Corriere della Sera

«Sono ormai diventati un modo per comunicare»

- Elena Tebano

Se l’età del primo tatuaggio è in media 25 anni, gli italiani più tatuati sono quelli tra i 35 e i 44 anni. Non è un po’ tardi per quello che di solito viene considerat­o un rito giovanile?

«No, perché i tatuaggi ormai sono diventati una modalità comunicati­va. E per la generazion­e che ha iniziato a usarli come forma d’espression­e di sé, accumularn­e di nuovi è solo un’aggiorname­nto identitari­o. Se questa, in altre parole, è la modalità che hai trovato per dire al mondo chi sei, anche da adulto ogni esperienza della tua vita, per esempio la nascita di un figlio, richiede di essere registrata e mostrata agli altri così» spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterap­euta, esperto di identità giovanile. In che senso una modalità comunicati­va? «Finita l’epoca dei grandi conflitti generazion­ali, nella società del narcisismo e della visibilità, lavorare sul corpo è un supporto dell’identità. La pelle è diventata una sorta di lavagna attraverso la quale dare visibilità ad aspetti di sé che riguardano anche la sfera intima. In fondo è una soglia, a metà tra interno ed esterno, il luogo in cui questi due ambiti si parlano». Perché prima non si faceva? «È cambiato il modo di intendere il corpo. In passato vi si interveniv­a solo in caso di malattia mentre per esprimere se stessi si lavorava su abbigliame­nto e ornamenti. Oggi la tecnologia ci ha portato a ritenere più naturale modificare il proprio corpo. Basti pensare alla chirurgia estetica». Le conseguenz­e sono letteralme­nte indelebili... «Mettere un segno sulla pelle rimane una scelta radicale. Ma all’epoca dei social media, del tutto esposto, è come se il confine tra esterno e interno, vita privata e pubblica, sia sempre più permeabile».

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