Corriere della Sera - Sette

OUTSIDE THE BOX

Quando sono gratuite, diventano noiose; quando sono occasional­i possono tornare utili. Le parolacce talvolta chiariscon­o un concetto, altre volte costituisc­ono uno sfogo liberatori­o. Ma devono restare eccezional­i

- Di Beppe Severgnini

Le parole sono come i vestiti: bisogna sceglierle secondo le occasioni

MOLTI ANNI FA – NEL 2003, per essere precisi – scrissi sulla prima pagina del Corriere che il film Natale in India, cinepatton­e di stagione, conteneva 100 parolacce in 100 minuti, e la cosa era triste: se quello era il «film per le famiglie italiane», auguri all’Italia. La mia recensione funzionò oltre le aspettativ­e: la gente entrava al cinema e si metteva a contare. La cosa non piacque al produttore Aurelio De Laurentiis, ma lasciò il segno, perché il successivo cinepatton­e ( Christmas in Love, 2004) era esente da volgarità. Incassò meno, però, e l’anno dopo la produzione tornò con notevole entusiasmo – e altrettant­i incassi – alle parolacce a raffica ( Natale a Miami, 2005).

LA VICENDA mi sembra istruttiva. Mi dispiace aver indebolito (temporanea­mente) i bilanci della Filmauro di De Laurentiis (con cui, nel frattempo, ho fatto pace). Ho scritto quello che pensavo, come sempre; e lo rifarei. Ma devo ammettere che quelle parolacce, 15 anni dopo, suonano come sussurri stilnovist­ici. La volgarità oggi non è diventata soltanto prevedibil­e intercalar­e, ma anche insulto feroce, vigilia di violenza, segno di disperazio­ne. Il bullismo, prima di diventare aggressivo, è volgare.

CE NE OCCUPIAMO in questo numero di 7, e abbiamo chiesto al classicist­a Nicola Gardini di ragionare sul fenomeno (pag 16-21). Non anticipo quello che scrive lui; mi limito a dire cosa credo io. Ed è questo: le parolacce possono servire. Diventano irritanti quando sono inutili. Al di là di ogni consideraz­ione estetica, sociale e morale, le parolacce gratuite sono noiose.

VOI DIRETE: quando mai le parolacce sono utili? Quando servono a precisare un concetto, per esempio (vero, Irene?). Qualche lettore ricorderà una nostra intervista alla scrittrice Erica Jong: La scopata senza cerniera mi ha delusa. Ragazze, aspettate a fare sesso (23 marzo 2018). Credo sia la prima volta che la parola “scopata” compare in un titolo del Corriere della Sera, ma il termine zipless fuck

– marchio dell’autrice di Paura di volare (1973) – si può tradurre solo così: «scopata senza cerniera», un incontro sessuale tra sconosciut­i, determinat­o dall’attrazione fisica, privo di ulteriori motivi e libero da rimorsi (avviso ai naviganti: era l’epoca pre-Aids).

NELLA VITA QUOTIDIANA – ed è la circostanz­a che ci interessa di più – le parolacce sono devastanti quando segnano la rottura di un codice antico (il ragazzino che grida «Stronza!» alla mamma: che pena per tutt’e due). Possono invece rivelarsi utili quando diventano uno sfogo liberatori­o. Un’esclamazio­ne volgare nella bocca di chi evita le volgarità colpisce e lascia il segno: se ne intuisce l’eccezional­ità, e la gravità del motivo che l’ha provocata. Se uno spara una parolaccia ogni cinque parole (ma che cazzo dici! ma che cazzo fai? ma che cazzo vuoi?) nessuno lo nota più. Esiste anche un’inflazione della volgarità, e non lascia scampo.

UN CONSIGLIO, prima di chiudere e di rimandarvi alla lettura di Nicola Gardini: tenete da conto le parolacce, possono rivelarsi preziose. Perché le parole sono come i vestiti. Non sono giuste o sbagliate: bisogna sceglierle secondo le occasioni.

La volgarità oggi non è diventata solo prevedibil­e intercalar­e, ma anche insulto feroce, vigilia di violenza, segno di disperazio­ne

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