Il tri­bu­na­le più spie­ta­to (e la sto­ria con­ti­nua...)

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - ot­ta­va pun­ta­ta di MAU­RI­ZIO DE GIOVANNI

Enrico si so­gna­va cal­cia­to­re, campione nel­la Samp­do­ria. Poi tut­to an­dò stor­to. L’ama­to fi­glio Emi­lia­no è lì, in ospe­da­le, che si sveglia do­po l’in­ci­den­te. Enrico nel­la sua te­sta istrui­sce un pro­ces­so. Lui con­tro tutti, Samp­do­ria con­tro Re­sto del Mondo. Verdetto: la col­pa ha un no­me e un co­gno­me. Sì, qual­cu­no pa­ghe­rà

Fer­mo a so­gna­re. Fer­mo ad aspet­ta­re. Fer­mo a ricordare. Fer­mo a dor­mi­re. Enrico si ri­scos­se dal tor­po­re che era di­ven­ta­to uno spia­ce­vo­le com­pa­gno di viag­gio, da qual­che tem­po a quel­la par­te. Si ri­scos­se per­ché non era il mo­men­to di ad­dor­men­tar­si, al­me­no non pro­fon­da­men­te, an­che se se­con­do i suoi cal­co­li c’era an­co­ra al­me­no un’oret­ta pri­ma del mo­men­to giusto.

Già. Il mo­men­to giusto. E chi lo di­ce­va che fos­se giusto? La do­man­da gli cad­de nel cuo­re in ma­nie­ra co­sì for­te che po­té qua­si sen­tir­ne il ton­fo.

Ri­flet­té, an­co­ra an­neb­bia­to. Io, lo di­co. Io. L’uni­co giu­di­ce pos­si­bi­le. Al ter­mi­ne di un pro­ces­so in cui ave­va ri­co­per­to tutti i ruo­li, pub­bli­co ac­cu­sa­to­re, te­sti­mo­ne d’ac­cu­sa e per­fi­no difensore.

Era sta­to un pro­ces­so equo?, si chie­se. Cer­to che sì. Un lun­go, ar­ti­co­la­to pro­ces­so, in cui ognu­no ave­va po­tu­to espri­me­re le pro­prie ra­gio­ni. Fi­no al­la sentenza. Fi­no al­la sentenza. Una fit­ta par­tì dall’an­ca e gli ar­ri­vò al cer­vel­lo, dis­si­pan­do le ultime neb­bie. Ec­co, ades­so era sve­glio. Fre­sco e pron­to, gra­zie al do­lo­re.

Enrico Po­li­cic­chio al do­lo­re si era an­da­to abi­tuan­do, e ades­so lo utilizzava. Era sta­ta una co­stan­te del­la sua vi­ta adat­tar­si ve­lo­ce­men­te alle av­ver­si­tà, pren­den­do­ne il me­glio e fa­cen­do­ne com­bu­sti­bi­le per an­da­re avanti. Lo ave­va fat­to quan­do ave­va per­so la ma­dre, ed era an­co­ra un ra­gaz­zo che ave­va bi­so­gno di ca­rez­ze. Lo ave­va fat­to quan­do la mo­glie se n’era an­da­ta, la­scian­do sul­le sue spal­le la necessità di ti­ra­re su un ra­gaz­zo tutt’al­tro che fa­ci­le. Lo ave­va fat­to quan­do ave­va do­vu­to mol­la­re il so­gno più gran­de che aves­se mai avu­to, quel­lo di di­ven­ta­re un cal­cia­to­re di serie A.

Gli oc­chi an­da­ro­no sull’ade­si­vo del­la Samp­do­ria nell’an­go­lo del pa­ra­brez­za. Ci po­te­va arrivare, ne era si­cu­ro. Sul ter­re­no di gio­co non era l’ul­ti­mo del­la clas­se, tar­do e len­to nel com­pren­de­re, po­co pre­sen­te a sé stes­so. Sul ter­re­no di gio­co ave­va il ra­ro, ra­ris­si­mo ta­len­to di ca­pi­re mol­to pri­ma de­gli al­tri co­sa sa­reb­be suc­ces­so, do­ve sa­reb­be an­da­to il pal­lo­ne e co­me rag­giun­ger­lo, e che co­sa fare do­po.

Si ac­ce­se l’en­ne­si­ma si­ga­ret­ta, sbuf­fan­do il fu­mo ver­so il fi­ne­stri­no in­na­tu­ral­men­te ab­bas­sa­to a me­tà se­con­do un’in­cli­na­zio­ne che non era cer­to quel­la pre­vi­sta dal­la casa pro­dut­tri­ce te­de­sca. Cer­to il mi­ster del­la squa­dra di serie C in cui ave­va da ul­ti­mo mi­li­ta­to, pri­ma dell’in­ci­den­te che gli avreb­be chiu­so de­fi­ni­ti­va­men­te la por­ta a qual­sia­si so­gno, se l’aves­se tro­va­to a fu­ma­re l’avreb­be pre­so a cal­ci; ma ormai non era­no cer­to i pol­mo­ni e il fia­to, il pro­ble­ma. Era un dan­na­to zop­po, asma­ti­co, ubria­co­ne e pia­gnu­co­lo­so ex atle­ta, sen­za so­gni né de­si­de­ri nel cuo­re.

Ma con l’equi­li­brio ne­ces­sa­rio a di­stin­gue­re il giusto dal­lo sba­glia­to, di que­sto era cer­to. Cer­tis­si­mo.

La Samp­do­ria. In fon­do, pen­sò, gli as­so­mi­glia­va. Gran­di so­gni, un mo­men­to di me­ra­vi­glio­sa tra­scor­sa glo­ria, la clas­se di Vial­li, Man­ci­ni, Ce­re­zo, il gi­ro di cam­po del­lo scu­det­to sot­to gli oc­chi di de­ci­ne di mi­glia­ia di ti­fo­si in la­cri­me, in­clu­so un Enrico gio­va­ne e felice e com­mos­so e pie­no di un futuro che non avreb­be avu­to. Ma la Samp­do­ria esi­ste­va an­co­ra, no? E avreb­be po­tu­to giocarsela, e ma­ga­ri vin­ce­re. Con­tro chiun­que. Do­vun­que. At­ten­ti al­la Samp­do­ria, ra­gaz­zi: pri­ma o poi rial­ze­rà la te­sta.

Gli as­so­mi­glia­va an­che la scas­sa­tis­si­ma Po­lo in cui se ne sta­va in at­te­sa. A vol­te si av­via­va su­bi­to, al­tre vol­te no: ave­va la­scia­to al vec­chio mo­to­re mo­ri­bon­do l’ul­ti­ma scel­ta. Se si fos­se im­pun­ta­to per l’en­ne­si­ma vol­ta tut­to sa­reb­be cam­bia­to, e an­che la de­ci­sio­ne di Enrico avreb­be su­bi­to un rivoluzionario ri­bal­ta­men­to. Al­tri­men­ti il pia­no avreb­be avu­to la sua con­clu­sio­ne, e una vol­ta per tut­te lui sa­reb­be sta­to pa­dro­ne del pro­prio de­sti­no.

Guar­dò in­die­tro e guar­dò avanti. Il pa­dre mor­to sen­za mi­ra­co­li, il fi­glio vi­vo per mi­ra­co­lo. Le ultime ter­ri­bi­li not­ti gli at­tra­ver­sa­ro­no il cer­vel­lo, sor­pren­den­te­men­te ni­ti­de co­me se ci si tro­vas­se an­co­ra im­mer­so, un nero li­qui­do vi­schio­so di do­lo­re e ter­ro­re, al di là di un ve­tro a fis­sa­re quel to­ra­ce tan­to ama­to che si al­za­va e si ab­bas­sa­va, que­gli oc­chi chiu­si e quel­la ma­sche­ri­na tra­spa­ren­te che non gli con­sen­ti­va di ve­de­re la boc­ca e il na­so di Emi­lia­no. Era vi­vo, sì, e sta­va re­cu­pe­ran­do: ma nessun me­di­co ave­va sa­pu­to ras­si­cu­rar­lo sul fat­to che non avreb­be ri­por­ta­to

trac­ce di quel­lo che era ac­ca­du­to.

Enrico era sor­pre­so di sé stes­so. A par­te l’im­men­sa pre­oc­cu­pa­zio­ne, l’atro­ce paura di perdere il fi­glio, non ave­va pro­va­to ri­sen­ti­men­to, rab­bia, fu­ro­re. Ave­va piut­to­sto sen­ti­to cre­sce­re in sé la fred­da de­ter­mi­na­zio­ne a ri­met­te­re a po­sto le co­se, se­con­do un sen­so di giu­sti­zia che sen­ti­va nuo­vo e lim­pi­do scor­rer­gli nel­le ve­ne.

Emi­lia­no era tut­to quel­lo che ave­va. La sua speranza re­si­dua, il suo so­gno. Era il mo­ti­vo per cui si era in­ven­ta­to quell’assurdo ri­sto­ran­te, che ades­so mo­ri­va co­me lui sot­to i col­pi di un cam­bia­men­to che non ave­va sa­pu­to in­ter­pre­ta­re. Era il mo­ti­vo per cui ave­va orien­ta­to la pro­pria esi­sten­za a so­ste­ner­ne gli stu­di, quel­la stra­na ma­te­ria di cui non ca­pi­va nem­me­no il sen­so ma nel­la qua­le il fi­glio si muo­ve­va felice co­me un pe­sce nel ma­re. Era il mo­ti­vo per cui ave­va ac­cet­ta­to in si­len­zio, co­me qual­co­sa di trop­po più gran­de di lui per com­pren­der­la dav­ve­ro, l’orien­ta­men­to sessuale e il mo­do osti­le e ce­la­to di con­ce­pi­re l’amore.

Era sta­to te­sti­mo­ne si­len­zio­so del­la sof­fe­ren­za del fi­glio quan­do Giu­lio, il tra­di­to­re, il fal­so, il Giu­da, ave­va scel­to la stra­da di un rap­por­to co­mo­do e so­la­re, uti­liz­zan­do quell’aspet­to ipo­cri­ta da an­ge­lo di marmo in una chiesa scon­sa­cra­ta. E si era mes­so con la cic­cio­na, pia­ni­fi­can­do una stra­da fa­ci­le ver­so il suc­ces­so col pa­dre av­vo­ca­to fa­mo­so, lo stu­dio av­via­to e il futuro lu­mi­no­so. Ci ave­va pro­va­to ad av­ver­tir­lo, l’av­vo­ca­to. Ma si sa, nes­su­no ve­de do­ve sce­glie di non guar­da­re.

Per mol­to tem­po ave­va con­si­de­ra­to pro­prio il ra­gaz­zo, l’in­fi­do in­gan­na­to­re, co­me il col­pe­vo­le prin­ci­pa­le. Se n’era pu­re an­da- to, mil­lan­tan­do un’ur­gen­za del­la dan­na­ta so­rel­la dall’al­tra par­te del mondo. Nem­me­no ave­va avu­to la de­cen­za di as­si­ste­re Emi­lia­no fin­ché ogni dubbio sul­la sua sa­lu­te fos­se ri­sol­to po­si­ti­va­men­te. Ave­va vi­sto ne­gli oc­chi del fi­glio l’im­men­sa or­go­glio­sa tri­stez­za di ve­der­lo par­ti­re, mor­mo­ran­do un fred­do sa­lu­to dal­le lab­bra tu­me­fat­te. An­che al­lo­ra pe­rò non era odio quel­lo che ave­va sen­ti­to mon­tar­gli den­tro: Giu­lio era un de­bo­le, fra­di­cio omun­co­lo na­sco­sto die­tro una bel­la fac­cia. Un ra­gaz­zi­no che mai sa­reb­be di­ven­ta­to uo­mo, e da pa­dre po­te­va es­se­re so­lo felice che Emi­lia­no an­das­se li­be­ran­do­se­ne at­tra­ver­so una cre­scen­te di­si­sti­ma, che non po­te­va che ero­de­re quell’assurdo amore che cre­de­va di pro­va­re. Me­glio co­sì, ave­va pen­sa­to. Par­ti, e non tor­na­re mai più. Né se la sen­ti­va di met­te­re sot­to pro­ces­so la cic­cio­na.

Era una de­via­ta, vit­ti­ma di chis­sà qua­le fan­ta­sma. Una po­ve­ret­ta, schia­va di sé stes­sa e del­la sua vo­ra­ce vo­glia di di­strug­ger­si, boc­co­ne do­po boc­co­ne, fug­gen­do da una vi­ta sen­za pro­ble­mi. Enrico, che da­va da man­gia­re al­la gen­te, sa­pe­va di­stin­gue­re chi si nu­tri­va con rab­bia au­to­le­sio­ni­sta e chi man­gia­va con gu­sto. Quel­la si sta­va sui­ci­dan­do, e non ci avreb­be mes­so mol­to. Non va­le­va cer­to la pe­na di dar­le ad­dos­so. Pe­ral­tro quel­lo che ave­va fat­to, e lui era in gra­do di ca­pir­lo, era sta­ta una spe­cie di ri­di­co­la bra­va­ta, un vo­ler di­mo­stra­re chis­sà che a chis­sà chi, in­sie­me alle due so­rel­le stu­pi­de e ca­ri­ne.

L’av­vo­ca­to era sta­ta un’al­tra op­zio­ne, con quel­la spoc­chia e quel­la si­cu­rez­za da ric­co idio­ta, quell’at­teg­gia­men­to di mer­da da gio­ca­to­re di po­ker che sta vin­cen­do e quin­di può per­met­ter­si di bluf­fa­re. Ri­cor­da­va quel­lo sguar­do da sot­to in su, al vo­lan­te del­la ma­le­det­ta Mer­ce­des che gli rug­gi­va con­tro co­me un ani­ma­le fe­ro­ce pron­to a mor­de­re il re­sto del mondo, se il re­sto del mondo aves­se osa­to di­stur­ba­re il suo pa­dro­ne. Do­ve­va con­fes­sa­re a sé stes­so che gli sa­reb­be pro­prio pia­ciu­to far­gli ri­man­gia­re quel­lo sguar­do, e so­sti­tuir­lo nel ri­cor­do con una bel­la espres­sio­ne di sa­cro ter­ro­re. E con l’oc­ca­sio­ne, tro­van­do­si a ri­man­gia­re, avreb­be pu­re po­tu­to in­fi­lar­gli su per il cu­lo quel­la fa­mo­sa let­te­ra di mi­nac­ce che in pu­ro le­ga­le­se gli ave­va man­da­to per far­si bel­lo da­van­ti all’in­fer­mie­re. Ma ap­pun­to quel­lo era sta­to un in­ca­ri­co: la fred­da ese­cu­zio­ne di un man­da­to. Non era col­pa sua.

E co­sì la men­te di Enrico, men­tre i suoi oc­chi re­sta­va­no fis­si sul­la lar­ga via d’ac­ces­so al cui fian­co ave­va par­cheg­gia­to all’om­bra dei pla­ta­ni, tor­nò al ra­gio­na­men­to che l’ave­va por­ta­to là. Un fred­do, lo­gi­co ra­gio­na­men­to ma­te­ma­ti­co.

Il pa­dre era sta­to im­por­tan­te per lui. Ave­va la­vo­ra­to co­me uno schia­vo per tut­ta la vi­ta, non con­ce­den­do­si una va­can­za o uno sva­go, un ci­ne­ma o una piz­za. L’uni­ca co­sa che ave­va fat­to per sé stes­so era quel­la pic­co­la fu­ga in un mondo di car­ta e di­se­gni, di pa­ro­le e ur­la e ru­mo­ri si­len­zio­si tra­dot­ti in let­te­re. Un mondo lon­ta­no, fat­to di in­dia­ni e co­w­boy e ca­val­li e frec­ce.

Ci ave­va pen­sa­to a lun­go, Enrico. Quel­la col­le­zio­ne di Tex era l’ere­di­tà di suo pa­dre per il futuro di Emi­lia­no. Era un la­sci­to con­sa­pe­vo­le, non ca­sua­le: al­tri­men­ti non avreb­be let­to gli al­bi del cu­gi­no, con­ser­van­do i suoi in una con­di­zio­ne per­fet­ta, con tan­to di cel­lo­fa­na­tu­ra pro­tet­ti­va. Sa­pe­va, il vec­chio, che un gior­no lon­ta­no quei fu­met­ti sa­reb­be­ro sta­ti una ve­ra e pro­pria for­tu­na, che avreb­be­ro avu­to la fun­zio­ne di sup­por­ta­re la cre­sci­ta del ni­po­te e il suo in­se­ri­men­to pro­fes­sio­na­le. Non c’era­no dubbi.

Ed era qui che era ar­ri­va­to il de­ter­mi­nan­te ap­por­to di qual­cu­no. Qual­cu­no che ave­va de­ci­so di ave­re una du­pli­ce fun­zio­ne ne­ga­ti­va nell’az­ze­ra­men­to dell’uni­ca pos­si­bi­li­tà di sal­vez­za di Emi­lia­no, che con quei sol­di sa­reb­be ar­ri­va­to do­ve lui, il suo di­sgra­zia­to ri­sto­ran­te e la serie inin­ter­rot­ta di fal­li­men­ti non avreb­be­ro mai po­tu­to con­dur­lo.

Se aves­se do­vu­to o po­tu­to ma­le­di­re qual­co­sa, e la fred­da de­ter­mi­na­zio­ne che l’ave­va in­va­so glie­lo im­pe­di­va, avreb­be maledetto la vo­glia di as­si­ste­re suo pa­dre as­se­con­dan­do­ne il de­si­de­rio di mo­ri­re a casa sua. A Emi­lia­no ave­va sempre det­to che nes­su­no do­ve­va im­ma­gi­na­re di fare pas­si più lun­ghi del­la gamba, di ac­qui­sta­re qual­co­sa che non po­te­va per­met­ter­si. Al­la ri­chie­sta fol­le del vec­chio, ai suoi oc­chi spa­lan­ca­ti pie­ni di do­lo­re e sof­fe­ren­za, avreb­be do­vu­to sem­pli­ce­men­te op­por­re un fer­mo di­nie­go. No, pa­pà: de­vi sta­re do­ve puoi es­se­re as­si­sti­to al me­glio, do­ve se si ve­ri­fi­ca un’emer­gen­za sa­pran­no co­sa fare. E in­ve­ce a quell’uo­mo che gli ave­va da­to tut­to quel­lo che po­te­va e an­che qual­co­sa in più, non si era sen­ti­to di ri­fiu­ta­re l’uni­ca ri­chie­sta che gli aves­se mai fat­to, pro­prio nell’ul­ti­mo trat­to di vi­ta.

Non ce li ave­va, quei sol­di. Pen­sa­va che sa­reb­be sta­ta que­stio­ne di po­chi giorni, quel­li se li po­te­va per­met­te­re: e in­ve­ce il pa­dre era du­ra­to me­si, fa­cen­do ad­di­rit­tu­ra pen­sa­re a un mi­ra­co­lo. Un’ap­pa­ren­te felice cir­co­stan­za che in­ve­ce si era tra­dot­ta in un dram­ma eco­no­mi­co di pro­por­zio­ni per lui enor­mi.

Ave­va chie­sto una di­la­zio­ne. Li avreb­be tro­va­ti, mes­si in­sie-

me col tem­po e con la fa­ti­ca, co­me sempre ave­va fat­to nel­la vi­ta. Ma era ar­ri­va­ta quel­la let­te­ra, con le mi­nac­ce di un procedimento che avreb­be por­ta­to a spe­se an­co­ra mag­gio­ri per di­fen­der­si e ad­di­rit­tu­ra al­la ga­le­ra, mi­ca sa­reb­be sta­ta la pri­ma vol­ta in un pae­se in cui gli as­sas­si­ni re­sta­va­no a pie­de libero e gli in­no­cen­ti riem­pi­va­no le pri­gio­ni. A quel pun­to co­sa sa­reb­be sta­to di Emi­lia­no? Sa­reb­be sta­ta la fi­ne di tut­to.

Era an­da­to dagli stroz­zi­ni, co­sa che non ave­va fat­to nem­me­no nei mo­men­ti di più bas­sa for­tu­na. Ci era an­da­to nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che non avreb­be po­tu­to re­cu­pe­ra­re, che i tas­si ter­ri­bi­li lo avreb­be­ro se­pol­to vi­vo. Ci era an­da­to per dif­fe­ri­re il pro­ble­ma, per ri­man­da­re la so­lu­zio­ne. Ci era an­da­to per su­pe­ra­re la col­li­na, nel­la speranza che die­tro ci fos­se fi­nal­men­te una di­sce­sa.

Ave­va pa­ga­to, con la mor­te nel cuo­re. Ave­va pa­ga­to a nero chi truf­fa­va la gen­te che pa­ga­va le tas­se, sen­za aver­ne bi­so­gno dal cal­duc­cio del suo la­vo­ro ben re­tri­bui­to con le fe­rie e la tre­di­ce­si­ma. Ave­va pa­ga­to chi po­te­va tran­quil­la­men­te per­met­ter­si di aspet­ta­re, per­ché non ave­va bi­so­gno di nien­te.

Ave­va pa­ga­to col pro­prio san­gue chi nel frat­tem­po e sen­za pie­tà ave­va sot­trat­to a un ami­co mo­ren­te, per­ché quel­lo era di­ven­ta­to suo pa­dre per Che­me­ri, il te­so­ro di una vi­ta, l’uni­ca speranza che ave­va suo fi­glio: La Ma­no Ros­sa.

Ec­co quin­di che, al ter­mi­ne del­la più lun­ga not­te del­la sua vi­ta, quan­do una li­vi­da al­ba ave­va di­pin­to sul vol­to di Emi­lia­no un dif­fi­ci­le ri­tor­no al­la co­scien­za, Enrico Po­li­cic­chio si era re­so con­to che tut­te le di­sgra­zie che lo sta­va­no con­dan­nan­do sen­za pie­tà all’in­fa­mia e al­la rab­bia de­gli stroz­zi­ni, al­la po­ver­tà e al­la ro­vi­na di suo fi­glio ri­mon­ta­va­no a una per­so­na so­la. Il re­sto, tut­to il re­sto era sta­ta pia­ni­fi­ca­zio­ne. L’idea era la stes­sa del­la bra­va­ta del­la cic­cio­na con le so­rel- le sce­me, so­lo che lui non avreb­be fat­to una bra­va­ta scioc­ca e inu­ti­le, e so­prat­tut­to non se la sa­reb­be pre­sa con un in­no­cen­te. Non sa­reb­be sta­to un at­to assurdo e sen­za sen­so, pe­ral­tro in­con­sa­pe­vo­le, lo sca­ri­co del­le pro­prie in­fe­li­ci­tà e del­le fru­stra­zio­ni di una vi­ta sen­za pro­ble­mi e per que­sto vuo­ta di si­gni­fi­ca­to.

Sa­reb­be sta­ta l’ese­cu­zio­ne di una sentenza. Un at­to di giu­sti­zia, co­me Dio stes­so avreb­be fat­to se aves­se de­ci­so di intervenire nel­le mi­se­rie uma­ne, in­ve­ce di star­se­ne ci­ni­co e fred­do sul­la sua dan­na­ta nu­vo­la a os­ser­va­re quan­ta ter­ri­bi­le ini­qui­tà ci fos­se nel mondo.

Ave­va stu­dia­to, ap­pro­fit­tan­do del fat­to di tro­var­si nel­lo stes­so ospe­da­le do­ve il col­pe­vo­le la­vo­ra­va. Ora­ri, com­pa­gnie, tur­ni. E ave­va tro­va­to il mo­men­to pre­ci­so in cui sa­reb­be usci­to, da so­lo, scen­den­do i gra­di­ni da­van­ti al por­to­ne, sa­lu­tan­do con un sor­ri­so il col­le­ga al­la por­ta, per­cor­ren­do po­chi me­tri e in­fi­ne ar­ri­van­do in quell’an­go­lo buio, sen­za traf­fi­co e sen­za vi­deo­ca­me­re, né par­cheg­gio né ac­ces­so al pron­to soc­cor­so, die­ci me­tri di ter­ra di nes­su­no in cui si sa­reb­be­ro tro­va­ti fi­nal­men­te so­li, scam­bian­do­si per l’uni­ca, ul­ti­ma vol­ta i ruo­li di car­ne­fi­ce e vit­ti­ma.

Avreb­be con­ces­so al Dio in­con­sa­pe­vo­le e stra­fot­ten­te un’ul­ti­ma pos­si­bi­li­tà, tut­ta­via. La vec­chia Po­lo in avan­za­to sta­to di de­com­po­si­zio­ne si av­via­va una vol­ta sì e l’al­tra no. Avreb­be gi­ra­to la chia­ve una vol­ta so­la, e se Dio aves­se de­ci­so al­tri­men­ti se ne sa­reb­be ri­ma­sto là a guar­da­re il col­pe­vo­le av­viar­si fi­schiet­tan­do al par­cheg­gio per poi tor­nar­se­ne a casa.

Quan­do lo vi­de ve­ni­re ver­so di lui, la bel­la sa­go­ma e il pas­so ela­sti­co da uo­mo ba­cia­to dal­la sor­te, pen­sò che fi­nal­men­te gio­ca­va nel­la Samp­do­ria e si tro­va­va ad affrontare il Re­sto del Mondo, di cui quel­lo era il ca­pi­ta­no. Sul­la car­ta non c’era sto­ria: ma si gioca sull’er­ba, non sul­la car­ta. Ti­rò un pro­fon­do re­spi­ro e gi­rò la chia­ve. La Po­lo si av­viò al pri­mo col­po.

Lo scrittore Mau­ri­zio de Giovanni (Na­po­li, 1958) ha esor­di­to nel­la scrit­tu­ra nel 2005 par­te­ci­pan­do a un con­cor­so per gial­li­sti; l’an­no do­po pub­bli­ca Le la­cri­me del pa­gliac­cio (Graus) rie­di­to poi con il ti­to­lo Il sen­so del do­lo­re (Fan­dan­go). Il ro­man­zo apre la serie di in­chie­ste con pro­ta­go­ni­sta il com­mis­sa­rio Ric­ciar­di, am­bien­ta­te nel­la Na­po­li de­gli an­ni Tren­ta del No­ve­cen­to; dal 2011 i vo­lu­mi del ci­clo di Ric­ciar­di so­no edi­ti da Ei­nau­di Stile libero, il più re­cen­te è Il pur­ga­to­rio dell’an­ge­lo (giu­gno 2018). Per Ei­nau­di Stile libero de Giovanni, dal 2013, è au­to­re an­che del­le serie di ro­man­zi «I ba­star­di di Piz­zo­fal­co­ne» da cui è trat­ta una fic­tion te­le­vi­si­va. Ha pub­bli­ca­to per Riz­zo­li il ro­man­zo I Guar­dia­ni (2017) e il gial­lo Sa­ra al tra­mon­to (2018), con il per­so­nag­gio di una po­li­ziot­ta in pen­sio­ne che ri­tor­na an­che nel vo­lu­me Sbir­re (Riz­zo­li, 2018) con rac­con­ti di Mas­si­mo Car­lot­to e Gian­car­lo De Ca­tal­do. Mau­ri­zio de Giovanni ha scrit­to an­che per il tea­tro e per il ci­ne­ma

L’ar­ti­sta Er­ne­sto Ta­ta­fio­re (Ma­ri­glia­no, Na­po­li, 1943), do­po la lau­rea in me­di­ci­na si spe­cia­liz­za in psi­chia­tria, pra­ti­can­do poi sia la pro­fes­sio­ne di me­di­co sia di ar­ti­sta. Le­ga­to al­la gal­le­ria di Lu­cio Ame­lio, Ta­ta­fio­re nel 1980 par­te­ci­pa ad Aper­to ’80 ela­bo­ran­do un lin­guag­gio pit­to­ri­co in sin­to­nia con la poe­ti­ca del­la Tran­sa­van­guar­dia, par­te­ci­pa alle più im­por­tan­ti ras­se­gne in­ter­na­zio­na­li di que­gli an­ni. Tra le co­stan­ti ico­no­gra­fi­che rin­trac­cia­bi­li nel la­vo­ro di Ta­ta­fio­re: la fi­gu­ra fem­mi­ni­le as­su­me un ruo­lo pri­vi­le­gia­to per­so­ni­fi­ca­zio­ne ora del­la Sto­ria, ora del­la Vir­tù, ora del­la Religione. Dei pri­mi an­ni Ot­tan­ta so­no le prime ope­re sul­la Rivoluzione fran­ce­se e i suoi mi­ti: Ro­be­spier­re, Ma­rat. Nu­me­ro­si so­no an­che i ri­fe­ri­men­ti trat­ti dal­la cul­tu­ra par­te­no­pea co­me Ma­sa­niel­lo, Ma­ra­do­na, le Si­re­ne, il Ve­su­vio

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