Pre­fe­ri­sco in­vec­chia­re

Nel­la fic­tion e nel­la vi­ta, MARC O D ’ AMO­RE pun­ta a una lun­ga esi­sten­za. Per­ché «la gio­vi­nez­za pas­sa ve­lo­ce e ser­ve a pre­pa­rar­si per quel­lo che ar­ri­ve­rà do­po»

GQ (Italy) - - Cover Story - Te­sto di MAURIZIO CAVERZAN Fo­to di ALES­SAN­DRO GRAS­SA­NI

Che ro­ba, gli at­to­ri. Sol­le­vi la ma­sche­ra dei ruo­li in cui li hai ca­ta­lo­ga­ti e tro­vi tutt’al­tra ma­te­ria. Mar­co D’amo­re, Ci­ro Di Marzio di Go­mor­ra − il 14 e 15 novembre i pri­mi epi­so­di in 300 ci­ne­ma e dal 17 su Sky Atlan­tic − è un ra­gaz­zo sag­gio, mi­te e in­na­mo­ra­to di due co­se: il tea­tro e la sua ter­ra, Na­po­li e Ca­ser­ta. È an­che uno che di­ce che la gio­ven­tù ser­ve a pre­pa­ra­re la vec­chia­ia. Nel­la ter­za sta­gio­ne sie­te ri­ma­sti in due: lei e Gen­ny. «No dài, ci so­no an­che Scia­nel e Pa­tri­zia. E qual­cu­no di nuo­vo ar­ri­ve­rà». Tu sei l’im­mor­ta­le. «Il so­pran­no­me è quel­lo. Una con­dan­na per il mio per­so­nag­gio: l’im­mor­ta­li­tà è il de­si­de­rio di tut­ti ma per lui, con il sen­so di col­pa che si por­ta den­tro, con­ti­nua­re a so­prav­vi­ve­re è dram­ma­ti­co». Con Gen­ny, boss per ge­nea­lo­gia, il dua­li­smo c’è tut­to. «Per Ci­ro non c’è con­san­gui­nei­tà di­ret­ta, al­tra con­dan­na. Ep­pu­re nes­su­no me­glio di lui po­treb­be es­se­re il boss. Sa di es­se­re il mi­glio­re, ma c’è sem­pre qual­cu­no da­van­ti a lui. Nel­la ter­za sta­gio­ne que­sta am­bi­zio­ne si ri­di­men­sio­na ’nu po­co. Ha pa­ga­to uno scot­to trop­po al­to, ha uc­ci­so la mo­glie… Sa­rà in­te­res­san­te ca­pi­re che ruo­lo si ri­ta­glie­rà nei nuo­vi equi­li­bri». Qual è il pre­gio mag­gio­re di Go­mor­ra? «Il pro­fi­lo in­ter­na­zio­na­le. Non ci so­no al­tri pro­get­ti ita­lia­ni, film o se­rie, che ab­bia­no un re­spi­ro co­sì al­to, in gra­do di sca­val­ca­re le re­ti­cen­ze an­glo­fo­ne. E lo di­co a cin­que an­ni dall’ini­zio». Dim­mi tre mo­ti­vi di que­sto suc­ces­so pla­ne­ta­rio. «Il pri­mo è che in ogni set­to­re, non so­lo nel re­par­to ar­ti­sti­co, si cer­ca­no i mi­glio­ri. Il se­con­do è la scel­ta di la­vo­ra­re con più re­gi­sti e sce­neg­gia­to­ri, coin­vol­gen­do­li nel pro­ces­so crea­ti­vo. Il ter­zo è nar­ra­ti­vo: Go­mor­ra è una sto­ria uni­ca, che ac­ca­de a Na­po­li, ma si fa uni­ver­sa­le. Si­tua­zio­ni co­sì esi­sto­no in ogni an­go­lo del mon­do». Chi è Ci­ro Di Marzio? «Un es­se­re uma­no. Noi l’ab­bia­mo co­no­sciu­to ra­gaz­zo, pro­ba­bil­men­te è sta­to un bam­bi­no cui non è sta­ta da­ta pos­si­bi­li­tà di scel­ta. Og­gi è un uo­mo che ha vi­sto sfio­ri­re tut­ta la bel­lez­za del­la gio­ven­tù che ave­va sul vi­so, per­ché ha do­vu­to fa­re i con­ti con il do­lo­re che ha cau­sa­to ne­gli al­tri. E che ora gli punge nel cuo­re». Che cos’è il ma­le per lui? «Fi­no a po­co tem­po fa non ne ave­va nes­su­na per­ce­zio­ne per­ché lo in­flig­ge­va agli al­tri. Ora ne sta pren­den­do co­scien­za. Quel­lo che per noi è chia­ro, per cer­te per­so­ne non lo è. Per chi vi­ve den­tro mi­cro­co­smi co­me que­sti c’è un di­ver­so con­fi­ne tra be­ne e ma­le. Quel­lo di Ci­ro non è un cal­co­lo, ma una di­spe­ra­zio­ne sha­ke­spea­ria­na. Tut­to ciò che re­go­la que­sto rac­con­to è il po­te­re: Ci­ro, co­me gli al­tri, lo met­te da­van­ti ai sen­ti­men­ti. In que­sto sen­so, ci ve­do mol­to di quel­lo che av­vie­ne nel no­stro Pae­se». La ter­za sta­gio­ne è la mi­glio­re del­le tre? «Ne ho il sen­to­re, ma pre­fe­ri­sco dir­lo do­po aver­la vi­sta tut­ta. La pri­ma sta­gio­ne ha rac­con­ta­to il ma­cro­mon­do ca­mor­ri­sta, la se­con­da è sta­ta una di­sce­sa nel­la psi­co­lo­gia dei per­so­nag­gi, la ter­za è una som­ma di que­sti due pro­ces­si. I pro­ta­go­ni­sti so­no sem­pre più in ri­lie­vo e sca­va­ti. E ce n’è uno nuo­vo e im­por­tan­te, che è Na­po­li». È me­no gang­ster mo­vie e più… «Per me è sem­pre un war mo­vie. Ci so­no le ma­ce­rie del­la di­stru­zio­ne, la fa­mi­glia Sa­va­sta­no non esi­ste più, ce n’è una nuo­va che na­sce. È un rac­con­to di ca­ni sciol­ti che ha mol­to a che fa­re con il pre­sen­te». Su­bur­ra, Sot­to co­per­tu­ra, Squa­dra mo­bi­le - Ope­ra­zio­ne Ma­fia Ca­pi­ta­le: Go­mor­ra è mol­to, trop­po, imi­ta­ta? «Ci so­no due co­se da di­re. La pri­ma è che il fa­sci­no ne­ro che of­fre Na­po­li nes­sun al­tro luo­go in Ita­lia rie­sce a ri­pro­por­lo. An­che dal pun­to di vi­sta ar­ti­sti­co: Pao­lo Sor­ren­ti­no, Ma­rio Mar­to­ne, To­ni Ser­vil­lo, i Tea­tri Uni­ti, film co­me In­di­vi­si­bi­li è tut­ta ro­ba che vie­ne da lì. Sa­rà il di­sa­gio che si vi­ve, sa­rà il mo­do di ri­scat­tar­lo... Il se­con­do di­scor­so ri­guar­da Go­mor­ra, un pro­get­to uni­co con il qua­le non è giu­sto fa­re pa­ra­go­ni e che si si­tua den­tro il fi­lo­ne nar­ra­ti­vo del cri­me a li­vel­lo mon­dia­le». Clau­dio Cu­pel­li­ni, che l’ha di­ret­ta al ci­ne­ma e in Go­mor­ra, di­ce che è uno da “buo­na la pri­ma”, che non sba­glia le bat­tu­te nem­me­no in bul­ga­ro (ter­zo epi­so­dio)... «Il mio non è vir­tuo­si­smo, ar­ri­vo pre­pa­ra­to per sop­pe­ri­re al­le mie la­cu­ne». Stu­dia mol­to? «Pa­rec­chio. Mi pia­ce far­lo per­ché se hai l’an­sia del­la bat­tu­ta non rie­sci a far re­spi­ra­re la sce­na, a dar­le li­ber­tà. Poi una cer­ta stra­fot­ten­za mi aiu­ta». La stra­fot­ten­za non si spo­sa con l’umil­tà di stu­dia­re.

«Ma io so­no dei Ge­mel­li, ten­go in­sie­me due ani­me». Sem­pre Cu­pel­li­ni di­ce che, fi­no­ra, dal ci­ne­ma lei ha avu­to mol­to me­no di quan­to me­ri­ta. «So­no in pa­ce con me stes­so. Sin­ce­ra­men­te, non ho gran­di vel­lei­tà co­me in­ter­pre­te, mi in­te­res­sa­no di più le sto­rie. In Brut­ti e cat­ti­vi, seb­be­ne fos­si sta­to il pri­mo at­to­re scel­to, ho in­ter­pre­ta­to un pic­co­lo ruo­lo». Ades­so che film sta gi­ran­do? «Con Vi­ni­cio Mar­chio­ni stia­mo fi­nen­do le ri­pre­se di Dri­ve me ho­me. È una sto­ria di fra­tel­lan­za tra due ami­ci che si ri­tro­va­no do­po mol­ti an­ni ba­sa­ta sull’idea di ca­sa,

«Ab­bia­mo co­no­sciu­to Ci­ro ra­gaz­zo. Og­gi è un uo­mo che ha vi­sto sfio­ri­re tut­ta la bel­lez­za del­la gio­ven­tù sul suo vi­so, per­ché ha do­vu­to fa­re i con­ti con il do­lo­re che ha cau­sa­to ne­gli al­tri. E che ora gli PUNGE nel cuo­re»

te­ma mol­to at­tua­le in un mo­men­to in cui mol­ti gio­va­ni la­scia­no l’ita­lia, e al­tri vi ar­ri­va­no. Il film è un’ope­ra pri­ma di Si­mo­ne Ca­ta­nia, con un bud­get ri­si­ca­tis­si­mo per un road mo­vie in cui si re­ci­ta in cin­que lin­gue. Spe­ria­mo che qual­che fe­sti­val lo pren­da». Te­me che Ci­ro Di Marzio con­di­zio­ne­rà la sua car­rie­ra? «È un pro­ble­ma che non av­ver­to, mi sen­to co­sì di­stan­te da lui… Non vo­le­vo nean­che fa­re il pro­vi­no. Sen­za Stefano Sol­li­ma non sa­rei qui». Lei non si muo­ve da Ca­ser­ta, co­me To­ni Ser­vil­lo. «È la mia scuo­la, ho co­min­cia­to con lui a 18 an­ni. Ogni tan­to ci tro­via­mo al­la Reg­gia. Cam­mi­nia­mo e par­lia­mo di mu­si­ca, di ci­bo. Ra­ra­men­te di la­vo­ro». Cos’al­tro le ha da­to Ser­vil­lo? «Lui è quel­lo che vor­rei di­ven­ta­re. Un uo­mo in­te­res­sa­to a tan­ti am­bi­ti ap­pa­ren­te­men­te di­stan­ti dal no­stro mon­do, e che in­ve­ce ne so­no la lin­fa vi­ta­le. È un mae­stro in­vo­lon­ta­rio. Ri­pe­te di aver im­pa­ra­to fa­cen­do lo spet­ta­to­re, guar­dan­do cen­ti­na­ia di film. Il con­tra­rio di quel­lo che do­mi­na og­gi, la pa­ra­no­ia dei sel­fie: lo scher­mo è gi­ra­to ver­so di noi. Ci fo­to­gra­fia­mo da­van­ti a un gran­de mu­seo, ma in pri­mo pia­no ci sia­mo noi». Chi è Mar­co D’amo­re? «Che do­man­da… Una per­so­na tran­quil­la, me­dia­men­te equi­li­bra­ta, con gran­di so­gni an­che al di là del la­vo­ro». Sen­tia­mo. «Il pri­mo è l’am­bi­zio­ne di la­scia­re un se­gno in que­sto pez­zo di cam­mi­no che mi è da­to co­me uo­mo. La­scia­re una buo­na ere­di­tà uma­na al­la mia fa­mi­glia e ai miei af­fet­ti. Poi so­gno d’in­vec­chia­re». Dav­ve­ro vuo­le in­vec­chia­re? «Quand’era gio­va­ne, Eduar­do De Fi­lip­po si scri­ve­va i ruo­li da vec­chio per­ché, di­ce­va, “la gio­ven­tù pas­se­rà in fret­ta”. Co­sì, a 50 o 60 an­ni avreb­be po­tu­to in­ter­pre­ta­re le sue com­me­die. La ma­tu­ra­zio­ne di un at­to­re ar­ri­va do­po tan­te ore di vo­lo. È co­me se que­sta gio­ven­tù ve­lo­ce fos­se una pre­pa­ra­zio­ne per quel­lo che ver­rà do­po». Non la fa­ce­vo co­sì sag­gio. Co­sa c’era nel­la sua ca­sa di ra­gaz­zo? «Due ge­ni­to­ri ap­pas­sio­na­ti di ci­ne­ma, tea­tro, mu­si­ca. Mio pa­dre ama­va i film ame­ri­ca­ni, mia ma­dre gli au­to­ri ita­lia­ni. Mi han­no fat­to co­no­sce­re Ser­gio Leo­ne, Fran­ce­sco Ro­si, Elio Pe­tri. Tut­to­ra so­no i miei pri­mi cen­so­ri». Per esem­pio, co­sa le di­co­no? «Mia ma­dre spe­ra sem­pre che in­ter­pre­ti una com­me­dia che la fac­cia di­ver­ti­re e la ti­ri su di mo­ra­le. Mio pa­dre scan­da­glia ogni sce­na per piz­zi­car­mi ap­pe­na ec­ce­do e va­do in ove­rac­ting. In­som­ma, ’na rot­tu­ra ». Men­tre il non­no...

«Era un per­so­nag­gio un po’ stra­no. Fa­ce­va l’im­pie­ga­to al­la Sip, ma è riu­sci­to a re­ci­ta­re nel­la com­pa­gnia di Ni­no Ta­ran­to, a fa­re lo spea­ker in Rai, a vin­ce­re La Cor­ri­da al­la ra­dio, a la­vo­ra­re con Ro­si e Nan­ni Loy». Nel­la vi­ta, lei è mai sta­to sfio­ra­to dai clan? «No. Ne­gli An­ni 90 i Ca­sa­le­si ave­va­no in ma­no la cit­tà, ma i miei non mi han­no vie­ta­to la stra­da: lo­ro so­no sta­ti un gran­de fil­tro, un con­tral­ta­re che mi ha pre­ser­va­to». Per lei il tea­tro è sta­to l’al­ter­na­ti­va al cri­mi­ne. Ma se un ra­gaz­zo non ha ta­len­to? Un mec­ca­ni­co o un im­bian­chi­no pos­so­no sfug­gi­re al­la ca­mor­ra? «Se il mec­ca­ni­co e l’im­bian­chi­no ama­no il lo­ro me­stie­re e rie­sco­no a vi­ve­re di quel­lo non c’è pos­si­bi­li­tà che ven­ga­no ab­ba­glia­ti. Il pro­ble­ma si po­ne per chi non rie­sce a por­ta­re avan­ti la sua vi­ta. E co­no­sco qua­si più at­to­ri de­pres­si che im­bian­chi­ni in­sod­di­sfat­ti». Che rap­por­to ha con Ro­ber­to Sa­via­no? «Pri­ma ero un suo let­to­re, ora sia­mo ami­ci. Io fac­cio la par­te di quel­lo sce­mo che man­da mes­sag­gi­ni di­ver­ten­ti pro­van­do ad al­leg­ge­ri­re il ca­ri­co di quel­lo che vi­ve». Al­tri mae­stri esem­pla­ri? «La fre­quen­ta­zio­ne dell’ac­ca­de­mia Pao­lo Gras­si a Mi­la­no. La lun­ga tour­née con La Tri­lo­gia del­la vil­leg­gia­tu­ra di To­ni. Da quan­do ave­vo 18 an­ni vi­vo da no­ma­de». Con­di­zio­ne im­pe­gna­ti­va per chi le sta vi­ci­no. «Ho una com­pa­gna mol­to in­tel­li­gen­te, che co­no­sce i sa­cri­fi­ci ne­ces­sa­ri die­tro a cer­te scel­te. Sa che sen­za il mio la­vo­ro sa­rei un uo­mo spen­to: ab­bia­mo tro­va­to un equi­li­brio per me­ri­to suo, an­che per­ché lei fa un la­vo­ro nor­ma­le e mi aiu­ta a sta­re lon­ta­no dal­la mon­da­ni­tà». Chi so­no i suoi ami­ci? «Quel­li con cui ho con­di­vi­so l’in­fan­zia. Poi ci so­no mio fra­tel­lo, che è il mio al­ter ego, e Fran­ce­sco Ghiac­cio, com­pa­gno del­la Pao­lo Gras­si, mio part­ner in cri­me, co­me di­co­no gli ame­ri­ca­ni». Co­sa fa con lo­ro? Ave­te un ri­to co­mu­ne? «Il cam­bia­men­to del­la mia vi­ta ha pre­giu­di­ca­to an­che la lo­ro. Ora il co­vo è ca­sa mia, una ca­sa mol­to bel­la, do­ve me li ri­tro­vo ogni vol­ta che tor­no. Di­cia­mo che c’è il ri­to dell’at­te­sa». Il film che so­gna di fa­re? «Uno di rac­con­to e di de­nun­cia, che rie­sca a far ri­flet­te­re sul­lo sta­to del Pae­se. At­tra­ver­so una sto­ria pic­co­la vor­rei pro­va­re a ren­de­re in mo­do pa­ra­dig­ma­ti­co il ba­ra­tro in cui sia­mo ca­du­ti. Un po’ co­me ab­bia­mo pro­va­to a fa­re con Un po­sto si­cu­ro, sul­la tra­ge­dia del­la Eter­nit di Ca­sa­le Mon­fer­ra­to». Che cos’è il be­ne, per lei? «Spo­star­si un po’ da sé. Per aiu­ta­re chi ti sta vi­ci­no a de­si­de­ra­re qual­co­sa di di­ver­so».

«Pri­ma ero un let­to­re di RO­BER­TO S A VIANO, ora sia­mo di­ven­ta­ti ami­ci. Io fac­cio la par­te di quel­lo sce­mo che man­da mes­sag­gi­ni di­ver­ten­ti pro­van­do ad al­leg­ge­ri­re il ca­ri­co di quel­lo che vi­ve»

GQITA L I A . I T

Mar­co D’amo­re, 36 an­ni, Ci­ro Di Marzio in Go­mor­ra. Giub­bot­to BRU N E L LO CUCINELLI , T-shirt AMERICAN V I N TAGE, jeans BERWICH, ber­ret­to BLAUER

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