Fo­re­ver young

MAR­LON BRAN­DO

GQ (Italy) - - Da Prima Pagina - PHI­LIP­PE HALSMAN

«L’uni­ca ra­gio­ne per cui ri­man­go a Hol­ly­wood è che non ho il co­rag­gio mo­ra­le

di ri­fiu­ta­re i sol­di»

«Cre­de­te che non sap­pia che co­sa vi ac­ca­de? Ave­te bi­so­gno di me per una tra­sfu­sio­ne. Per­ché il san­gue è diventato pol­ve­re e vi ha oc­clu­so il cuo­re. È solo nel mio mon­do che voi po­te­te re­spi­ra­re», re­ci­ta Mar­lon Bran­do in Don Juan De­mar­co - Mae­stro d’amo­re, di Je­re­my Le­ven.

Solo lui po­te­va pro­nun­cia­re que­ste pa­ro­le. Solo lui po­te­va far­lo con au­to­re­vo­lez­za. Sia­mo nel 1994, Mar­lon Bran­do ha ri­dot­to da an­ni le sue ap­pa­ri­zio­ni fuori e den­tro al set, ali­men­tan­do il mi­to di sé. An­nun­cia il ritiro, poi tor­na, poi spa­ri­sce di nuo­vo. Ep­pu­re nes­su­no lo di­men­ti­ca. El­ton John scri­ve per lui Good­bye Mar­lon Bran­do. Ico­na, mi­to, fan­ta­sma. Esat­ta­men­te come Ma­ri­lyn, che pe­rò è mor­ta dav­ve­ro. Nes­su­no pri­ma di Mar­lon Bran­do è riu­sci­to a di­ven­ta­re ico­na in vi­ta. Lui ci rie­sce cri­stal­liz­zan­do se stes­so in un eter­no pre­sen­te di gio­vi­nez­za e suc­ces­so. Fer­ma il tem­po del­lo scher­mo, mentre quel­lo del­la vi­ta rea­le avan­za. Fer­ma il ra­gaz­zo in ca­not­tie­ra – quel­lo di Un tram che si chia­ma De­si­de­rio, di Elia Ka­zan, del 1951 – che ha im­po­sto un mo­del­lo ma­schi­le nuo­vo: an­ti­con­for­mi­sta, bru­ta­le, ma an­che sen­ti­men­ta­le.

Fer­ma John­ny il ribelle – ne Il selvaggio di La­slo Be­ne­dek, del 1953 – che al­la do­man­da «Con­tro chi vi ri­bel­la­te?» ri­spon­de «Con­tro di voi».

Giac­ca di pel­le ne­ra, oc­chia­li scu­ri, e so­prat­tut­to una mo­to, una Trium­ph 6T Thun­der­bird, Mar­lon-john­ny di­ven­ta l’immagine di una ge­ne­ra­zio­ne. Di più: è il pre­cur­so­re del ’68.

Con­tro chi vi ri­bel­la­te? Con­tro di voi. Do­ve “voi” so­no tut­te le re­go­le, il con­for­mi­smo, il si­ste­ma.

Vuo­le con­trol­la­re il do­lo­re. E si fa cir­con­ci­de­re sen­za anestesia

Il Mar­lon Bran­do de Il selvaggio di­ven­ta im­me­dia­ta­men­te ma­ni­fe­sto di un’epo­ca e di una ge­ne­ra­zio­ne che ri­bol­le: «Si va, e via: il sa­ba­to ci si tro­va as­sie­me e si va fuori. L’im­por­tan­te è scap­pa­re, an­da­re a tut­to gas ogni tan­to».

La ca­du­ta è par­te ne­ces­sa­ria al­la mi­to­lo­gia di que­sto ma­schio, di que­sta gioventù ribelle, in quan­to rea­liz­za­zio­ne del­la for­za pri­mor­dia­le: re­si­ste­re. Nel­la re­si­sten­za sta l’eroi­smo. Ecco dun­que che an­che fuori dal­le sce­ne Mar­lon ali­men­ta l’immagine dell’eroe. Per­si­no nel­le que­stio­ni più in­ti­me e quotidiane: de­ci­de­re di far­si cir­con­ci­de­re e chie­de­re al me­di­co di es­se­re ope­ra­to sen­za anestesia. La sua vi­ta è una con­ti­nua di­mo­stra­zio­ne che il do­lo­re può es­se­re con­trol­la­to, o al­me­no lui, Mar­lon Bran­do, può. Co­sì come il fal­li­men­to. Gli an­ni di flm me­dio­cri non lo pie­ga­no. Qual- cu­no dice che Mar­lon Bran­do è fni­to. Sba­glia­no. Ri­na­sce ne­gli An­ni 70, per l’esat­tez­za re­su­sci­ta. Re­su­sci­ta Mar­lon il selvaggio, il ribelle, pro­prio lui, l’ico­na: con Il padrino di Fran­cis Ford Cop­po­la, Ul­ti­mo tango a Pa­ri­gi di Ber­nar­do Ber­to­luc­ci e Apocalypse Now, an­co­ra di Cop­po­la.

Ot­to vol­te can­di­da­to all’oscar che vin­ce due vol­te, l’ul­ti­ma man­dan­do un in­dia­no a ri­ti­ra­re la sta­tuet­ta al suo po­sto, come ge­sto di pro­te­sta con­tro le in­giu­sti­zie su­bi­te dai na­ti­vi ame­ri­ca­ni. I suoi au­to­graf val­go­no tal­men­te tan­to che as­se­gni fr­ma­ti da lui non ven­go­no mai in­cas­sa­ti, più pre­zio­so l’au­to­gra­fo dell’as­se­gno.

E in­tan­to: un­di­ci fgli (se­di­ci, tra naturali e adot­ti­vi, tutti men­zio­na­ti nel te­sta­men­to), tre mogli, cen­ti­na­ia di aman­ti, e vil­le, per­si­no un’isola tut­ta sua, Te­tia­roa, nel ma­re del­la Polinesia.

E an­che: il pri­mo­ge­ni­to Ch­ri­stian, bam­bi­no con­te­so, ra­pi­to dal­la ma­dre, e ri­pre­so dal pa­dre per poi es­se­re af­f­da­to al­le ba­by sit­ter, quel fglio che da adul­to uc­ci­de il fdan­za­to del­la so­rel­la­stra Cheyen­ne. Quel fglio con­dan­na­to a die­ci an­ni che in car­ce­re con­fes­sa: «Se non aves­si avu­to un pa­dre co­sì, la mia vi­ta sa­reb­be sta­ta di­ver­sa » . For­se non avreb­be uc­ci­so, for­se nes­su­no sa­reb­be mor­to. Per­ché do­po la mor­te del com­pa­gno di Cheyen­ne, è la vol­ta di Cheyen­ne che s’im­pic­ca al flo del te­le­fo­no in ca­sa del­la mam­ma. Se­que­la di mor­ti, fgu­re di una tra­ge­dia sha­ke­spea­ria­na.

E pa­pà Mar­lon Bran­do? Ico­na, mi­to, fan­ta­sma.

Lui di­sprez­za tutti, a co­min­cia­re da se stes­so: «Ho oc­chi come quel­li di un ma­ia­le mor­to». E an­co­ra: «L’uni­ca ra­gio­ne per cui ri­man­go a Hol­ly­wood è che non ho il co­rag­gio mo­ra­le di ri­fu­ta­re i sol­di». E an­che: «Re­ci­ta­re è una co­sa da bar­bo­ni. Smet­te­re, un at­to di maturità». Di sé, de­gli an­ni mi­glio­ri, ri­cor­da: «Il ci­ne­ma uc­ci­de l’in­di­vi­duo. Tan­ti an­ni but­ta­ti via. Mi han­no ap­pe­san­ti­to fi­si­ca­men­te, men­tal­men­te, spi­ri­tual­men­te».

Mentre tutti gli al­tri, i gran­di vec­chi, rie­vo­ca­no, lui de­ni­gra: «Tro­va­vo don­ne che mi s’in­fla­va­no nel let­to, do­vun­que. Ar­ri­va­va­no a of­frir­mi sol­di. Si of­fri­va­no di la­var­mi i pie­di, come Ge­sù. Ma io non vo­le­vo fni­re in cro­ce».

Quan­do il fglio uc­ci­de e la fglia si uc­ci­de, lui pren­de su di sé la col­pa

«È come re­ci­ta­re con Dio», di­chia­ra Al Pa­ci­no do­po es­se­re sta­to con lui sul set de Il padrino. Mar­lon Bran­do pe­rò non vuo­le es­se­re né Ge­sù né Dio. Suo mal­gra­do sa­rà in­ve­ce Re Lear. In tri­bu­na­le, grasso, ad­do­lo­ra­to, de­po­ne al pro­ces­so con­tro il fglio. Dice di non es­se­re sta­to un buon pa­dre, e lo dice pian­gen­do. Di­fen­de il pri­mo­ge­ni­to ac­cu­san­do, per quel che può, se stes­so: non so­no sta­to un buon pa­dre, ri­pe­te.

Nel 2004, a 80 an­ni, muo­re. Pesa 160 chi­li, è ma­la­to e solo. Ma pub­bli­ca­men­te è mor­to mol­to pri­ma. Lui stes­so ha uc­ci­so il Mar­lon gio­va­ne ribelle. Ri­ti­ran­do­si dal­le sce­ne nel mo­men­to di mas­si­ma lu­ce, nel 1979, do­po Apocalypse Now, per il qua­le ri­ce­ve un Oscar. Met­te in at­to la mor­te in vi­ta per ri­ma­ne­re ico­na, mi­to, fan­ta­sma.

Lui sa che bellezza e suc­ces­so du­ra­no po­co. Pre­sa­gi­sce il rim­pian­to. E Bran­do non vuo­le rim­pian­ti. È lui che de­ci­de quan­do bellezza e suc­ces­so han­no fne.

Non ba­sta­no dun­que bellezza e ta­len­to per es­se­re lui, ser­vo­no de­si­de­rio di fu­ga, di­sprez­zo, ri­bel­lio­ne, con­sa­pe­vo­lez­za, e sen­so del­la tra­ge­dia.

Non ba­sta­no bellezza e ta­len­to, ser­ve ma­le­di­zio­ne. In­fe­li­ci­tà.

«Con­tro chi vi ri­bel­la­te?». Con­tro di noi, sa­reb­be la ve­ra ri­spo­sta, quel­la che Mar­lon Bran­do ha da­to con la sua in­te­ra esi­sten­za fuori dal­lo scher­mo.

« R E C I TA R E È U N A C OS A DA B A R B O N I . SMET­TE­RE, U N A T TO D I MAT U R I TÀ »

Non ba­sta­no ta­len­to e bellezza per es­se­re lui. Ci vuo­le il sen­so del­la tra­ge­dia

MAR­LON BRAN­DO, MOR­TO NEL 2004 A 80 AN­NI, È UNA ICO­NA AS­SO­LU­TA.

HA VIN­TO DUE OSCAR PER FRON­TE DEL POR­TO ( 1955) E IL PADRINO ( 1973)

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6 7 1. 1955: Mar­lon Bran­do po­sa per uno shoo­ting in stu­dio. Esce Bul­li e pu­pe. 2. 1954: con Ja­mes Dean ne­gli stu­di del­la Twen­tie­th Cen­tu­ry Fox. 3. In una pau­sa du­ran­te le ri­pre­se di Dé­si­rée. Bran­do è Napoleone. 4. 1955: mentre si allena al­la cor­da. Fra i

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1. 1972: Mar­lon Bran­do in Il padrino ( Oscar come at­to­re pro­ta­go­ni­sta) di Fran­cis Ford Cop­po­la. 2. 1972: con Maria Sch­nei­der in Ul­ti­mo tango a Pa­ri­gi . 3. 1953: jeans, giac­ca di pel­le e T rium­ph 6T Thun­der­bird. È Il selvaggio . 4. 1995: tor­na a re­ci­ta­re

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AN­SEL EL­GORT, 21 AN­NI, È PRO­DUT­TO­RE MU­SI­CA­LE E DJ, CON IL NO­ME D’AR­TE DI ANSØLO. MA ORA È SO­PRAT­TUT­TO AT­TO­RE: DO­PO IL BOT­TO CON COL­PA DEL­LE STELLE, È IN IN­SUR­GENT, AP­PE­NA USCI­TO. IN QUE­STA FOTO: GIAC­CA WHAT GOES AROUND COMES AROUND, FEL­PA DIOR HOMME

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