Cro­na­ca dell’in­con­tro con le be­stie più gran­di di lui

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Di Gio­van­ni Mon­ta­na­ro

La lu­cer­to­la è fer­ma in mez­zo al so­le, ver­de; al­za la te­sta, muo­ve la lin­gua. Il gat­to è im­mo­bi­le, na­sco­sto tra le fo­glie. Len­to, pun­ta le zam­pe sul ter­re­no, pron­to. Vuo­le pren­der­la, l’ha vi­sto fa­re ad al­tri gat­ti, vuo­le mor­der­la tra i den­ti, te­ner­la fer­ma dal cor­po. Pen­sa di sa­per cac­cia­re, an­che se quel­la è la pri­ma vol­ta che ci pro­va. È che pas­sa qual­che istan­te, lui non si de­ci­de, sen­te che le zam­pe non han­no an­co­ra il bal­zo, den­tro, e co­sì un in­set­to lo pun­ge, muo­ve la te­sta, fa un ru­mo­re, si di­strae, e so­lo al­lo­ra de­ci­de di sal­ta­re, ma quan­do at­ter­ra la lu­cer­to­la si è spo­sta­ta, non la ve­de nean­che più. Ri­ma­ne de­lu­so, ma gli du­ra po­co; la pros­si­ma vol­ta ce la fa­rà.

Non ha nem­me­no fa­me, a dir­la tut­ta; è che gli avreb­be fat­to pia­ce­re pren­der­la, ci te­ne­va a por­tar­la a sua mam­ma, a far bel­la fi­gu­ra. È an­no­ia­to, stan­co; l’esta­te è cal­da, non c’è mol­to da fa­re. Si guar­da in­tor­no. Non è mi­ca da tan­to tem­po che sta al mon­do, un pa­io di me­si, ma gli pa­re un po­sto bel­lo, tut­to da esplo­ra­re, le fo­glie, l’om­bra, i pro­fu­mi, le co­se da ve­de­re. Co­sì, con­ti­nua ad an­da­re in gi­ro, nel mo­do buf­fo in cui cam­mi­na­no i gat­ti pic­co­li. È all’im­prov­vi­so che le ve­de in lon­ta­nan­za, sfo­ca­te. Quel­le be­stie so­no mol­to più gran­di di lui. Ne ha vi­ste al­tre di quel ti­po, le ri­co­no­sce, ma non si è mai av­vi­ci­na­to. Si lec­ca un po­co, si in­ner­vo­si­sce, è pron­to a scap­pa­re. Ma poi ve­de che quel­li non fan­no nien­te, non si ac­cor­go­no nean­che di lui. E al­lo­ra gli vie­ne co­rag­gio, o for­se è so­lo una cu­rio­si­tà. Va ver­so di lo­ro, e sic­co­me quel­le non gli dan­no ret­ta, al­lo­ra mia­go­la, for­te co­me quan­do vuo­le chia­ma­re sua ma­dre, co­me quan­do è af­fa­ma­to. Una di quel­le be­stie si vol­ta, lo guar­da ne­gli oc­chi, il gat­to non ca­pi­sce mi­ca co­sa sta pen­san­do quell’al­tro, ma va vi­ci­no, si stru­scia con­tro una gam­ba, è la co­sa che gli vie­ne da fa­re.Pro­prio quan­do è sot­to, sen­te una ma­no sul­la sua te­sta, si ri­trae, ma la ma­no con­ti­nua a cer­car­lo, quel­le di­ta ades­so gli fan­no una ca­rez­za, lo grat­ta­no, le ma­ni gli ti­ra­no giù le orec­chie, gli pia­ce, gli vie­ne da chiu­de­re gli oc­chi, fa le fu­sa.

Quel­le be­stie gli piac­cio­no. E an­che se l’al­tro smet­te pre­sto, il gat­to si fer­ma lì, in mez­zo a lo­ro, di­ste­so. Sta per chiu­de­re gli oc­chi, son­nec­chia, un po’ di fre­sco, la pa­ce, pri­ma o poi do­vrà an­che tor­na­re a cer­ca­re sua mam­ma, e men­tre è in mez­zo a quei pen­sie­ri ec­co che una di quel­le be­stie lo pren­de, lo al­za sen­za dir­gli nul­la, lui cac­cia un ur­lo, le un­ghie, il pe­ri­co­lo, il vuo­to, e poi l’al­tro lo la­scia ca­de­re, lui pre­ci­pi­ta a ter­ra, po­chis­si­mi istan­ti, non sa più co­sa suc­ce­de, ma non toc­ca mi­ca giù, e sen­te un colpo che lo spo­sta, un tram­bu­sto pro­prio sul­la te­sta, e poi un al­tro, e poi an­co­ra, e non ca­pi­sce, tut­to gli gi­ra, lo sto­ma­co gli si fer­ma, le zam­pe si chiu­do­no, gli oc­chi gli esco­no dal­la fac­cia, il male ca­pi­ta sen­za po­ter­lo pre­ve­de­re, tut­to di un colpo, e ha pau­ra che quel­li lo man­gi­no, vo­glia­no am­maz­zar­lo, ma nien­te, in­ve­ce, quel­li con­ti­nua­no co­sì, a col­pir­lo. Si fer­ma­no. Il gat­to an­si­ma, cer­ca di fug­gi­re, ma si ac­cor­ge che non ha for­za, non rie­sce a muo­ver­si, i pen­sie­ri non so­no lu­ci­di, è suc­ces­so qual­co­sa nel­la sua te­sta. Ve­de un’al­tra be­stia di quel­le, ha pau­ra, ma que­sta si chi­na ver­so di lui e lui non può fa­re nien­te, è che gli pa­re di­ver­sa dal­le al­tre, lo strin­ge. «Vie­ni con me che ti por­to a gua­ri­re», e for­se lui lo ca­pi­sce. Il gat­to chiu­de gli oc­chi, è stan­co, ha pau­ra. «Chis­sà dov’è fi­ni­ta la lu­cer­to­la», si do­man­da sol­tan­to.

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