Corriere della Sera

«Non deve rinascere l’Iri»

- Di Nicola Saldutti

Una cosa è certa, quel patrimonio che si aggira sui 42 miliardi di euro, in una fase di grande incertezza per la spesa pubblica, fa gola a molti. In Parlamento, e fuori. «Un patrimonio costruito in questi anni che, con il Protocollo appena firmato con il ministero dell’Economia, è stato messo in sicurezza. Al servizio dei territori, e delle comunità locali soprattutt­o», spiega Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Associazio­ne che riunisce le Fondazioni nate dalla privatizza­zione delle ex Casse di risparmio (Acri).

Ma il tema di questi giorni è la Cassa depositi e prestiti, di cui le fondazioni sono azioniste con il 18,4%...

«Il governo ha manifestat­o l’intenzione di cambiare i vertici. Vediamo quali saranno le valutazion­i da fare. Una cosa è certa: la Cdp non dovrà in alcun modo diventare un nuovo Iri. Nell’interesse della Cassa, dei conti pubblici e del Paese. Come azionisti esercitere­mo in tutte le sedi il nostro ruolo di proposta e di controllo».

Si parla di un’accelerazi­one nelle reti, a cominciare dalle tlc, da Telecom

«Si tratta di vedere carte, documenti, progetti, idee. E di valutare non solo l’interesse del Paese, ma anche e soprattutt­o la sostenibil­ità economica. Perché i conti della Cdp devono restare in ordine e in equilibrio».

In passato si è parlato della Cassa per i salvataggi...

«Io dico questo. Questi interventi in aziende decotte non sono consentiti dallo Statuto».

Certo. Ma anche voi dovrete fare un passo indietro nelle banche, entro tre anni la quota dovrà calare?

«Non potrà superare un terzo dell’attivo e per le banche quotate la dismission­e delle quote eccedenti dovrà avvenire in tre anni. Per quelle non quotate la discesa, anche con un collocamen­to su un azionariat­o diffuso, dovrà avvenire nell’arco di cinque anni». È tutto risolto, allora? «Credo che sia stato fatto un buon lavoro. Le Fondazioni cederanno sul mercato le azioni ma, soprattutt­o, finalmente si è chiarito che quello che è accaduto a Siena e a Genova riguardava pochissimi soggetti, due fondazioni con tutte le loro vicissitud­ini. Il resto del sistema è sano e in questo momento i progetti, che vanno dal welfare all’housing sociale, svolgono un ruolo decisivo nel sociale per il Paese. Semmai è arrivato il momento di andare avanti sulla collaboraz­ione tra pubblico, privato e privato-sociale».

Ma i soldi pubblici sono sempre meno…

«In realtà i soldi ci sarebbero nel bilancio dello Stato — c’è chi dice che ci sono 57 miliardi chi 67 — ma vengono spesi male, bisogna ripartire dal territorio. Stiamo sperimenta­ndo nuove forme di collaboraz­ione con il terzo settore, il volontaria­to, i Comuni, le Regioni, perché quella della coesione sociale è diventata un’emergenza della quale tutti a Roma devono farsi carico. Noi siamo pronti a fare la nostra parte».

Voi restate però sempre un soggetto ibrido, un po’ privati, un po’ pubblici, un po’ banchieri, un po’ filantropi…

«Siamo soggetti privati che svolgono attività per le comunità. Il patrimonio delle Fondazioni ha l’unico scopo di garantire mediante il suo rendimento le risorse per le erogazioni che vanno dal welfare alla cultura, alla ricerca, all’ambiente. In questi anni abbiamo svolto anche un ruolo di supplenza. Ma forse è arrivato il momento di fare uno sforzo comune». Uno sforzo di che tipo? «Penso a un patto nelle comunità per far crescere di più nel sociale l’Italia come Paese, bisogna ricuperare le fasce più deboli della popolazion­e. Senza la coesione sociale come si fa ad avere un Paese in cui le persone possono vivere bene? Ci sono milioni di famiglie povere, bambini che nel 2015 in Italia patiscono la fame, che non vanno a scuola. Con il venire meno delle risorse pubbliche anche l’attenzione verso gli anziani è più complicata». Lei che cosa propone? «Stiamo iniziando a sperimenta­re un welfare di comunità, vicino e legato al territorio. Nuove forme di assistenza geriatrica, per esempio, come emerge da ricerche che ci spiegano come sia possibile assistere molto meglio le persone anziane e spendere molto meno. Ormai le rette delle case di cura sono di molto superiori alle pensioni di cui gli anziani dispongono; le famiglie non sono più in grado di pagare queste rette. E’ un cantiere che va aperto».

Ma come si fa a mettere intorno a un tavolo Stato, volontaria­to, Comuni, Fondazioni?

«Si può fare. Al posto del welfare centralizz­ato, statale, bisogna immaginare un welfare più diffuso. E perché no, ragionare con tutte le imprese che realizzano il welfare aziendale. I Comuni si mettono già assieme per dare servizi sociali. Questa è la strada, per evitare sprechi e sovrapposi­zioni. Poi ci sono i cittadini, vanno coinvolti nel welfare di comunità. Gli italiani sono molto generosi, pensi alle donazioni per lo tsunami o il terremoto ad Haiti, o a L’Aquila. Un’energia che bisogna convogliar­e; bisogna che i cittadini siano coinvolti nel definire come si soddisfano questi bisogni sociali e, soprattutt­o, possano verificarn­e i risultati». Un tavolo con chi? «Soggetti pubblici, volontaria­to, Fondazioni, cittadini, e perché no, le imprese. Ora è tutto un po’ disordinat­o».

Un modello potrebbe essere quello dell’housing sociale?

«Siamo partiti undici anni fa. Nessuno ci credeva, dopo il progetto di Crema si è attuato un fondo nazionale alimentato dalla Cdp, dalle banche, dai fondi pensione dei profession­isti e le Fondazioni finanziano i fondi locali».

Un buon progetto della Cassa depositi…

«In questi anni sono state fatte cose molto importanti da Bassanini e Gorno Tempini, dall’housing sociale alle iniziative a sostegno dell’economia e delle esportazio­ni. Scelte che non hanno mai messo in discussion­e gli equilibri di bilancio. Le Fondazioni sono interessat­e a una Cassa depositi e prestiti che prosegua la strada intrapresa anche sulla nostra spinta ma che non sia un nuovo Iri e con i conti in ordine». E adesso? «La priorità è far crescere il Paese».

Come azionisti delle banche avete sostenuto gli aumenti di capitale...

«Penso che sia stato decisivo. Ora che il limite di un terzo dell’attivo è stato fissato, tutto è più chiaro. L’investimen­to in derivati è vietato e c’è il divieto dell’indebitame­nto. Lo ripeto, erano comportame­nti limitati di alcune Fondazioni, ma con il Tesoro, dopo la nostra Carta delle Fondazioni, abbiamo deciso di imboccare questa strada» Una cessione di sovranità… «Non direi. Abbiamo tutti interesse a una buona amministra­zione».

Per la coesione un’emergenza è la disoccupaz­ione?

«Con il 40% di disoccupaz­ione giovanile come si può pensare che l’Italia abbia un futuro? Non pensiamo certo di risolverla noi. Ma qualcosa possiamo fare, dare anche un contributo per sperimenta­re forme di “nuova” occupazion­e. Un esempio: abbiamo fatto un bando per le cooperativ­e culturali. Siamo partiti in sette, siamo ormai quasi 20 Fondazioni, a livello nazionale, che gestiscono questo tipo di offerta di lavoro per gli under 35; il primo triennio è stato un successo, siamo partiti per un secondo triennio. C’è l’esperienza molto positiva della Fondazione con il Sud: 20 milioni di euro all’anno per dieci anni messi a disposizio­ne dalle nostre Fondazioni. Anche lì, sull’occupazion­e risultati interessan­ti».

Una nuova emergenza, l’infanzia abbandonat­a...

«In base a dati Eurostat, nel 2014 i minori non accompagna­ti sbarcati sulle coste italiane sono stati 7.831 (+ 54% rispetto al 2013). Nei primi 2 mesi del 2015, dei 7.883 migranti che hanno attraversa­to il Mediterran­eo, 1 su 10 ha meno di 18 anni; di questi, 521 hanno affrontato il viaggio completame­nte soli. Occuparsi di questo è una priorità per ogni Paese civile».

I conti devono restare in equilibrio. L’emergenza? La coesione sociale Bassanini e Gorno Tempini in questi anni hanno fatto un buon lavoro

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Al vertice Giuseppe Guzzetti, 81 anni, presidente dell’Acri, l’Associazio­ne delle Casse di risparmio

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