VA D O N E L FU­TU­RO E TO R N I O

Ra­gni me­tal­li­ci, mac­chi­na­ri in­cre­di­bi­li: a fi­ne mar­zo a Parma ri­tor­na la fie­ra dell’al­ta mec­ca­ni­ca, un paradiso per i ma­schi da garage. Qui la ri­pre­sa è ini­zia­ta da un bel po’

GQ (Italy) - - Super ! - Te­sto di MAT­TEO BOR­DO­NE Foto di GIO­VAN­NI DEL BREN­NA

Per quan­to la so­cie­tà si mo­der­niz­zi, e an­che nel no­stro Pae­se mediterraneo uo­mi­ni e don­ne sia­no me­no i-ma­schi-di-qua-e-le-fem­mi­ne­di-là di un tem­po, ci so­no am­bien­ti in cui la se­gre­ga­zio­ne dei ge­ne­ri fa qua­si ri­de­re per quan­to è as­so­lu­ta. Fre­quen­tan­do abi­tual­men­te le fie­re del set­to­re dei vi­deo­gio­chi pen­sa­vo di es­se­re vac­ci­na­to nei con­fron­ti di un pa­di­glio­ne pul­san­te di te­sto­ste­ro­ne. Poi suc­ce­de che lo scor­so an­no va­do a vi­si­ta­re la fie­ra del­le macchine uten­si­li di Parma e so­no co­stret­to a ri­cre­der­mi.

Il MEC­SPE (che sta per Mec­ca­ni­ca Spe­cia­liz­za­ta) è uno di que­gli even­ti nei qua­li i ma­schi scia­ma­no, come le api quan­do in­se­guo­no la re­gi­na. Solo che qui non c’è nes­su­na re­gi­na: solo tor­ni, pres­se, ro­bot e pez­zi di me­tal­lo (okay, c’era­no al­cu­ne ho­stess, è ve­ro, ma sem­bra­va­no ve­ra­men­te una spe­cie alie­na). Tan­ti. Tan­tis­si­mi pez­zi di me­tal­lo. E, ad am­mi­rar­li, ma­schi come me: gente che pas­sa del­le mezz’ore a guar­da­re le pin­ze dal fer­ra­men­ta ogni vol­ta che ci va per fa­re la co­pia di una chia­ve. E se sie­te co­sì, se ave­te quel ge­ne del­la me­ra­vi­glia mec­ca­ni­ca den­tro di voi, in un po­sto come que­sto sie­te a Di­sney­land. Se già l’an­no scor­so il MEC­SPE non ave­va l’aria di una fie­ra do­ve si re­spi­ras­se pre­oc­cu­pa­zio­ne, l’edi­zio­ne 2015 (dal 26 al 28 mar­zo al­le Fie­re di Parma) si pre­an­nun­cia an­co­ra più all’in­se­gna dell’ot­ti­mi­smo. Sa­rà un po’ lo spi­ri­to emi­lia­no, sa­rà che al bar ven­do­no panini con il cu­la­tel­lo come se fos­se una co­sa co­mu­ne, che si tro­va ovun­que: fat­to sta che la mec­ca­ni­ca di pre­ci­sio­ne è uno dei set­to­ri in cre­sci­ta dell’in­du­stria na­zio­na­le, con au­men­to del 3,4 de­gli or­di­na­ti­vi ri­spet­to al novembre 2013, se­con­do i da­ti Istat più re­cen­ti. Per da­re qual­che nu­me­ro, que­st’an­no sa­ran­no al­le­sti­te 9 unità di­mo­stra­ti­ve, 11 quar­tie­ri mer­ceo­lo­gi­ci, 9 sa­lo­ni te­ma­ti­ci e si ter­ran­no ol­tre 50 tra con­ve­gni e mi­ni­con­fe­ren­ze or­ga­niz­za­ti da azien­de, uni­ver­si­tà e isti­tu­ti di ri­cer­ca.

E poi ci so­no gli espo­si­to­ri: più di mil­le, il 20% in più ri­spet­to al 2014. So­no lo­ro la ve­ra at­tra­zio­ne del­la fie­ra: ce ne so­no tan­ti e di tan­ti ti­pi, ma i più nerd di tutti so­no i “ma­kers”, quel­li che co­strui­sco­no cose dal nien­te usan­do una stam­pan­te 3D. Il fe­no­me­no ha in qual­che mi­su­ra il sa­po­re del­la co­spi­ra­zio­ne car­bo­na­ra vo­ta­ta al be­ne del mon­do; for­se c’è an­che l’im­pres­sio­ne che uno pos­sa far­si le cose in ca­sa man­te­nen­do un’au­ra di va­ga sco­pa­bi­li­tà, co­sa che noi ma­schi, su­gli hob­by, ten­dia­mo a per­de­re. I “ma­kers” pro­pon­go­no macchine di­ver­se ma tut­te si­mi­li: del­le spe­cie di for­ni a mi­croon­de che rea­liz­za­no pic­co­li og­get­ti do­ve pri­ma non c’era nien­te, usan­do un fi­lo pla­sti­co colorato. Macchine mol­to più gran­di di que­ste co­strui­ran­no un gior­no le case usan­do de­gli im­pa­sti in­du­ren­ti al po­sto del fi­lo. Ma per ora non ce ne so­no.

Il pri­mo in­con­tro con le macchine av­vie­ne da­van­ti a una te­ca di ve­tro che con­tie­ne il ma­ni­po­la­to­re Ka­wa­sa­ki YF003N, co­sti­tui­to da un cor­po su­pe­rio­re che ha qual­co­sa di ra­gne­sco, e tre dop­pi brac­ci sno­da­ti che con­ver­go­no sull’og­get­to da ma­ni­po­la­re. Lo ve­do muo­ver­si con una ve­lo­ci­tà e una pre­ci­sio­ne in­fal­li­bi­li, ine­so­ra­bi­li mentre spo­sta dei pic­co­li og­get­ti o si muo­ve nel vo­lu­me del­la te­ca come se dan­zas­se su un pia­no in­vi­si­bi­le. Per la pri­ma vol­ta pro­vo la sen­sa­zio­ne fi­si­ca del­la su­pe­rio­ri­tà spa­ven­to­sa del­la mac­chi­na, quel­la dei film di

fan­ta­scien­za do­ve gli automi si ri­bel­la­no. Se que­sto ma­ni­po­la­to­re de­ci­des­se di fa­re qual­co­sa di spia­ce­vo­le al­la mia fac­cia, sa­reb­be dav­ve­ro spia­ce­vo­le e mol­to, mol­to ve­lo­ce. La fie­ra, mi so­no re­so con­to pre­sto, è tut­ta co­sì: con un po’ di fan­ta­sia si può im­ma­gi­na­re una spe­cie di Sky­net (la rete di macchine ri­bel­li di del­le li­nee di mon­tag­gio.

Non so­no l’uni­co ad ave­re que­sta sen­sa­zio­ne ine­brian­te. «Fa pau­ra!», dice un ti­zio, con gli an­go­li del­la boc­ca ab­bas­sa­ti nell’am­mi­ra­zio­ne. «È una be­stia», gli ri­spon­de il com­pa­re sod­di­sfat­to, sen­za gi­rar­si a guar­dar­lo. Sia­mo da­van­ti a un tor­nio Oku­ma: un ap­pa­rec­chio gran­de come una stan­za do­ve suc­ce­do­no cose che non so de­scri­ve­re, an­che se qual­co­sa nei miei cro­mo­so­mi le ri­co­no­sce come mol­to bel­le. Al­tro sce­na­rio fan­ta­scien­ti­fi­co pos­si­bi­le, vi­ste le ri­spet­ti­ve cor­po­ra­tu­re, è la guer­ra tra ro­bot: i ro­bot di pro­du­zio­ne spac­che­ran­no le ossa a quel­li di mi­su­ra che fan­no il con­trol­lo del­la qua­li­tà, schia­vi del pa­dro­na­to umano: i pri­mi so­no dei co­los­si con­cre­ti, mentre i se­con­di so­no dei brac­cet­ti pre­ci­sis­si­mi che pas­sa­no in­tor­no al­le cose e le ve­ri­fi­ca­no.

Ac­can­to a que­sta me­ra­vi­glia per il pro­gres­so, che la­scia tutti a boc­ca aper­ta, an­che qui al­la fie­ra, esi­ste un mon­do più tra­di­zio­na­le e ras­si­cu­ran­te che è fat­to so­stan­zial­men­te di cose, og­get­ti so­li­di e ri­co­no­sci­bi­li. L’of­fi­ci­na Mec­ca­ni­ca Zie­lo cav. Li­no, per esem­pio, espo­ne vi­ti in acciaio lun­ghe me­tri, del dia­me­tro di una span­na. Non so co­sa deb­ba­no te­ne­re in­sie­me, ma so­no con­ten­to che lo fac­cia­no lo­ro. Di tan­to in tan­to, cam­mi­nan­do per gli stand, ac­can­to a mi­nu­te­rie me­tal­li­che che espon­go­no mi­cro­sco­pi­ci ri­vet­ti di ot­to­ne si­mi­li a bac­che di una spe­zia ra­ris­si­ma o pie­tre mol­to pre­zio­se, ci si ri­tro­va ad am­mi­ra­re bloc­chi di ghi­sa gran­di come bau­li. Un po’ come l’al­le­va­to­re che con­tem­pla il po­ste­rio­re di una vac­ca, si è sod­di­sfat­ti del­la staz­za. Par­lia­mo chia­ro: so­no quei ca­si in cui le ma­ni, spon­ta­nea­men­te, si spo­sta­no die­tro la schie­na, nel­la ti­pi­ca po­stu­ra di chi con­tem­pla i la­vo­ri in cor­so.

Non tut­to quel­lo che si muo­ve da solo su­sci­ta ti­mo­re re­ve­ren­zia­le, so­prat­tut­to do­po qual­che ora di fre­quen­ta­zio­ne. Un gran­de tor­nio giap­po­ne­se Ma­zak ha qual­co­sa di ero­ti­co, e ri­cor­da quel vi­deo di Björk in cui le macchine e le mor­bi­dez­ze di un cor­po di­ven­ta­no la stes­sa co­sa. Cer­to, non ci so­no, per­ché qui sia­mo nel mon­do rea­le, i ro­bot del ci­ne­ma, quel­li al­la Phi­lip K. Dick, che si me­sco­la­no agli uma­ni e han­no dei sentimenti. Qui è il re­gno del me­tal­lo, del trat­ta­men­to del­la li­ma­tu­ra, del­le teste di fre­se, dei man­dri­ni, del­la la­mie­ra. Bal­do­ni, che ta­glia tu­bi e la­mie­ra con il laser, espo­ne un cal­cio ba­lil­la e un pon­ti­cel­lo con la­ghet­to, tut­to in acciaio. I Fra­tel­li La­miè­re in­ve­ce so­no dei di­plo­ma­ti sim­pa­ti­ci dell’ac­ca­de­mia Na­ba di Mi­la­no e presentano pro­to­ti­pi di mo­bi­li in la­mie­ra co­lo­ra­ta.

«Si ve­de che l’economia ri­par­te: ci so­no le ho­stess fi­ghe»

Chi espo­ne del­le macchine in fun­zio­ne pro­du­ce pic­co­li og­get­ti du­ran­te tut­ta la fie­ra, da­van­ti a vi­si­ta­to­ri pa­ra­liz­za­ti nell’am­mi­ra­zio­ne, come Ne­gri Bos­si che ha una pres­sa a inie­zio­ne e fa bic­chie­ri da oste­ria in policarbonato: due al­la vol­ta, ogni mez­zo mi­nu­to. Il pre­mio dei più tra­di­zio­na­li e cu­rio­si ce l’ha Jon­pla­st, che rea­liz­za an­co­ra i pro­dot­ti sa­ni­ta­ri in lat­ti­ce di gom­ma, tra cui pe­ret­te di qualsiasi mi­su­ra, bou­le dell’acqua cal­da e cli­ste­ri di ogni ti­po, con con­fe­zio­ni an­ni Cin­quan­ta fa­sci­no­sis­si­me.

Co­mau, il ra­mo ro­bo­ti­co del grup­po FIAT, ha ca­pi­to che il ti­mo­re è un ele­men­to cen­tra­le del fa­sci­no dei ro­bot an­tro­po­mor­fi, cioè i brac­ci sno­da­ti. Il lo­ro Ra­cer è ros­so, e si muo­ve in un ring in pe­nom­bra, mentre de­gli al­to­par­lan­ti dif­fon­do­no Iner­tia Creeps dei Mas­si­ve At­tack. Un ap­proc­cio del tut­to op­po­sto è quel­lo di Witt­mann Bat­ten­feld, i cui ro­bot gio­ca­no a ba­sket. Non per finta. So­no brac­ci meccanici che, in un cam­pet­to, ge­sti­sco­no un pallone da ba­sket: lo pal­leg­gia­no o se lo pas­sa­no te­nen­do­lo fer­mo con l’aspi­ra­zio­ne, e fan­no an­che ca­ne­stro.

Sto qua­si per an­da­re via quan­do mi im­bat­to nel mio og­get­to pre­fe­ri­to del­la fie­ra. È un gros­so ci­lin­dro idrau­li­co in acciaio rea­liz­za­to dal­le Of­fi­ci­ne Rm di Mo­de­na, pesa quat­tro ton­nel­la­te, e vi ser­ve se do­ve­te fa­re a pez­zi un’au­to­mo­bi­le (o qualsiasi og­get­to mec­ca­ni­co se­mo­ven­te sfug­gi­to al con­trol­lo). In­cam­mi­nan­do­mi ver­so l’usci­ta mi ri­tro­vo ac­can­to due ti­zi: «Si ve­de che l’economia sta ri­par­ten­do», dice uno dei due. «Da co­sa?», gli chie­de l’al­tro. E lui: «Ci so­no le ho­stess fi­ghe».

AV­VI­TA, SVI­TA Mac­chi­na Hai­mer per il bi­lan­cia­men­to dei por­tau­ten­si­li. Sot­to, il brac­cio ar­ti­co­la­to FA­NUC M- 6ib

AL MIL­LI­ME­TRO Il Ro­bot Ra­cer del­la Co­mau. A de­stra, una stam­pan­te 3D Ken­tstrap­per Mendel-max, mentre rea­liz­za un mo­del­lo di ae­ro­pla­no

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