Blues Brothers

Dall’in­con­tro tra due geni in un bar di To­ron­to al film che ha se­gna­to un’epo­ca: il trion­fo di un’os­ses­sio­ne, rac­con­ta­to da den­tro, 35 an­ni do­po

GQ (Italy) - - Da Prima Pagina - Te­sto di NED ZE­MAN

LA STO­RIA FOL­LE DI DUE AVAN­ZI DI GA­LE­RA CHE AMA­NO CHI­CA­GO E LA SUA MU­SI­CA

È mat­ti­na pre­sto, il re di Hol­ly­wood vie­ne sve­glia­to da una te­le­fo­na­ta. Ar­ri­va da New York, come tut­te le al­tre. Il mo­ti­vo è sem­pli­ce: New York è tre ore avan­ti ri­spet­to a Los An­ge­les, e quin­di è lì che si fan­no i con­ti. E i con­ti, ov­ve­ro la re­gi­stra­zio­ne quo­ti­dia­na di ogni dol­la­ro spe­so e di ogni in­cas­so al box of­f­ce, so­no la co­sa più im­por­tan­te. Al­me­no se­con­do Lew Was­ser­man, il te­mi­bi­le e on­ni­po­ten­te ca­po del­la Uni­ver­sal Pic­tu­res. Sia­mo nell’ottobre del 1979 e il pro­ble­ma è The Blues Brothers, un pro­get­to che or­mai sfug­ge a ogni lo­gi­ca. Che cos’è? Per qual­cu­no è un mu­si­cal, per al­tri una com­me­dia, o un flm da ma­schi. Ma c’è an­che chi pensa che sia un’as­sur­di­tà. Una so­la co­sa è cer­ta: la pro­du­zio­ne è in ri­tar­do, il flm sta bru­cian­do ra­pi­da­men­te un budget fn dall’ini­zio trop­po al­to.

«Ma­le­di­zio­ne!», ur­la Was­ser­man al suo se­con­do, Ned Ta­nen, presidente del­la Uni­ver­sal, che su­bi­to se la pren­de con quel­lo che sta sot­to di lui, ov­ve­ro Sean Da­niel, vi­ce presidente e re­spon­sa­bi­le del­le pro­du­zio­ni: «Qua mi fan­no fuori!». Gli or­di­na di fa­re qualsiasi co­sa per fer­ma­re l’emor­ra­gia di dol­la­ri. Da­niel al­za il te­le­fo­no e chia­ma il re­gi­sta, John Lan­dis, che a sua vol­ta si ri­vol­ge a uno dei due pro­ta­go­ni­sti, Dan Ay­kroyd. Lui è uno con cui si rie­sce a ra­gio­na­re. So­prat­tut­to è l’uni­co mo­do per ar­ri­va­re all’al­tro, John Be­lu­shi.

Tut­to gi­ra in­tor­no a Be­lu­shi, il più elet­tri­co e fa­mo­so at­to­re co­mi­co del suo tem­po. Non è cor­ret­to ad­dos­sa­re a lui la col­pa di tutti i pro­ble­mi del flm, dal­la sce­neg­gia­tu­ra scrit­ta e com­ple­ta­ta all’ul­ti­mo al­le com­pli­ca­te sce­ne d’azio­ne. Ma sa­reb­be an­co­ra più scor­ret­to di­re che non è re­spon­sa­bi­le. Be­lu­shi è un di­sa­stro, e lo è diventato so­prat­tut­to per col­pa del­la sua in­con­trol­la­bi­le (e al­la fne le­ta­le) di­pen­den­za dal­la co­cai­na. Quan­do la co­ca vin­ce su Be­lu­shi il flm si fer­ma, e quan­do un flm si fer­ma, i sol­di vo­la­no via dal­la fne­stra, e quan­do i sol­di ven­go­no bru­cia­ti in que­sto mo­do Lew Was­ser­man si ar­rab­bia.

Tut­to è co­min­cia­to in un bar, come suc­ce­de di so­li­to in que­ste sto­rie. Sia­mo nel novembre del 1973. Il bar in questione si chia­ma 505 Club, è a To­ron­to, in Canada, ed è di pro­prie­tà di Dan Ay­kroyd, un ti­po biz­zar­ro sui vent’an­ni, con i pie­di piat­ti e gli oc­chi di­ver­si l’uno dall’al­tro (uno è verde, l’al­tro mar­ro­ne), un pas­sa­to die­tro le sbar­re da pic­co­lo de­lin­quen­te e un’in­fan­zia pas­sa­ta in se­mi­na­rio.

Il club apre all’una di not­te, per­ché a Dan pia­ce la­vo­ra­re di not­te. Da tre an­ni si esi­bi­sce con il grup­po di co­mi­ci Se- cond City, che so­no di Chi­ca­go ma si stan­no fa­cen­do co­no­sce­re an­che a To­ron­to. Quel­la se­ra ve­de en­tra­re dal­la por­ta sul re­tro un bul­lo di 24 an­ni con una sciarpa bianca al col­lo, giac­ca di pel­le e una cop­po­la di quel­le in­dos­sa­te di so­li­to dai tas­si­sti un po’ in là con gli an­ni. È John Be­lu­shi. Con­du­ce uno show ra­dio­fo­ni­co, The National Lam­poon Radio Hour, ed è a To­ron­to in cer­ca di nuo­vi ta­len­ti. Ma Dan Ay­kroyd gli dice: «No, gra­zie». Ha fr­ma­to un con­trat­to con Se­cond City, si tro­va be­ne in Canada, do­ve è na­to e cre­sciu­to (pre­ci­sa­men­te a Ot­ta­wa). E poi ha il suo club, con un ju­ke­box pie­no dei suoi di­schi pre­fe­ri­ti: R&B, soul, ma so­prat­tut­to un sac­co di blues, da quel­lo più po­po­la­re ti­po B.B. King al­le cose più di cul­to come Pi­ne­top Per­kins. Be­lu­shi smet­te di par­la­re e ascolta. I suoi gu­sti mu­si­ca­li so­no de­ci­sa­men­te di­ver­si, a lui pia­ce l’hard rock An­ni 70 e an­che cose più pe­san­ti ti­po AC/DC e Deep Pur­ple.

Dan Ay­kroyd vi­ve per il blues e la sua fol­go­ra­zio­ne colpisce an­che Be­lu­shi

L’amo­re pla­to­ni­co tra Be­lu­shi e Ay­kroyd va ol­tre ogni lo­gi­ca. Be­lu­shi è uno che spu­ta fuori un’idea die­tro l’al­tra sca­ra­boc­chian­do­le su pez­zi di car­ta spar­si in gi­ro, Ay­kroyd in­ve­ce scri­ve del­le spe­cie di trat­ta­ti de­gni di uno scien­zia­to pazzo. In ge­ne­re, quan­do qual­cu­no chie­de a Be­lu­shi co­sa vo­glia­no di­re la sua ri­spo­sta è: «Non ne ho idea».

Tutti e due, pe­rò, so­no gio­va­ni geni del­la co­mi­ci­tà na­ti e cre­sciu­ti nel­la regione dei Gran­di La­ghi, fa­mo­sa per la sua scar­si­tà di so­le e la sua ab­bon­dan­za di sal­sic­ce po­lac­che. Be­lu­shi è un ado­le­scen­te in­trap­po­la­to nel cor­po di un adul­to, un mo­nu­men­to al caos vo­lon­ta­rio, un ti­po espan­si­vo e ca­lo­ro­so che non è in gra­do di na­scon­de­re le sue emo­zio­ni nean­che vo­len­do, e fra l’al­tro non vuo­le mai. Il suo peg­gior nemico so­no le for­ma­li­tà. Ap­pe­na lo co­no­sci, lui ti chia­ma su­bi­to “Ami­co”. Ay­kroyd, in­ve­ce, è pre­ci­so e di­sci­pli­na­to ed esi­bi­sce ge­nia­le fred­dez­za ca­na­de­se. Ap­pe­na lo co­no­sci, lui ti chia­ma: “Si­gno­re”. Vi­ve per il blues, ha una pas­sio­ne e una co­no­scen­za del­la ma­te­ria che sta

DE­BUT TANO LIVE NEL '76. VE­STI­TI COME DEL­LE API Un mu­si­cal, una com­me­dia o solo un film da ma­schi? È cer­to che bru­cia mi­lio­ni di dol­la­ri

tra l’en­ci­clo­pe­di­co e il ma­nia­ca­le. La sua fol­go­ra­zio­ne per il blues colpisce in pie­no Be­lu­shi, che no­to­ria­men­te è uno che non co­no­sce le mez­ze mi­su­re. All’im­prov­vi­so esi­ste solo il blues, sem­pre.

John Be­lu­shi ha sem­pre vo­lu­to fa­re mu­si­ca, fn dai tempi del li­ceo quan­do era il bat­te­ri­sta di una band chia­ma­ta The Ra­vens.

Una se­ra al bar Dan Ay­kroyd tira fuori un’idea: «La sto­ria di due avan­zi di ga­le­ra ba­sa­ta sull’amo­re per la cit­tà di Chi­ca­go e per la sua mu­si­ca». Uno dei suoi amici, Ho­ward Shore, si in­se­ri­sce nel­la con­ver­sa­zio­ne: «Po­tre­ste chia­mar­vi The Blues Brothers». L’idea di Dan pren­de for­ma nei pri­mi gior­ni del Saturday Night Live, quan­do lui e Be­lu­shi di­ven­ta­no El­wood e Jake “Jo­liet” Blues, fra­tel­li di san­gue con ve­sti­to ne­ro, cravatta sot­ti­le, Ray-ban scu­ri. Dan Ay­kroyd è El­wood, il ta­ci­tur­no e pre­ci­so blue­sman con l’ar­mo­ni­ca in boc­ca, Be­lu­shi è Jake, lo sbruf­fo­ne ap­pe­na usci­to dal­la pri­gio­ne di Jo­liet. Dan Ay­kroyd ha una fe­de cie­ca nel­le ca­pa­ci­tà vo­ca­li di Be­lu­shi, la cui vo­ce è ok ma non è nien­te di spe­cia­le.

Do­po un po’ di con­cer­ti in gi­ro, Lor­ne Mi­chaels con­ce­de ai Blues Brothers uno spa­zio nel SNL, per in­trat­te­ne­re il pub­bli­co pri­ma del­lo show. La di­ret­ta è dif­f­ci­le da con­qui­sta­re, Mi­chaels non è con­vin­to. Al­la fne rag­giun­go­no un com­pro­mes­so: i Blues Brothers esor­di­sco­no dal vi­vo a New York il 17 gen­na­io 1976. Ve­sti­ti da api. Pas­sa­no al­tri due an­ni e fnal­men­te in una pun­ta­ta con­dot­ta da Ste­ve Mar­tin, Jake e El­wood sal­go­no sul pal­co e can­ta­no Hey Bar­ten­der.

Tre me­si do­po esce il pri­mo film di Be­lu­shi, Animal House. John è Blu­to, l’in­sa­zia­bi­le tep­pi­sta del li­ceo che por­ta la sua con­fra­ter­ni­ta Del­ta House al­la glo­ria. È il ruo­lo che lo tra­sfor­ma in una star.

In due settimane si for­ma la band. Il pri­mo di­sco è su­bi­to n.1 del­la chart

Ste­ve Mar­tin li in­vi­ta ad apri­re le sue no­ve se­ra­te all’uni­ver­sal Am­phi­thea­ter di Los An­ge­les. Ma c’è un pro­ble­ma: la band non ha una band. Dan Ay­kroyd e John Be­lu­shi si ri­vol­go­no a Paul Shaf­fer, il lea­der del­la band del SNL, che but­ta giù una li­sta di pos­si­bi­li can­di­da­ti. Nel gi­ro di po­chi gior­ni si ri­tro­va­no tutti a New York: i chi­tar­ri­sti Ste­ve Crop­per e Matt “Gui­tar” Mur­phy, il bas­si­sta Do­nald “Duck” Dunn, il bat­te­ri­sta Ste­ve Jor­dan e una se­zio­ne fa­ti com­po­sta da Alan Ru­bin, Lou Ma­ri­ni, Tommy Ma­lo­ne e Tom Scott. Paul Shaf­fer suo­na le ta­stie­re. Pro­va­no per due settimane, poi vo­la­no a Los An­ge­les. Fir­ma­no con la Atlantic Re­cords, che gli pro­po­ne di re­gi­stra­re un di­sco com­ple­ta­men­te dal vi­vo.

La sca­let­ta del­lo show vie­ne mes­sa a pun­to da Be­lu­shi e Ay­kroyd a New York nel cor­so di lun­ghi brain­stor­ming not­tur­ni a ca­sa di Be­lu­shi a Mor­ton Street op­pu­re nel lo­ro club pri­va­to, il Blues Bar all’an­go­lo tra Hud­son e Do­mi­nick Street. L’al­bum si intitola Brie­f­ca­se Full of Blues e vin­ce due di­schi di pla­ti­no. Il 24 gen­na­io del 1979, nel gior­no del suo tren­te­si­mo com­plean­no, John Be­lu­shi met­te a se­gno una tri­plet­ta sen­za pre­ce­den­ti: ha un al­bum, un flm e uno show te­le­vi­si­vo al nu­me­ro uno in clas­si­f­ca.

A Hol­ly­wood i tempi so­no cam­bia­ti, fnal­men­te. So­no gli at­to­ri e non più gli stu­di a con­dur­re il gio­co. E non è mai sta­to co­sì evi­den­te come in que­sto ca­so: «Tra­sfor­mia­mo i Blues Brothers in un flm», dice Be­lu­shi. «So­no d’ac­cor­do», ri­spon­de Ay­kroyd. Chia­ma­no il ma­na­ger di John, Ber­nie Brill­stein, una vec­chia vol­pe di Hol­ly­wood che sem­bra una ver­sio­ne ebrea di Bab­bo Na­ta­le: «Ok», ri­spon­de lui. Be­lu­shi ri­ce­ve un ca­chet di 500mi­la dol­la­ri, Ay­kroyd di 250mi­la: in cam­bio la Uni­ver­sal ot­tie­ne un po­ten­zia­le bloc­k­bu­ster e un marchio da usa­re per al­tri flm. «Non c’è sta­ta una ve­ra e pro­pria trat­ta­ti­va», ri­cor­da Tan­nen: «L’ac­cor­do era mol­to sem­pli­ce: non fa­te caz­za­te, que­sta è una questione d’amo­re».

Ri­man­go­no al­cu­ni det­ta­gli da ri­sol­ve­re. Was­ser­man vuo­le spen­de­re al mas­si­mo 12 mi­lio­ni di dol­la­ri, i crea­ti­vi in­ve­ce pen­sa­no ce ne vo­glia­no al­me­no 20. La Uni­ver­sal vuo­le che sia fni­to en­tro l’ago­sto del 1979, in so­li sei me­si. Praticamente impossibile. Nel­la men­te dei suoi crea­to­ri, The Blues Brothers è una pro­du­zio­ne gros­sa con un set com­ples­so, ef­fet­ti spe­cia­li e un ca­st con cen­ti­na­ia di per­so­ne. E poi c’è la vo­glia inf­ni­ta di di­ver­ti­men­to e av­ven­tu­re di John Be­lu­shi che si ali­men­ta di dro­ghe come il quaa­lu­des, la me­sca­li­na, L’LSD e va­ria an­fe­ta­mi­ne. Tut­te in­sie­me, pe­rò, non so­no nien­te in con­fron­to al­la co­cai­na. Non ne ha mai ab­ba­stan­za, dice che migliora le sue esi­bi­zio­ni, lo aiu­ta a es­se­re John Be­lu­shi.

E lui è: «Il boss dei Blues Brothers» come lo chia­ma Dan Ay­kroyd. Quan­do c’è un pro­ble­ma, si ri­vol­go­no tutti a lui, e lui met­te sem­pre le cose a po­sto. È un po’ il pa­dre e un po’ il fglio di tutti. «Era mol­to lea­le», rac­con­ta Ste­ve Crop­per: «Un ra­gaz­zi­no trop­po cre­sciu­to, il mi­glio­re ami­co di tutti. E non smet­te­va mai di fa­re festa, ave­va pau­ra che se fos­se an­da­to a dormire non si sa­reb­be più sve­glia­to».

John Lan­dis si chiu­de in ca­sa e ini­zia a ta­glia­re quell’as­sur­da sce­neg­gia­tu­ra

A mar­zo Bob Weiss, il pro­dut­to­re del flm, tor­na a ca­sa e tro­va un pac­co mi­nac­cio­sa­men­te gros­so, av­vol­to in un fo­glio dell’elen­co del te­le­fo­no. È la sce­neg­gia­tu­ra di Dan Ay­kroyd, in­ti­to­la­ta The Re­turn of the Blues Brothers e fr­ma­ta “Scrip­ta­tron GL-9000”. Weiss chia­ma su­bi­to Sean Da­niel: «Buo­ne no­ti­zie, fnal­men­te ab­bia­mo la pri­ma ste­su­ra». Ma non so­no le so­li­te 120 pa­gi­ne. «È lun­ga 324», dice Weiss: «Ab­bia­mo mol­to la­vo­ro da fa­re». An­che per­ché è scrit­ta come un eser­ci­zio di free style let­te­ra­rio, sen­za un flo logico. E l’ini­zio del­le ri­pre­se è pro­gram­ma­to tra so­li due me­si.

John Lan­dis, il re­gi­sta, si chiu­de in ca­sa e ini­zia a ta­glia­re, pe­san­te­men­te. Ne emer­ge do­po tre settimane con uno script “gi­ra­bi­le”. Le ri­pre­se co­min­cia­no nel

L’AC­COR­DO È SEM­PLI­CE: « NON FA­TE CAZ­ZA­TE , È UN A QUESTIONED ’ AMO R E »

lu­glio del 1979 e le cose pro­ce­do­no ab­ba­stan­za tran­quil­le. Be­lu­shi e Ay­kroyd oc­cu­pa­no gli ul­ti­mi due pia­ni del­la Astor To­wer di Chi­ca­go. Dan pas­sa il tem­po a fa­re gi­te nei sob­bor­ghi del­la cit­tà. Be­lu­shi, fglio pre­di­let­to del­la cit­tà, fa praticamente tut­to quel­lo che gli pas­sa per la te­sta. È tal­men­te ama­to da tutti che Ay­kroyd lo chia­ma: «Il sin­da­co non uf­f­cia­le di Chi­ca­go». Per un me­se tut­to fla li­scio. Lan­dis rie­sce a far la­vo­ra­re Be­lu­shi al me­glio. Chie­de an­che ad Ay­kroyd di ab­bas­sa­re il re­gi­stro del­la sua re­ci­ta­zio­ne e di tra­sfor­ma­re El­wood in un per­so­nag­gio to­tal­men­te im­pas­si­bi­le. Tutti e tre la­scia­no il se­gno. Lan­dis tira fuori la bat­tu­ta più ce­le­bre del flm: «Sia­mo in mis­sio­ne per con­to di Dio».

Tut­to ruo­ta in­tor­no a quat­tro mo­men­ti in­ter­pre­ta­ti da gi­gan­ti del­la mu­si­ca

Il budget del flm ora è a 17,5 mi­lio­ni, piut­to­sto al­to per una com­me­dia. O qua­lun­que co­sa sia The Blues Brothers. Nes­su­no lo sa ve­ra­men­te. Ci so­no mol­ti mo­men­ti co­mi­ci, ci so­no in­se­gui­men­ti di macchine ed eli­cot­te­ri che si scon­tra­no, ma tut­to gi­ra in­tor­no a quat­tro straor­di­na­ri mo­men­ti mu­si­ca­li, ognu­no in­ter­pre­ta­to da un gi­gan­te del­la mu­si­ca: Ray Char­les, Are­tha Franklin, Ja­mes Brown e Cab Cal­lo­way. Sen­za con­ta­re le esi­bi­zio­ni di Jake ed El­wood Blues.

«C’era un po’ di con­fu­sio­ne», ri­cor­da John Lan­dis: «Ho guar­da­to la mia crew e ho det­to: “Ma que­sto è un mu­si­cal”. Era­no di­so­rien­ta­ti, non ca­pi­va­no più co­sa sta­va­no fa­cen­do».

Ad ago­sto, pe­rò, tutti san­no al­me­no una co­sa: il flm sta af­fon­dan­do. La ra­gio­ne prin­ci­pa­le è John Be­lu­shi. È sem­pre in gi­ro, a qualsiasi ora. A vol­te lo ri­tro­va­no in un bar, a vol­te non lo tro­va­no pro­prio. La co­cai­na, in­ve­ce, rie­sce sem­pre a tro­var­lo. Ci so­no solo due per­so­ne al mon­do che rie­sco­no a ge­stir­lo. La pri­ma è sua mo­glie. Con Ju­dy, spe­cial­men­te quan­do so­no in va­can­za nel­la lo­ro ca­sa a Mar­tha’s Vineyard, John ri­tor­na al suo sta­to na­tu­ra­le di pi­gra in­do­len­za. L’al­tro è Dan, che lo pro­teg­ge sem­pre e non lo giu­di­ca mai.

Una not­te, al­le tre, mentre stan­no gi­ran­do una sce­na in un po­sto iso­la­to ad Har­vey, Il­li­nois, John spa­ri­sce. A vol­te lo fa. Dan ve­de in fon­do a una via una ca­sa con la lu­ce ac­ce­sa. «Stia­mo gi­ran­do un flm», dice al pa­dro­ne di ca­sa: «Cer­chia­mo uno de­gli at­to­ri». «Ah, vuoi di­re Be­lu­shi? È ar­ri­va­to qui un’ora fa. Mi ha svuo­ta­to il fri­go e ora sta dor­men­do sul divano», ri­spon­de il pa­dro­ne di ca­sa. Solo Be­lu­shi po­te­va fa­re una co­sa del ge­ne­re. «L’ospi­te pre­fe­ri­to d’ame­ri­ca», lo chia­ma Ay­kroyd. «Dob­bia­mo tor­na­re al la­vo­ro», gli dice sve­glian­do­lo. Be­lu­shi an­nui­sce e si al­za. Tor­na­no in­sie­me sul set come se non fos­se suc­ces­so nien­te.

Le ri­pre­se ter­mi­na­no a Los An­ge­les. La pro­du­zio­ne ri­spet­ta più o me­no i tempi e la Ca­li­for­nia è una bot­ta di ener­gia: fe­ste al­la Play- boy Man­sion, se­ra­te con Ro­bert De Ni­ro e Jack Ni­chol­son. Be­lu­shi rie­sce a ri­ma­ne­re so­brio. In­con­tra Smo­key Wen­dell, un ex agen­te dei Ser­vi­zi Se­gre­ti che è diventato la guar­dia del cor­po di Joe Wal­sh, il chi­tar­ri­sta de­gli Ea­gles, e lui lo aiu­ta a sta­re lon­ta­no dal­la dro­ga. «Se non fac­cio qual­co­sa ora, tra un pa­io d’an­ni sa­rò mor­to», gli dice Be­lu­shi.

Il mo­men­to in cui si com­por­ta me­glio è in pre­sen­za di Ray Char­les, Are­tha Franklin, Ja­mes Brown e Cab Cal­lo­way. An­che lo­ro so­no in ot­ti­ma for­ma. Per­si­no Ray, il più fuori di te­sta del grup­po, ride in con­ti­nua­zio­ne rac­con­tan­do sem­pre le stes­se bar­zel­let­te spor­che. Il flm è un’op­por­tu­ni­tà im­por­tan­te per tutti. Tranne Ray, so­no gran­di stelle del­la mu­si­ca or­mai in de­cli­no.

Nel­le sa­le in­cas­sa 115 mi­lio­ni, è il suc­ces­so più du­ra­tu­ro per Uni­ver­sal

Qual­che settimana pri­ma dell’usci­ta nel­le sa­le (fs­sa­ta per il 20 giu­gno del 1980), John Lan­dis fa ve­de­re The Blues Brothers ai pro­prie­ta­ri dei più gran­di ci­ne­ma ame­ri­ca­ni. La mag­gior par­te dice: «È un flm per ne­ri, i bian­chi non se lo fle­ran­no mai».

E poi è lun­go due ore e mez­za, sen­za con­ta­re l’in­ter­val­lo. Was­ser­man fa un cen­no con le di­ta a Lan­dis: ta­glia. Lui eli­mi­na 20 mi­nu­ti, ma in­tan­to scop­pia un’al­tra bom­ba. «Lew mi chia­ma nel suo uf­f­cio e mi dice: “Co­no­sci Ted Mann?”». È il pro­prie­ta­rio di al­cu­ni dei ci­ne­ma più im­por­tan­ti del pae­se, tra cui il Bruin e il National nel quar­tie­re re­si­den­zia­le per bian­chi di We­st­wood, Los An­ge­les. «Signor Lan­dis», dice Mann: «Non ab­bia­mo in­ten­zio­ne di pro­gram­ma­re The Blues Brothers. Ab­bia­mo un ci­ne­ma a Comp­ton e lo fa­re­mo ve­de­re lì, ma non a We­st­wood: non vogliamo ne­ri. I bian­chi non an­dran­no mai a ve­der­lo per gli ospiti mu­si­ca­li. Non solo so­no ne­ri, ma so­no pu­re pas­sa­ti di mo­da».

I flm con un budget al­to di so­li­to esco­no in al­me­no 1.400 sa­le, que­sto solo in 600. Ac­com­pa­gna­to an­che da pes­si­me re­cen­sio­ni. A New York Be­lu­shi gi­ra tutti i ci­ne­ma per os­ser­va­re chi lo va a ve­de­re. Ay­kroyd si in­fla di na­sco­sto in una sa­la a Ti­mes Squa­re. E sen­te la gente ri­de­re. The Blues Brothers gua­da­gna 115 mi­lio­ni di dol­la­ri, di­ven­ta il suc­ces­so più du­ra­tu­ro del­la Uni­ver­sal. E la sua più gran­de bef­fa.

B E LU S H I È IN GI­RO . MA L A C OCA I N A

RIE­SCE SEM­PRE A T R OVA R LO Di­ce­va­no: è un film per ne­ri, i bian­chi non se lo fi­le­ran­no mai. In­ve­ce di­ven­ta su­bi­to un cult

In que­ste pa­gi­ne, di­ver­si mo­men­ti del­la pro­du­zio­ne del film The Blues Brothers, gi­ra­to prin­ci­pal­men­te a Chi­ca­go. Nel­la foto ac­can­to, il re­gi­sta John Lan­dis con Dan Ay­kroyd. Al cen­tro, la for­ma­zio­ne al com­ple­to del­la band che ha da­to il no­me al f ilm. La c

DEL­LA BAND BALL­ROOM COI RA­GAZ­ZI DAN AY­KROYD AL­LA WINTERLAND 1979, SAN FRANCISCO:

SUL SET DEL FILM: LE RI­PRE­SE INI­ZIA­NO NEL LU­GLIO 1979

BE­LU­SHI IN DI­VI­SA DA BLUE­SMAN: CRAVATTA SOT­TI­LE E RAY-BAN

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