«Vel­tro­ni è la so­lu­zio­ne per l’Ita­lia L’ado­ro: gli ri­fa­rei an­che il ba­gno»

Corriere della Sera - Sette - - Doppio Binario Inter Vista In Movimento - di Vit­to­rio Zin­co­ne fo­to di Mas­si­mo Se­sti­ni

Og­gi è la vo­ce pro­ta­go­ni­sta del fim Cat­ti­vis­si­mo me

3 e con­du­ce un ga­me-show in tv. Nuo­tan­do in ac­que ma­rem­ma­ne, l’ex “reuc­cio dei pac­chi” rac­con­ta, do­po 4 anni, il suo ad­dio al­la Rai («Non amo chi fa la vit­ti­ma, ma fu una bot­ta tre­men­da»), le lot­te con Si­mo­na Ven­tu­ra. E ri­cor­da quan­do, da ra­gaz­zo, por­ta­va le la­va­tri­ci ai clienti del ne­go­zio di fa­mi­glia

DOPPIO BINARIO BALNEARE con Max Giu­sti nel­la Fe­ni­glia, spiag­gia ma­rem­ma­na in­ca­stra­ta tra An­se­do­nia e Por­to Er­co­le. Ul­ti­mi ba­glio­ri esti­vi, pri­me ma­reg­gia­te au­tun­na­li. Ri­pre­sa del­la sta­gio­ne tv. Il pre­sen­ta­to­re zop­pi­ca un po’ a cau­sa di un ten­di­ne do­lo­ran­te. Prima di par­ti­re ci fer­mia­mo in un bar. Di­ce: «Io nien­te al­co­li­ci che al­tri­men­ti non en­tro più nel­la giac­ca». Giu­sti è stato per anni il reuc­cio dei pac­chi su Rai1 e il mat­ta­to­re go­liar­di­co di Ra­dio2. Nel 2016 è stato re­clu­ta­to da Di­sco­ve­ry per ren­de­re ve­ra­men­te “neo-ge­ne­ra­li­sta” il ca­na­le No­ve: da al­lo­ra con­du­ce Boom, ga­me­show ra­pi­dis­si­mo, che va in on­da tut­ti i gior­ni: «Do­po il Tg, quan­do la pub­bli­ci­tà co­sta di più». Ci dia­mo del tu. Max è an­che sui gran­di scher­mi con Cat­ti­vis­si­mo me 3: dop­pia Gru, il pro­ta­go­ni­sta. Rac­con­ta: «I miei fi­gli han­no opinioni di­scor­dan­ti sul­la per­for­man­ce car­too­ni­sti­ca. Mat­teo, che ha sei anni e mezzo, mi ha det­to che so­no un co­mi­co pes­si­mo. Ca­te­ri­na, che ne ha cin­que, all’usci­ta dal ci­ne­ma fer­ma­va gli spet­ta­to­ri per di­re che la vo­ce del film era del suo pa­pà». Giu­sti par­la svel­to, con for­te ca­den­za ro­ma­ne­sca. Ogni tan­to ri­spon­de al suo mi­nu­sco­lo cel­lu­la­re vin­ta­ge («Per­fet­to per in­fi­lar­lo nel ca­sco»): «A bel­loooo… te ri­chia­mo trap­po­co che sto a fa’ ’n’intervista» . Ve­ra­ci­tà dif­fu­sa. Ci in­cam­mi­nia­mo ver­so le du­ne di sab­bia. Il pre­sen­ta­to­re è ap­pas­sio­na­to di mar­ke­ting te­le­vi­si­vo: sro­to­la ci­fre, con­fron­ta per­cen­tua­li, an­nun­cia obiet-

ti­vi. Quan­do gli chie­do no­ti­zie sul­la nuo­va tra­smis­sio­ne, escla­ma: «Ma lo sai che du­ran­te la re­gi­stra­zio­ne del numero ze­ro di Boom sta­vo per mo­ri­re?». Ec­co il rac­con­to: «Nel mio show quan­do un con­cor­ren­te sba­glia una ri­spo­sta esplo­de una bom­ba che spri­gio­na un li­qui­do co­lo­ra­to. Boom, ap­pun­to. Il primo gior­no di ri­pre­se io in­dos­sa­vo dei mo­cas­si­ni nuo­vi. Ho fat­to un pas­so in­die­tro, so­no in­ciam­pa­to su un bor­di­no di me­tal­lo e so­no ca­du­to sci­vo­lan­do all’in­die­tro co­me nei film di Stan­lio e Olio. Mi si è aper­ta la te­sta. Ero fer­mo per ter­ra. Aven­do fat­to sei anni di mo­to­cross ed es­sen­do­mi rot­to tut­te le ar­ti­co­la­zio­ni, so ascol­ta­re il mio cor­po. Ma lì non ca­pi­vo nem­me­no se ero vi­vo. C’era una poz­za di san­gue gi­gan­te. Mi han­no por­ta­to nel ca­me­ri­no, so­ste­nen­do che fos­se ne­ces­sa­rio an­da­re in ospe­da­le. Do­ve­va­mo co­mun­que fi­ni­re la pun­ta­ta di pro­va. Quin­di ho det­to: «An­dia­mo avan­ti». Mi han­no spruz­za­to un po’ di ne­ro in te­sta per co­pri­re i ce­rot­ti e so­no ri­par­ti­to con un ber­noc­co­lo gi­gan­te sul­la nu­ca». Sor­ri­de: «Mi so­no sen­ti­to ab­ba­stan­za fi­co». Ci im­mer­gia­mo. L’ac­qua non è lim­pi­dis­si­ma. Max spie­ga: «Sul ca­na­le No­ve ho de­ci­so di cam­bia­re sti­le di con­du­zio­ne. Po­che gi­gio­ne­rie, po­ca fin­ta su­spen­se. Mi so­no ispi­ra­to ad Ales­san­dro Cat­te­lan per la ve­lo­ci­tà, e a Ger­ry Scot­ti per la bo­na­rie­tà». Sei pas­sa­to dall’ave­re cin­que mi­lio­ni di te­le­spet­ta­to­ri su Rai1 a me­no di cin­que­cen­to­mi­la su No­ve. «È un pub­bli­co com­ple­ta­men­te di­ver­so. È una sfi­da. Quan­do mi han­no chia­ma­to mi han­no det­to: “Vo­glia­mo te”. Ho fat­to fin­ta di pen­sar­ci per 48 ore, ma in real­tà, ave­vo già de­ci­so». Per­ché? «Per­ché se mi di­ci che hai bi­so­gno pro­prio di me… Io ven­go a pre­sen­ta­re an­che la ga­ra di lu­ma­che in un pae­si­no di montagna. E poi c’è un fat­to di cui non ho mai par­la­to». Giu­sti si fer­ma. Fa due brac­cia­te. Tor­na da­van­ti a me. Di­ce: «So­no pas­sa­ti quat­tro anni, ora pos­so rac­con­ta­re co­me è an­da­ta la fi­ne del mio rap­por­to con Rai1». Nel mag­gio 2013 l’am­mi­ra­glia Rai an­nun­ciò a sor­pre­sa un cam­bio del­la con­du­zio­ne di Af­fa­ri tuoi. In pra­ti­ca tra

il 2013 e il 2016 Giu­sti è ri­ma­sto fuo­ri dal gran­de cir­co del­la tv. Chie­do: «Per­ché non ne hai par­la­to per quat­tro anni?». Re­pli­ca: «Per­ché non sop­por­to quel­li che fan­no le vit­ti­me. Siamo dei pro­fes­sio­ni­sti, gua­da­gnia­mo mol­ti sol­di, non siamo mar­ti­ri. Un po’ di di­gni­tà, in­som­ma! Un di­ret­to­re ha di­rit­to di chiu­de­re tra­smis­sio­ni e cam­bia­re con­dut­to­ri. Det­to ciò, per me è sta­ta una bot­ta in­cre­di­bi­le». Dal­le stel­le al­le stal­le. «Quan­do mi è ar­ri­va­ta la te­le­fo­na­ta del mio agente che mi di­ce­va che non avrei più con­dot­to Af­fa­ri tuoi ero fuo­ri da un ne­go­zio di sport. Sta­vo com­pran­do i com­ple­ti­ni per la squa­dra gio­va­ni­le del mio cir­co­lo di ten­nis. Mi ap­pog­giai al­la mac­chi­na e mi mi­si a pian­ge­re. Per qual­che gior­no ho pu­re evi­ta­to di par­lar­ne con mia mo­glie: ave­va­mo ap­pe­na avu­to la se­con­da fi­glia». Gli ascol­ti di Af­fa­ri tuoi an­da­va­no ma­le? «No». Co­sta­vi trop­po al­la Rai? «No, an­zi: mol­to mol­to me­no di chi mi ave­va pre­ce­du­to e di chi mi avreb­be so­sti­tui­to». Ti han­no mai spie­ga­to i mo­ti­vi del­la so­sti­tu­zio­ne? «Gian­car­lo Leo­ne, al­lo­ra di­ret­to­re di Rai1…». Ora pre­si­den­te dell’As­so­cia­zio­ne Pro­dut­to­ri Te­le­vi­si­vi. «… dis­se che ave­va aspet­ta­to fi­no all’ul­ti­mo mo­men­to per dir­me­lo per­ché non sa­pe­va se l’al­tro con­dut­to­re avreb­be ac­cet­ta­to. Ma sa­per­lo co­sì tar­di per me è stato un dan­no paz­ze­sco. In pra­ti­ca mi ha im­pe­di­to di tro­va­re un’al­ter­na­ti­va per tut­to l’an­no suc­ces­si­vo». La Rai ti pro­po­se di con­dur­re qual­cos’al­tro? «Sì. Leo­ne mi dis­se che mi avreb­be vo­lu­to d’esta­te per Rea­zio­ne a ca­te­na. Per me una di­mi­nu­tio, ma era qual­co­sa». Non hai mai con­dot­to Rea­zio­ne a ca­te­na. «No. Quan­do an­dai a in­for­mar­mi sul con­trat­to, una fun­zio­na­ria mi dis­se, con un po’ di im­ba­raz­zo, che il con­dut­to­re di Rea­zio­ne a ca­te­na ave­va già fir­ma­to una set­ti­ma­na prima. Evi­den­te­men­te non ero io». Una bef­fa. «Due anni do­po Car­lo Con­ti, di­ret­to­re ar­ti­sti­co di Ra­dio Rai, mi pro­po­se di di­mez­za­re la mia tra­smis­sio­ne ra­dio-

«Nell’ul­ti­mo an­no ho vis­su­to tra Mi­la­no e Bar­cel­lo­na. Sem­bra­no di un al­tro pia­ne­ta ri­spet­to a Ro­ma: qui ser­ve un com­mis­sa­rio»

fo­ni­ca, to­glien­do an­che gli au­to­ri. Ri­fiu­tai». Un’al­tra bot­ta. «Sì. An­che per­ché in ra­dio mi sen­ti­vo fi­chis­si­mo. Ave­vo duet­ta­to con Dan Ay­kroyd dei Blues Bro­thers e can­ta­to un mo­ti­vet­to na­ta­li­zio con To­ny Had­ley dei leg­gen­da­ri Span­dau Bal­let. In ge­ne­ra­le, co­mun­que, sia l’ad­dio di Rai1 sia quel­lo di Ra­dio2 so­no sta­ti qua­si più un col­po dal pun­to di vi­sta uma­no che pro­fes­sio­na­le. La Rai era la mia fa­mi­glia. Ero un con­dut­to­re di pun­ta, sem­pre a di­spo­si­zio­ne per aiu­ta­re tra­smis­sio­ni in dif­fi­col­tà. Fi­ni­ta quell’espe­rien­za mi so­no but­ta­to nel tea­tro, ho scrit­to una sce­neg­gia­tu­ra…». Una com­me­dia? «È una sto­ria che par­la an­che di Isis». Ul­ti­me brac­cia­te prima di tor­na­re a ri­va. Max Giu­sti si met­te a chiac­chie­ra­re con un fan-ba­gnan­te. Si com­por­ta qua­si ec­ces­si­va­men­te da an­ti-di­vo. Ri­vol­to di nuo­vo a me: «Non mi so­no mai sen­ti­to né il numero uno, né una pip­pa stra­to­sfe­ri­ca. So­no bra­vo, ma do­po quel­le maz­za­te al­la mia au­to­sti­ma se non aves­si avu­to le ori­gi­ni e la ga­vet­ta che ho, pro­ba­bil­men­te sa­rei fi­ni­to paz­zo sot­to psi­co­far­ma­ci». Le ori­gi­ni e la ga­vet­ta. «So­no fi­glio di un me­tal­mec­ca­ni­co e di una com­mes­sa

che a un cer­to pun­to han­no aper­to un ne­go­zio. Ho esor­di­to co­me co­me­dian a se­di­ci anni al Fel­li­ni, un pic­co­lo lo­ca­le ro­ma­no, ma ho por­ta­to la­va­tri­ci ai clienti di mio pa­dre per mol­ti anni. Qual­che an­no fa fe­ci una se­ra­ta trion­fa­le al Fo­ro Ita­li­co. Cin­que­mi­la spet­ta­to­ri. Tut­ti in de­li­rio per le mie imi­ta­zio­ni di Lo­ti­to e di Mal­gio­glio a Quel­li che il cal­cio. Mi sen­ti­vo Jim Mor­ri­son. Al­la fi­ne del­lo show mi si av­vi­ci­nò un si­gno­re e mi dis­se: “Aooo, fat­te ‘na fo­to co’ mi’ fi­ja. Te re­cor­di quan­no m’hai mon­ta­to il ba­gno a ca­sa?”». È ve­ro che quan­do sei ar­ri­va­to a Quel­li che il cal­cio, nei pri­mi anni Due­mi­la, Si­mo­na Ven­tu­ra non ti trat­ta­va be­nis­si­mo? «Ho do­vu­to lot­ta­re. Si­mo­na si scor­da­va sem­pre di ci­tar­mi. Un gior­no la chia­mò Pie­tro Ga­ri­nei, con cui ave­vo re­ci­ta­to in Ag­giun­gi un po­sto a ta­vo­la. Le dis­se che do­ve­va pre­sen­tar­mi co­me si fa con gli ar­ti­sti ve­ri. Lei se la pre­se con me». Chie­dia­mo ospi­ta­li­tà a uno sta­bi­li­men­to. Ci con­ce­do­no una ca­bi­na. Do­man­do a Giu­sti che rap­por­to ab­bia con i so­cial net­work. Ri­spon­de che i suoi pro­fi­li uf­fi­cia­li so­no ge­sti­ti da pro­fes­sio­ni­sti, an­che per­ché lui ri­schia di far dan­ni. Rac­con­ta: «Qual­che an­no fa ero ospi­te del­la tra­smis­sio­ne Ti­ki­ta­ka e ave­vo ap­pe­na aper­to il pro­fi­lo di Twit­ter. Fi­ni­ta la pun­ta­ta an­dai a con­trol­la­re le rea­zio­ni dei te­le­spet­ta­to­ri e lessi il com­men­to di un cre­ti­no che ave­va scrit­to: «Ma questo lo pa­ghia­mo noi?”. Gli ri­spo­si leg­ger­men­te pic­ca­to: «No, mi pa­ga tua ma­dre». Quel­li del mio staff più tar­di mi spie­ga­ro­no che Twit­ter non si usa co­sì». Con­ti­nuia­mo a par­la­re un po’ di in­sul­ti on­li­ne e del di­bat­ti­to po­li­ti­co ita­lia­no che sem­bra spes­so nel­le ma­ni di ul­trà da cur­va. Una vol­ta hai det­to: «Se Ren­zi si di­mo­stra un bluff ar­ri­via­mo al­le ma­ce­rie…». «E in­fat­ti. Ora ci guar­dia­mo in­tor­no e di­cia­mo: “Pe­rò… Nien­te ma­le questo Gentiloni”». Da ro­ma­nis­si­mo che cosa pen­si del­la sin­da­ca Rag­gi? «Tan­ta so­li­da­rie­tà, ma la si­tua­zio­ne del­la Ca­pi­ta­le è al li­mi­te. Non so chi po­treb­be far­ce­la a ge­sti­re be­ne Ro­ma. For­se sa­reb­be meglio un bel com­mis­sa­rio. Ho vis­su­to l’ul­ti­mo an­no tra Bar­cel­lo­na e Mi­la­no, e… sem­bra­no di un al­tro pia­ne­ta». L’ul­ti­mo sin­da­co di Ro­ma che ti ha sod­di­sfat­to? «La prima giun­ta Ru­tel­li ha ret­to be­ne. E poi vab­bè, Vel­tro­ni a Ro­ma non è stato ec­ce­zio­na­le, pe­rò…». Sei vel­tro­nia­no? «Vel­tro­ni sa­reb­be la so­lu­zio­ne a mol­ti pro­ble­mi dell’Ita­lia. Per lui ho un’ado­ra­zio­ne: se do­ma­ni mi chie­des­se di an­dar­gli a cam­bia­re il ba­gno, lo fa­rei di cor­sa».

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