Il mio rap è un ser­mo­ne

GQ (Italy) - - Storie - Te­sto di Joe Co­sca­rel­li Foto di John Fran­cis Pe­ters

Ken­drick La­mar, cre­sciu­to nel ghet­to di Comp­ton a Los An­ge­les, dice di es­se­re già sta­to sal­va­to una vol­ta da ra­gaz­zi­no nel par­cheg­gio di un su­per­mer­ca­to. Un’an­zia­na si­gno­ra, non­na di un suo ami­co, si è av­vi­ci­na­ta a lui e ai suoi com­pa­gni di gang e ha chie­sto lo­ro se ave­va­no mai pen­sa­to di ac­co­glie­re Dio nel­la lo­ro vi­ta: «Uno dei no­stri era ap­pe­na sta­to am­maz­za­to, lei sa­pe­va che non era­va­mo a po­sto con la te­sta e si è fat­ta avan­ti per aiu­tar­ci. È sta­ta il no­stro an­ge­lo».

Og­gi, do­po aver sco­per­to che la fa­ma e la ric­chez­za non of­fro­no nes­sun ti­po di sal­vez­za ag­giun­ti­va né la felicità, La­mar ha de­ci­so di «al­za­re il li­vel­lo. Ho ca­pi­to che era una co­sa che do­ve­vo fa­re as­so­lu­ta­men­te». Il suo di­sco del 2012, good kid, m.a.a.d. city, era il rac­con­to in pre­sa di­ret­ta di una gior­na­ta nel­la vi­ta del vec­chio Ken­drick, stu­den­te do­ta­to e un po’ ribelle cre­sciu­to in un quar­tie­re in­fe­sta­to dal crimine e dal­la pre­sen­za co­stan­te del­la mor­te. Il nuo­vo al­bum, To Pimp a But­ter­fy, in­ve­ce, ci tra­spor­ta nel suo pre­sen­te, fat­to di tour mondiali e premi. Il che non gli ha im­pe­di­to di ca­de­re nell’au­to­com­mi­se­ra­zio­ne, nei dub­bi e nel pec­ca­to: ve­di te­sti e mu­si­ca po­ten­te, mol­to in­fuen­za­ta dal jazz e dal funk.

Nien­te a che fa­re in­som­ma con il suo­no mor­bi­do del suo de­but­to. È diventato an­che più espli­ci­ta­men­te po­li­ti­co: nel di­sco af­fron­ta la questione raz­zia­le in Ame­ri­ca e la bru­ta­li­tà del­la po­li­zia. «Esci da Comp­ton e de­vi im­pa­ra­re ad ave­re a che fa­re con tut­te que­ste per­so­ne che non so­no di colore come te», spie­ga.

Al­la fne il suo ul­ti­mo la­vo­ro è una sto­ria di «so­prav­vi­ven­za e col­pa» lun­ga qua­si 80 mi­nu­ti, una spe­cie di con­cept al­bum in cui La­mar ha ri­nun­cia­to ai sin­go­li fa­ci­li sen­za pre­oc­cu­par­si del ri­schio di un fal­li­men­to com­mer­cia­le. good kid, m.a.a.d city era al­tret­tan­to den­so di con­te­nu­ti. Il sin­go­lo Swim­ming Pools (Drank) parlava dell’abu­so di al­col, mentre Bit­ch Don’t Kill My Vi­be co­min­cia­va con que­sta dichiarazione: «So­no un pec­ca­to­re che si­cu­ra­men­te com­met­te­rà al­tri pec­ca­ti». «Per mol­ti dei miei fan so­no la co­sa più vi­ci­na a un pre­di­ca­to­re che ab­bia­no mai ascoltato», dice La­mar sdra­ia­to su un divano nel­lo stu­dio di Santa Mo­ni­ca do­ve ha re­gi­stra­to gran par­te del nuo­vo al­bum. «L’ho ca­pi­to do­po aver fat­to il pri­mo tour. I ra­gaz­zi là fuori vi­vo­no se­guen­do la mia mu­si­ca». Poi ag­giun­ge: «An­che se le mie pa­ro­le non sa­ran­no mai for­ti come la pa­ro­la di Dio. Io so­no solo un mes­sag­ge­ro».

«La gente che vi­ve nel ghet­to non ha nes­su­na vo­glia di sen­ti­re pez­zi che par­la­no di spa­ra­to­rie e traf­fi­ci di dro­ga»

Ken­drick La­mar vuo­le pu­ri­f­ca­re l’hip-hop e tra­sfor­mar­lo in un ge­ne­re mu­si­ca­le che af­fon­da le sue radici nel­la real­tà e in par­ti­co­la­re nel­la sua per­so­na­le espe­rien­za di ra­gaz­zo po­ve­ro cre­sciu- to con un pa­dre gang­ster. Un’al­ter­na­ti­va all’im­ma­gi­na­rio crea­to da un cer­to rap mainstream: «Sai be­ne che ti­po di can­zo­ni gi­ra­no adesso», spie­ga. «Piac­cio­no a tutti, ven­do­no pa­rec­chio e fan­no fa­re una mon­ta­gna di sol­di al­le case di­sco­gra­f­che. Ma la gente che dav­ve­ro vi­ve nel ghet­to non ha nes­su­na vo­glia di sen­ti­re pez­zi che par­la­no di spa­ra­to­rie e traf­f­ci di dro­ga, vo­glio­no solo di­men­ti­car­si di tut­ta quel­la mer­da. Inol­tre, se lo fai sem­bra­re sem­pre un gio­co, i ra­gaz­zi­ni in strada pen­se­ran­no che è solo un gio­co e con­ti­nue­ran­no a met­ter­lo in at­to. Io non fac­cio al­tro che mo­stra­re le due facce del­la me­da­glia. È mol­to più di una re­spon­sa­bi­li­tà, è una mis­sio­ne».

Il pun­to è che, se si può met­te­re in di­scus­sio­ne l’ec­ces­si­vo ma­te­ria­li­smo e l’ego smi­su­ra­to di Ka­nye We­st o la po­ca em­pa­tia con gli al­tri di Dra­ke, o per­si­no la sag­gez­za fuo­ri­leg­ge di Tupac Sha­kur ( di cui ha campionato un’intervista in Mor­tal Man), Ken­drick La­mar può di­ven­ta­re un por­ta­vo­ce ac­cet­ta­bi­le del­la sce­na hip-hop. Ol­tre a es­se­re re­li­gio­so, non be­ve, non fu­ma, non va in gi­ro ve­sti­to tut­to fr­ma­to, non ha la pas­sio­ne per i gio­iel­li ed è fdan­za­to da die­ci an­ni con la stes­sa ra­gaz­za che ave­va al li­ceo. «Non mi pia­ce tra­sci­na­re gli al­tri sot­to i ri­fet­to­ri e far­li di­ven­ta­re del­le ce­le­bri­tà se non è quel­lo che vo­glio­no», dice di lei. Nel­la pri­ma traccia di To Pimp a But­ter­fy, pe­rò, si sen­te la vo­ce del gu­ru del funk Geor­ge Clin­ton che su un beat pro­dot­to da Fly­ing Lo­tus dice: «Guar­da­ti den­tro, sei ve­ra­men­te tu quel­lo che ido­la­tra­no?». Nel­le stro­fe suc­ces­si­ve, una più ri­ve­la­tri­ce dell’al­tra, Ken­drick ri­co­no­sce il ri­schio di «usa­re ma­le la pro­pria in­fuen­za su­gli al­tri» e cri­ti­ca se stes­so e il

«la f ama, un a r g om e n to s u

cui non si È m a i a b b a s ta n z a

p r e pa r at i »

po­te­re che gli è ar­ri­va­to ad­dos­so gra­zie al suc­ces­so. In Good Kid, M.A.A.D City era un ado­le­scen­te che an­da­va die­tro al­le ra­gaz­ze e ru­ba­va nel­le case. Adesso il pro­ble­ma è la fa­ma: «Dov’eri quan­do c’era bi­so­gno di te? Dov’è l’ap­pog­gio che tu pre­ten­di da­gli al­tri?», si chie­de nel pez­zo do­po l’omi­ci­dio di un ami­co. «Non sei un fra­tel­lo / non sei un di­sce­po­lo / non sei un ami­co / Un ve­ro ami­co non avreb­be mai la­scia­to Comp­ton per i sol­di».

Ken­drick ora vi­ve in un con­do­mi­nio non lon­ta­no dal suo vec­chio quar­tie­re. Non era pre­pa­ra­to al­la sen­sa­zio­ne di in­cer­tez­za e al­la de­pres­sio­ne che si sca­te­na quan­do vie­ni im­prov­vi­sa­men­te ac­cet­ta­to come por­ta­vo­ce dal­la tua co­mu­ni­tà: «Puoi far­ti rac­con­ta­re tut­to sul­la fa­ma e sul suc­ces­so, ma fn­ché non sei lì e non ve­di che ti­po di per­so­na puoi di­ven­ta­re...», spie­ga ab­bas­san­do la vo­ce. «So che tutti gli ar­ti­sti pen­sa­no la stes­sa co­sa, ma riu­sci­re a far pas­sa­re que­sto con­cet­to at­tra­ver­so un di­sco e far­lo ar­ri­va­re al­la gente nor­ma­le, quel­la che va a la­vo­ra­re ogni gior­no, è la par­te più com­pli­ca­ta, la più dif­f­ci­le. Io vo­glio far­lo ca­pi­re a tutti: ho mes­so la mia ani­ma a nudo in que­sto al­bum. Lo puoi ca­pi­re per­ché pro­vi le stes­se cose, lo stes­so do­lo­re. Po­trà es­se­re di­ver­so dal mio, ma lo sen­ti an­che tu».

«È la per­so­na più sa­na di men­te che co­no­sca», dice di lui il suo ma­na­ger. «È sem­pre cal­mo. Come Gan­d­hi»

Da vi­ci­no, La­mar «è la per­so­na più sa­na di men­te che io co­no­sca», dice Dave Free, presidente dell’eti­chet­ta Top Da­wg En­ter­tain­ment, suo ami­co dai tempi del­la scuo­la e ora suo ma­na­ger. Lui lo pa­ra­go­na ad­di­rit­tu­ra a Gan­d­hi: «È sem­pre cal­mo, non lo ve­drai mai rea­gi­re al­le si­tua­zio­ni in mo­do esa­ge­ra­to».

Ken­drick La­mar è pic­co­lo, me­no di un me­tro e set­tan­ta, si ve­ste in mo­do mol­to po­co ap­pa­ri­scen­te (cappellino da ba­se­ball, ma­gliet­ta gri­gia e jeans) ma si muo­ve come se fos­se mol­to più al­to. Ha una vo­ce gen­ti­le e delicata, sor­ri­de spes­so in mo­do com­pia­ciu­to, ride quan­do vuo­le sot­to­li­nea­re di ave­re det­to una ba­na­li­tà. To Pimp a But­ter­fy rap­pre­sen­ta la sua se­con­da per­so­na­li­tà: ol­tre al pec­ca­to­re col­pe­vo­le c’è il pre­di­ca­to­re di un nuo­vo black po­wer. Il pri­mo fram­men­to di mu­si­ca che si sen­te nel di­sco è il cam­pio­na­men­to di Eve­ry Nig­ger Is a Star di Bo­ris Gar­di­ner, co­lon­na so­no­ra di un flm gia­mai­ca­no de­gli an­ni ’70. Da lì pren­de il via un al­bum fe­ro­ce, sia nei suo­ni sia nei te­sti, con fa­ti jazz suo­na­ti dal vi­vo, tan­to groo­ve soul e le vo­ci di La­lah Ha­tha­way (fglia del leg­gen­da­rio Don­ny Ha­tha­way) e Ro­nald Isley de­gli al­tret­tan­to leg­gen­da­ri Isley Brothers. Mark Spears, pro­dut­to­re co­no­sciu­to come Sou­n­wa­ve, dice che è una mu­si­ca in­fuen­za­ta in egual mi­su­ra da Miles Da­vis e da Dr. Dre: «È ca­ri­ca di rab­bia e fru­stra­zio­ne. Ci so­no tan­ti pro­ble­mi nel mon­do og­gi, e qual­cu­no è fni­to nel di­sco», dice ri­fe­ren­do­si ai re­cen­ti fat­ti di Fer­gu­son.

In King Kun­ta, un pez­zo funk mar­tel­lan­te, Ken­drick si pa­ra­go­na ad Alex Ha­ley, il pro­ta­go­ni­sta di Radici, e dice: «La gente di colore non ac­cet­ta più mor­ti». Un or­go­glio di razza pre­sen­te an­che nel pri­mo sin­go­lo, i, ba­sa­to su un sam­ple de­gli Isley Brothers e con un ri­tor­nel­lo con­ce­pi­to come un gio­io­so ri­tor­no a ca­sa a Comp­ton. The Blac­ker the Ber­ry, in­ve­ce, la­scia sen­za pa­ro­le: «Mi odi, ve­ro?/ Il tuo pia­no è di­strug­ge­re la mia cultura», gri­da pri­ma di guar­dar­si allo spec­chio e at­tac­ca­re se stes­so: «Ipo­cri­ta!».

è il suo la­to pop, gli ha fat­to vincere due Gram­my Award ed è sa­li­to fno al nu­me­ro 39 del­la clas­si­f­ca ame­ri­ca­na. The Blac­ker the Ber­ry è l’op­po­sto, un pez­zo du­ro, ag­gres­si­vo. La­mar pun­ta il di­to con­tro i crimini com­mes­si da­gli afroa­me­ri­ca­ni con­tro al­tri afroa­me­ri­ca­ni e fa con­si­de­ra­zio­ni sull’uc­ci­sio­ne di Mi­chael Brown che han­no scatenato po­le­mi­che: «Una co­sa che non sa­reb­be mai do­vu­ta suc­ce­de­re, ma se non ab­bia­mo ri­spet­to per noi stes­si, come pos­sia­mo aspet­tar­ci che gli al­tri lo ab­bia­no per noi?». È sta­to ac­cu­sa­to di igno­ra­re il raz­zi­smo di­la­gan­te e ha ri­spo­sto: «Par­lo solo per me, que­sta è la mia espe­rien­za». Per quan­to ri­guar­da il te­ma del­la bru­ta­li­tà del­la po­li­zia: «Co­no­sco be­ne la sto­ria, l’or­go­glio ne­ro è una ma­te­ria che a ca­sa mia è sem­pre sta­ta in­se­gna­ta». A 15 an­ni La­mar ha vis­su­to l’espe­rien­za di un’ir­ru­zio­ne in ca­sa da par­te del­la po­li­zia: «So­no sta­to pre­so a cal­ci. Io non par­lo al­la gente che vi­ve nei tran­quil­li sob­bor­ghi re­si­den­zia­li, ma a chi è sta­to tra­sci­na­to fuori dal­la mac­chi­na e si è visto pun­ta­re una pi­sto­la con­tro al­me­no una vol­ta. Fa­re la vit­ti­ma non ha sen­so». Do­po aver vi­si­ta­to la cel­la di Nel­son Man­de­la a Rob­ben Island, Ken­drick ha scel­to di predicare l’unità del­la co­mu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na come ar­ma con­tro l’oppressione. In Hood Po­li­tics, ba­sa­ta su un sam­ple di Su­f­jan Ste­vens, La­mar get­ta un ponte tra “Comp­ton e il Con­gres­so” e poi pa­ra­go­na i po­li­ti­ci ai mem­bri di una gang: “I De­mo-crips e i Re-blood-icans”.

«Vo­glio che il mio di­sco vi fac­cia in­caz­za­re e vi ren­da fe­li­ci, che pro­vo­chi di­sgu­sto e vi fac­cia sen­ti­re a disagio»

An­che la co­per­ti­na di To Pimp a But­ter­fy fa ri­fe­ri­men­to a que­sto. È l’immagine mol­to for­te di un grup­po di afroa­me­ri­ca­ni a tor­so nudo, con in ma­no bot­ti­glie di al­col e maz­zet­te di sol­di. E la Ca­sa Bianca sul­lo sfon­do. «È un mo­do per rap­pre­sen­ta­re la mia vo­glia di pren­de­re tut­te le cose che giu­di­chia­mo sba­glia­te e di por­tar­le con me ver­so un li­vel­lo su­pe­rio­re. Che sia in gi­ro per il mon­do o al­la ce­ri­mo­nia dei Gram­my. Non pos­so cam­bia­re le mie ori­gi­ni e le per­so­ne a cui ten­go di più». I be­ni ma­te­ria­li non han­no mai fat­to pre­sa su di lui, ma «ciò che mi spin­ge è ispi­ra­re e mo­ti­va­re le per­so­ne che non ne han­no mai avu­ti. Pen­so ai ra­gaz­zi in strada e a tutti quel­li che so­no ap­pe­na usci­ti di ga­le­ra». L’al­bum fni­sce con Mor­tal Man, in cui La­mar si fa pro­fe­ta rap: «So­no al­la gui­da di que­sto eser­ci­to, ma la­scia­te spa­zio agli er­ro­ri e al­la de­pres­sio­ne», dice in­vo­can­do lo spi­ri­to di Man­de­la, Huey New­ton, Mar­tin Lu­ther King e Mi­chael Jack­son. «Cre­de­te in me?», chie­de al pub­bli­co, pri­ma di sf­dar­lo: «Quante vol­te ave­te det­to che ave­va­te bi­so­gno di un lea­der e poi lo ave­te la­scia­to mo­ri­re?». Non è un di­sco po­li­ti­co. «È co­rag­gio­so e one­sto, ma è an­che un cd di con­sa­pe­vo­lez­za e ri­fu­to. Vo­glio che vi fac­cia ar­rab­bia­re e che vi ren­da fe­li­ci. Che vi pro­vo­chi di­sgu­sto e vi fac­cia sen­ti­re a disagio».

« L’o r g o g L i o ne­ro È una mat e r i a c h e a c asa mia È s e m p r e s tata

i n s eg n ata » «Io par­lo a chi è sta­to pre­so a cal­ci come me

e si è visto pun­ta­re una pi­sto­la ad­dos­so»

Ken­drick La­mar è na­to 28 an­ni fa a comp­ton, quar­tie­re po­ve­ro, ne­ro e du­ris­si­mo di Los an­ge­les

L’ul­ti­mo al­bum di La­mar, il ter­zo, to Pimp a but­ter­fly, è vo­la­to in ci­ma al­le clas­si­fi­che di mez­zo mon­do

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.