LE AF­FI­NI­TÀ TRA SQUILIBRAT­I, LE HOSTESS SEN­ZA SLIP, L’ONANISMO DI HUGH HEFNER

L’iden­ti­tà ne­bu­lo­sa non è un pro­ble­ma so­lo dei 5Stel­le. Che cos’è il Pd? Boh ( Mar­co Tra­va­glio, Il Fat­to Quo­ti­dia­no, 16 giu­gno 2020)

Il Fatto Quotidiano - - PIAZZA GRANDE - DANIELE LUTTAZZI

IROLLING STO­NES han­no Mick Jag­ger. Il Pd? Nes­su­no, è una ban­da co­mu­na­le. Che suo­na Sa­ti­sfac­tion. I gril­li­ni in­ve­ce so­no i Doors do­po che è mor­to Jim Mor­ri­son. La Le­ga so­no i Je­th­ro Tull. Fra­tel­li d’ita­lia so­no i Via­nel­la. For­za Ita­lia è Frank Si­na­tra. Ren­zi è uno dei tan­ti so­sia di El­vis. Mat­ta­rel­la è Ed Sul­li­van. Ades­so sa­pe­te l’es­sen­zia­le.

PENSIERINI DA FA­SE 3. Mi ca­pi­ta di pen­sa­re a quel­lo che c’era, da­va­mo per scon­ta­to, e non sa­rà più co­me pri­ma. Per esem­pio, i viag­gi in ae­reo. D’ac­cor­do, kis­se­ne. Ma le hostess? Spor­ti­ve, sor­ri­den­ti, ca­li­bra­te, le hostess, le si­re­ne dell’aria, era­no il più ge­nia­le per­fe­zio­na­men­to dell’ae­reo. A vol­te ne in­con­tra­vo qual­cu­na co­sì bel­la che mi ve­ni­va da chie­der­le: “Scu­si, che ae­reo pren­de lei?”. E se mi fos­si az­zar­da­to a far­lo, so­no cer­to che la hostess mi avreb­be da­to una ri­spo­sta gar­ba­ta, da hostess, per­ché fa­ce­va par­te del­la sua pre­pa­ra­zio­ne pro­fes­sio­na­le. Una hostess sa­pe­va di rap­pre­sen­ta­re, per ogni viag­gia­to­re, la spe­ran­za dell’av­ven­tu­ra, la vi­bra­zio­ne di un de­si­de­rio, l’om­bra di un so­gno; al­me­no, per me era co­sì; ma non ho dub­bi che an­che lo­ro sen­tis­se­ro il bi­so­gno di eva­de­re dal pro­prio tran tran: una, su un vo­lo per New York, do­po sei ore che bat­te­vo i pez­zi a una sua col­le­ga mi si se­det­te di fron­te (ero di fian­co al por­tel­lo­ne d’emer­gen­za, più spa­zio per le gam­be) e, guar­dan­do al­tro­ve, al­lar­gò le co­sce: sot­to la stret­ta gon­na d’or­di­nan­za, che il mo­vi­men­to ave­va fat­to ri­sa­li­re, era sen­za slip. Chis­sà co­sa s’era mes­sa in te­sta. L’er­ro­re è spo­sar­le: do­po sei me­si non l’ami più né co­me mo­glie sul­la ter­ra­fer­ma, né co­me hostess nel­la tro­po­sfe­ra. Per­ché il ma­tri­mo­nio in­flui­sce sul­la fi­sio­lo­gia fem­mi­ni­le. Spo­si una don­na, e qual­che tem­po do­po te ne tro­vi a ta­vo­la un’al­tra. Mo­di­fi­ca­zio­ni psi­chi­che, al­te­ra­zio­ni ca­rat­te­ria­li che pos­so­no con­dur­re in tri­bu­na­le. Ma an­che l’uo­mo cam­bia: as­su­me una nuo­va per­so­na­li­tà, non più so­li­da­le con la pri­ma; sei me­si pri­ma era un al­tro uo­mo, con una ta­vo­loz­za tut­ta di­ver­sa di ne­vro­si. I no­stri at­ti di­pen­do­no da una sgan­ghe­ra­tu­ra del­le ghian­do­le: ci si la­scia per stan­chez­za, ci si met­te in­sie­me per­ché in­cu­rio­si­ti da al­tro. È an­che ve­ro che gli squilibrat­i si at­trag­go­no per af­fi­ni­tà. Co­mun­que il tem­po non è mai per­du­to, si im­pa­ra sem­pre qual­co­sa; ma se, do­po di­sav­ven­tu­re ri­pe­tu­te, pen­si, co­me mol­ti, che le don­ne sia­no so­lo del­le gran stron­ze, è per­ché ti sfug­ge il ve­ro se­gre­to fem­mi­ni­le, che è que­sto: le don­ne so­no uo­mi­ni di un al­tro ses­so. Una vol­ta che l’hai ca­pi­to, il più è fat­to.

IE­RI IL PA­PA mi ha te­le­fo­na­to per in­vi­tar­mi a ce­na sa­ba­to pros­si­mo. In­si­ste­va. Gli di­co: “Un at­ti­mo, de­vo con­sul­ta­re la mia agen­da. Sa­ba­to, hai det­to? Mmm, no, quel­la se­ra do­vrò guar­da­re la tv”.

E MEN­TRE TRUMP, in pa­tria, sta com­bat­ten­do una sua guer­ra per­so­na­le con­tro la real­tà, osan­na­to da Ma­ria Gio­van­na Ma­glie e da al­tre crea­tu­re sval­vo­la­te (ie­ri, sull’on­da del “Black Li­ves Mat­ter!”, una ban­die­ra Usa ha bru­cia­to se stes­sa per pro­te­sta), in Me­dio Orien­te l’eser­ci­to Usa si è ri­ti­ra­to dall’af­gha­ni­stan: i Ta­le­ba­ni han­no vin­to. Non è in­cre­di­bi­le? La na­zio­ne con le ar­mi più so­fi­sti­ca­te del mon­do scon­fit­ta da gen­te che non ha an­co­ra il Vhs!

FOR­SE NON TUT­TI SAN­NO CHE. Hugh Hefner era l’edi­to­re di Play­boy, ma per ma­stur­bar­si usa­va Pen­thou­se .

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