In­fluen­cer, una vi­ta in ve­tri­na

Costozero - - Sommario - Ni­co­la San­ti­ni Esper­to di Ga­la­teo, Co­stu­me e So­cie­tà

di N. San­ti­ni

DDav­ve­ro una fo­to può con­vin­ce­re all'ac­qui­sto di un pro­dot­to o ser­vi­zio?

Con­si­de­ra­ta l'asce­sa so­cia­le de­gli in­fluen­cer sono me­si e me­si che mi vie­ne chie­sto di pro­nun­ciar­mi sul fe­no­me­no e, ma­ga­ri, in­ven­ta­re un ga­la­teo ad hoc per que­sti per­so­nag­gi che im­per­ver­sa­no in tut­ti i so­cial a suon di fol­lo­wer ve­ri e com­pra­ti e che tro­va­no po­sto dai front raw del­le sfi­la­te ai cha­ri­ty più am­bi­ti. Pa­ga­ti. Qual­sia­si co­sa es­si fac­cia­no, o me­glio, po­sti­no. In­fluen­cer è una pa­ro­la fa­ci­le e gra­tui­ta, non pu­ni­bi­le, ahi­mè, di mil­lan­ta­to cre­di­to. Ci si può sve­glia­re un gior­no e de­ci­de­re di es­ser­lo. Non oc­cor­re, pare, essere né bel­li, né brut­ti (tan­to c'è pho­to­shop), ric­chi né po­ve­ri (tan­to c'è Pra­da), bra­vi o cat­ti­vi (tan­to l'uni­ca pa­ro­la am­mes­sa è "ama­zing"). La so­la qualità ri­chie­sta è quel­la di sa­per re­ci­ta­re, par­don, fa­re fin­ta. Di di­ver­tir­si, di ri­las­sar­si, di sta­re be­ne, di ap­prez­za­re un abi­to, una crema, una com­pa­gnia. Det­to que­sto, non c'è nulla di ma­le, mo­del­li e at­to­ri lo fan­no da sem­pre. Ma con un ma: nes­su­no di lo­ro fin­ge che sia la pro­pria vi­ta.E da que­sto so­vrap­por­re so­gni e (fa­re) cas­set­to na­sco­no le mie ri­fles­sio­ni. Quan­do ho de­ci­so di spor­car­mi le ma­ni con i mu­li­ni a ven­to de­ci­den­do di ri­spol­ve­ra­re il cul­to del­le buo­ne ma­nie­re e di por­tar­le nel­le azien­de, sa­pe­vo che se aves­si det­to "be­ve­te più lat­te-il lat­te fa be­ne" a que­st'ora fa­rei avanti e in­die­tro con le Cay­man. Sa­pe­vo, pe­rò, an­che che in mol­ti ca­si avrei por­ta­to cam­bia­men­ti ed evo­lu­zio­ne e in vent'an­ni non ho mai cam­bia­to idea. Sono pure dell'idea che nel mon­do ci sia po­sto per tut­ti e che, per co­me stan­no mes­se le co­se, un gio­va­ne che si in­ven­ta una pro­fes­sio­ne, va solo ap­prez­za­to. Chiu­sa pa­ren­te­si bon­tà d'ani­mo, aper­ta la len­te d'in­gran­di­men­to: le azien­de ri­du­co­no i budget, met­to­no a ca­sa le per­so­ne e sfo­de­ra­no pic­che a qual­sia­si ini­zia­ti­va pro­mo­zio­na­le, ma quan­do si trat­ta di spon­so­riz­za­re un po­st di un in­fluen­cer ti­ra­no fuo­ri som­me che non stan­no né in cie­lo, né in ter­ra. E a bot­te di li­kes pro­ve­nien­ti dal Ban­gla­de­sh o dal­le Fi­lip­pi­ne pen­sa­no di aver in­no­va­to e rin­fre­sca­to le le­ve del mar­ke­ting, quan­do gli uni­ci a fat­tu­ra­re sono i gio­va­ni di bel­le spe­ran­ze e abi­ti in prestito. Col­pa de­gli in­fluen­cer? No: col­pa del­le azien­de. Sì, per­ché se si pen­sa di cam­bia­re le sor­ti di un mar­chio, di un ser­vi­zio, di un al­ber­go, di un ri­sto­ran­te, grazie all'in­ter­ven­to di una fo­to che pia­ce a 6000 per­so­ne, di cui 5500 non pos­so­no per­met­ter­si man­co un toa­st, non è col­pa di chi ven­de, ma di chi com­pra. Per cui, se c'è un bon ton che pos­sa sco­mo­da­re è quel­lo che dice che gli spre­chi non sono mai ele­gan­ti. E fo­rag­gia­re un si­ste­ma che vi­ve sulla fuf­fa è uno spre­co. Por­ta­te­mi da­ti con­cre­ti do­ve si ve­da­no svet­ta­re in al­to i fat­tu­ra­ti a bot­te di li­ke ed en­tro 48 ore scri­vo un ga­la­teo ad hoc. Per ora mi li­mi­to a pen­sa­re che le re­go­le di que­sta scroc­co­ne­ria le­git­ti­ma­ta sia­no an­co­ra tut­te da de­fi­ni­re.

ph/Ch­ri­stian Ciar­del­la

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