Può, do­po l’or­ro­re e il ter­ro­re su­sci­ta­to ne­gli astan­ti, tra­sfor­mar­si per lo­ro in com­mo­zio­ne? La mia ri­spo­sta, per quel che va­le, è sì. Pri­ma di tut­to, la de­ci­sio­ne dei due co­niu­gi ul­tra­no­van­ten­ni di mo­ri­re in­sie­me è un at­to di libertà. Ma su­bi­to do­po, o in­sie­me, è un at­to d’amo­re, spe­cie da par­te dell’uo­mo che ha sparato a lei e a se stes­so. Amo­re per la com­pa­gna di ol­tre ses­sant’an­ni di vi­ta che gli chie­de­va di non la­sciar­la vi­ve­re sen­za di lui. Do­po un rap­por­to so­prav­vis­su­to al tem­po, in cui i due con­ti­nua­va­no a chia­mar­si «amo­re» come due fi­dan­za­ti­ni, in un’epo­ca in cui i ma­tri­mo­ni si spez­za­no do­po po­chi an­ni o me­si, que­sto sentimento è un esem­pio ful­gi­do che ob­bli­ga a pen­sa­re. An­che ver­so le fi­glie, al­le qua­li è sta­ta scrit­ta una let­te­ra di scu­se e spie­ga­zio­ni, è sta­to un at­to d’amo­re: per evi­tar­gli sa­cri­fi­ci, per non es­ser­gli di peso.

L’uxo­ri­ci­dio-sui­ci­dio dei due co­niu­gi me­stri­ni do­vreb­be chia­mar­si «Amo­re», esat­ta­men­te come quel­lo de­gli an­zia­ni co­niu­gi del bel­lis­si­mo film «Amour», in cui l’uo­mo, pri­ma di sui­ci­dar­si, dà la mor­te al­la sua don­na ma­la­ta di Al­z­hei­mer. L’amo­re, du­ran­te tut­ta la vi­ta del no­stro con­ter­ra­neo, s’era espres­so in tan­ti al­tri mo­di. Amo­re per la giu­sti­zia e la libertà quan­do, in epo­ca fa­sci­sta, era en­tra­to nel­le fi­le del­la Re­si­sten­za. Amo­re per la pro­fes­sio­ne di in­ge­gne­re, cro­strut­to­re di un in­te­ro quar­tie­re del­la sua cit­tà. Amo­re per l’ar­te, che lo ave­va por­ta­to a di­pin­ge­re cen­ti­na­ia di qua­dri. Amo­re in­fi­ne per chi era po­ve­ro, so­lo, vec­chio, che gli ave­va sug­ge­ri­to at­ti di ge­ne­ro­si­tà come do­na­re, a un par­ro­co ami­co, 100 mi­la eu­ro per con­tri­bui­re al­la co­stru­zio­ne di ca­se di ri­po­so, I col­pi di pi­sto­la, con­tro la mo­glie e con­tro di sé, non con­trad­di­co­no que­sta vi­ta co­stel­la­ta di at­ti d’amo­re. Ma ne so­no la pro­se­cu­zio­ne e la con­clu­sio­ne. Un amo­re che in mol­ti aspet­ti non si di­sco­sta da quel­lo che ci han­no in­se­gna­to Ge­sù, So­cra­te o Gan­d­hi. Un amo­re che è uma­ne­si­mo, che ha ispi­ra­to le aper­tu­re ai non cre­den­ti di papa Ber­go­glio, e pri­ma an­co­ra del car­di­na­le Mar­ti­ni, il qua­le ha ad­di­rit­tu­ra crea­to una cat­te­dra dei non cre­den­ti. Di cui l’uno e l’al­tro re­li­gio­so, ol­tre la dot­tri­na, han­no ap­prez­za­to la ca­ri­tas, la più im­por­tan­te del­le vir­tù teo­lo­ga­li: ri­co­no­scen­do­la an­che nel­le espe­rien­ze dei non cre­den­ti. Per i qua­li tien luo­go, equi­va­len­te, di Dio.

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