Il buongusto non va in va­can­za

L'eti­chet­ta non am­met­te scon­ti nean­che con il cal­do tor­ri­do

Costozero - - Numero 4 / Luglio Agosto 2015 - Di N. San­ti­ni

Quan­do il ter­mo­me­tro sa­le (e tut­to pos­sia­mo di­re tran­ne che que­sta non sia un'esta­te ro­ven­te) pre­ci­pi­ta au­to­ma­ti­ca­men­te la bi­lan­cia del­la buo­na crean­za, of­fren­do, an­che dai più in­so­spet­ta­bi­li, del­le ca­du­te di sti­le che fan­no rim­pian­ge­re cer­ti gior­ni in cui il fred­do fa scop­pia­re i ca­pil­la­ri e con­tem­po­ra­nea­men­te do­man­dar­si se tut­to som­ma­to una va­can­za al Po­lo Nord non ri­sol­ve­reb­be tut­to. Non so a voi, ma a me per­so­nal­men­te, na­to in ago­sto in una lo­ca­li­tà di ma­re, l'esta­te, fa spes­so pen­sa­re all'in­fer­no. Un in­fer­no 3.0, ma sem­pre di­vi­so in gi­ro­ni co­me quel­lo de­scrit­to da Dan­te Ali­ghie­ri. C'è il gi­ro­ne dei pi­noc­chiet­ti, inos­si­da­bi­li, co­me il po­mo­do­ri­no con la ru­co­la. Stan­no ma­le a tut­ti e stan­no nel guar­da­ro­ba di tut­ti: chi è al­to di­ven­ta spi­lun­go­ne e per­de le pro­por­zio­ni, chi è bas­so può am­bi­re il ti­to­lo di ra­so­ter­ra. È il gi­ro­ne più am­pio, per­ché una vol­ta nel­la vi­ta, ci sia­mo ca­sca­ti tut­ti. C'è chi per no­bi­li­tar­li li chia­ma Ca­pri, ma so­no ca­pre, e i Ca­pri, al net­to di Jac­kie O', ra­ra­men­te do­na­no. Al­tro gi­ro­ne in cui è fa­ci­le ca­de­re, è quel­lo del­le in­fra­di­to di pla­sti­ca in cit­tà. Lun­gi da me fon­da­re il fron­te di li­be­ra­zio­ne dei pie­di ma­schi­li dal­le - apro le vir­go­let­te “co­mo­dis­si­me” chiu­do le vir­go­let­te - cia­bat­ti­ne onnipresenti in tut­te le ve­tri­ne, in tut­ti gli shoo­ting, in tut­ti i sel­fie ma che non do­vreb­be­ro es­se­re mai av­vi­sta­te ol­tre i no­ve me­tri so­pra il li­vel­lo del ma­re, men­tre, ahi­mè spo­po­la­no nel­le aree me­tro­po­li­ta­ne, nei mez­zi pub­bli­ci e nei mu­sei, do­ve in teo­ria si do­vreb­be an­da­re a cac­cia del bel­lo e si sco­pre che il bel­lo vie­ne cac­cia­to. In uf­fi­cio, se la tem­pe­ra­tu­ra fa ve­de­re la giac­ca co­me la pu­ni­zio­ne eter­na, si sce­glie la po­lo, mai la ca­mi­cia, che si por­ta da so­la so­lo in spiag­gia. Il mio con­si­glio è di ave­re una giac­ca a por­ta­ta di ma­no. Nei ca­si più for­ma­li è d'ob­bli­go al­me­no du­ran­te le pre­sen­ta­zio­ni, poi, ele­gan­te­men­te, si può chie­de­re ai pre­sen­ti il per­mes­so di to­glier­la. Lo si fa, in ge­ne­re, quan­do si è ospi­ti e nel ruo­lo di pa­dro­ni di ca­sa, so­lo do­po che lo ha fat­to chi è in vi­si­ta, o la per­so­na più an­zia­na. Co­sì di­ce il bon ton. E co­me la met­tia­mo con gli oc­chia­li da so­le? Se il so­le di mez­zo­gior­no è ac­ce­can­te, si fa il ge­sto di to­glier­li per stra­da se qual­cu­no, in mo­do par­ti­co­la­re una si­gno­ra, ci vie­ne pre­sen­ta­ta, e si ri­met­to­no, con­ces­si, per fa­re con­ver­sa­zio­ne se la si­tua­zio­ne non of­fre al­ter­na­ti­ve. Di­ver­sa­men­te me­glio un co­no d'om­bra e gli oc­chia­li nel taschino. Se poi la vi­ta è quel­la di spiag­gia, in­di­pen­den­te­men­te dai ri­sul­ta­ti del­la pro­va co­stu­me, ri­cor­da­te sem­pre che per an­da­re al bar a man­gia­re si met­te sem­pre una ma­gliet­ta. Il bi­no­mio pet­to vil­lo­so bri­cio­la di pa­ne non fun­zio­na più nem­me­no nei film di Van­zi­na.

ph/Ch­ri­stian Ciar­del­la

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