IL CAL­CIO SE­CON­DO ARRIGO TOTAL SACCHI

«SAR­RI NEL FU­TU­RO NAPOLI HA VIN­TO ALLEGRI, INSEGUI LA BEL­LEZ­ZA»

La Gazzetta dello Sport - - Da Prima Pagina - IN­TER­VI­STA ESCLU­SI­VA DI LUI­GI GARLANDO

SAR­RI HA GIÀ VIN­TO «Il Napoli è nel fu­tu­ro: qualità e va­lo­ri senza top player. Con Mau­ri­zio si mi­glio­ra»

A MAX MAN­CA UNA CO­SA... «Allegri è uno dei più gran­di tec­ni­ci ita­lia­ni di tut­ti i tem­pi. Però de­ve in­se­gui­re an­che la bel­lez­za»

L’OS­SES­SIO­NE NEL DNA «Io so­no fatto così. Guar­dio­la è co­me me. E pu­re Conte, an­che se sof­fre di tat­ti­ci­smo»

Nell’ele­gan­te stu­dio di Arrigo Sacchi c’è un pal­lo­ne gri­gio au­to­gra­fa­to da Pe­lé, Ma­ra­do­na e Di Stefano. «Vo­le­va fir­mar­lo an­che Bu­tra­gueño, gli ho det­to: pa­ra ti, otro». Non tut­to è per tut­ti.

Nel­la pa­le­stra di ca­sa sfi­la­no le ri­pro­du­zio­ni fe­de­li, in ar­gen­to, del­le due Cop­pe Campioni, re­ga­la­te da Berlusconi, e poi le due In­ter­con­ti­nen­ta­li, due Su­per­cop­pe eu­ro­pee, una ita­lia­na e la Cop­pa Ita­lia, vin­ta co­me di­ret­to­re tec­ni­co del Par­ma. Accanto, è in­cor­ni­cia­to il Milan 1988-89. «La squa­dra più for­te della sto­ria, per tan­ti». La ci­ma della glo­ria. Ma me­ri­ta un chio­do al mu­ro an­che il pri­mo pas­so ver­so la mon­ta­gna. «Fusignano, 2ª ca­te­go­ria. Ave­vo 27 an­ni. Non c’era una li­ra, rac­col­si dei ra­gaz­zi­ni. I di­fen­so­ri cen­tra­li ave­va­no 14-15 an­ni, uno era al­to 1,60. In­con­tram­mo un cen­tra­van­ti che era sta­to in se­rie C. Fi­nì 25 vol­te in fuo­ri­gio­co». Ie­ri Arrigo ha la­vo­ra­to un pa­io d’ore in pa­le­stra per pun­tel­la­re gli ac­ciac­chi: an­ca, gi­noc­chia... Quel­le di Ancelotti sta­va­no peg­gio. «Ave­va den­tro più pla­sti­ca che car­ti­la­gi­ne. Lo chia­ma­va­no Ter­mi­na­tor. Ar­ri­va­to da Ro­ma, gli cer­ti­fi­ca­ro­no un 20% di in­va­li­di­tà. Berlusconi mi dis­se: “Co­me fac­cio a com­prar­lo? A Ro­ma di­co­no: una sola...”. Io gli dis­si: “Pre­si­den­te, se me lo com­pra, vin­co lo scudetto”. Si con­vin­se: “Agli or­di­ni...”. Un grande. Quan­do Car­lo vo­le­va com­pra­re Ne­sta, Gal­lia­ni gli sug­ge­rì: “Dì al pre­si­den­te che ti fa­rà vincere lo scudetto, co­me fe­ce Arrigo con te”. Quan­do fa­ce­va fred­do, Car­lo si scal­da­va il gi­noc­chio con il phon così la pla­sti­ca che si era in­du­ri­ta si scio­glie­va». Nel­lo stu­dio c’è an­che una scar­pa do­ra­ta, do­no di Ancelotti con de­di­ca: «Per quel che è sta­to e per quel che sa­rà». Eva­ni in­ve­ce la de­di­ca l’ha scrit­ta su un li­bro: «Lei era così avan­ti che quan­do si vol­ta­va ve­de­va il fu­tu­ro».

Sia­mo ve­nu­ti a ca­sa del Patriarca, dell’uo­mo che ha por­ta­to il cal­cio nell’era mo­der­na, per una dia­gno­si sul no­stro pal­lo­ne che non sta me­glio del­le gi­noc­chia di Ancelotti.

Sacchi, Juve-Napoli, Ju­veRo­ma, Napoli-In­ter, Juve-In­ter... Brut­te par­ti­te, do­ve­va­no essere lo spot del me­glio. «Qual­che gior­no fa sta­vo ve­den­do una par­ti­ta del Man­che­ster Ci­ty con un ami­co. Gli pro­po­si: “An­dia­mo a far­ci un tè”. E lui: “Ma stan­no gio­can­do”. Gli spie­gai: “Ab­bia­mo già vi­sto tan­te co­se bel­le e ne ve­dre­mo del­le al­tre do­po”. Se a Na­po­liJu­ve star­nu­ti­vi sul gol di Higuain ti eri per­so tut­to. C’è sta­to po­co al­tro».

Perché sia­mo brut­ti?

«Perché sia­mo fer­mi al tat­ti­ci­smo di 70 an­ni fa. Pen­sia­mo so­lo a vincere, non a un cal­cio di co­rag­gio, bel­lez­za, emo­zio­ne. Han­no chie­sto a Capello se ve­des­se del­le no­vi­tà. Ha ri­spo­sto: il ri­tor­no del libero. Ha ragione. Ri­cor­do lo scoz­ze­se Rox­bur­gh, di­ret­to­re tec­ni­co Ue­fa, all’Eu­ro­peo del 2000, do­po la vit­to­ria az­zur­ra sull’Olan­da. Mi dis­se: “Se vince l’Ita­lia, tor­nia­mo in­die­tro di 20 an­ni”».

Se la sua Ita­lia aves­se vin­to il Mon­dia­le del 1994, sa­rem­mo en­tra­ti nel fu­tu­ro?

«No. Il mio Milan ha vin­to tut­to ed è sta­to ce­le­bra­to da tut­ti. Un esem­pio for­te, tra­sci­nan­te, c’era già. Lo ri­pe­to sem­pre agli ami­ci spa­gno­li: a forza di bat­te­re il Real Ma­drid, vi ab­bia­mo in­se­gna­to co­me si fa a giocare... Pri­ma era­no in­di­vi­dua­li­sti an­che lo­ro. An­ni fa sta­vo guar­dan­do una par­ti­ta gio­va­ni­le Ita­lia-Da­ni­mar­ca con Co­sta­cur­ta. Più bra­vi in­di­vi­dual­men­te noi, più squa­dra lo­ro e vin­se­ro. Bil­ly com­men­tò: “Han­no im­pa­ra­to tut­ti da noi, tran­ne che in Ita­lia”. È an­che una que­stio­ne di sto­ria».

Cioè?

«Sia­mo qua­si sem­pre sta­ti con­qui­sta­ti e oc­cu­pa­ti. Ci

A CA­SA DEL MAE­STRO CHE HA REINVENTATO IL GIO­CO, PER UNA DIA­GNO­SI SUL NO­STRO PAL­LO­NE E PER RA­GIO­NA­RE DEI MAS­SI­MI SI­STE­MI. CON L’AIU­TO DI PA­VE­SE, HESSE E MANDELA

sia­mo di­fe­si scap­pan­do e fa­cen­do i fur­bi. Gio­chia­mo a cal­cio co­me in guer­ra: quan­do il ne­mi­co sbaglia, spariamo noi. Il cal­cio è un ri­fles­so della sto­ria e della so­cie­tà: sia­mo un Pae­se vec­chio, in crisi eco­no­mi­ca, cul­tu­ra­le e mo­ra­le, po­ve­ro di idee nuo­ve per cam­bia­re. In Se­rie A ve­do mol­ti grup­pi e po­che squa­dre. Una squa­dra si muo­ve sin­cro­niz­za­ta, com­pat­ta e con­nes­sa. Un grup­po è un insieme di gio­ca­to­ri spar­pa­glia­ti a di­stan­ze ir­re­go­la­ri».

Non sia­mo an­che po­ve­ri di tec­ni­ca in­di­vi­dua­le?

«Ho gi­ra­to uno spot con Boa­teng e Mar­chi­sio. La con­tro­fi­gu­ra, un ra­gaz­zo che fa­ce­va free­sty­le, pal­leg­gia­va me­glio di lo­ro. Ma gio­ca­va so­lo in Pro­mo­zio­ne. Io de­di­ca­vo po­co tem­po al­la tec­ni­ca in­di­vi­dua­le, la al­le­na­vo men­tre edu­ca­vo il gio­co di squa­dra. Se la squa­dra è com­pat­ta e ri­ce­vi pal­la da vi­ci­no al mo­men­to giu­sto, sa­rà an­che più fa­ci­le stop­par­la. Se fai il 60% di pos­ses­so, i tuoi pie­di, a forza di toc­ca­re la pal­la, mi­glio­re­ran­no. In al­le­na­men­to ti ac­cor­ge­vi che la tec­ni­ca in­di­vi­dua­le di Gul­lit era me­dio­cre, ma in par­ti­ta non sba­glia­va nul­la: ave­va tec­ni­ca di gio­co, non da cir­co. Gra­zia­ni un gior­no ci chie­se: “Ma cos’ave­te fatto ad An­ge­lo Colombo? Quan­do era all’Udi­ne­se non mi fa­ce­va un cross giu­sto...”. È sta­to all’uni­ver­si­tà. Ha gio­ca­to un cal­cio crea­ti­vo, ot­ti­mi­sti­co, con la pal­la sem­pre ai pie­di ed è mi­glio­ra­to. Mandela di­ce­va: “Io non per­do mai: o vin­co, o im­pa­ro”. In un cal­cio of­fen­si­vo e ge­ne­ro­so è così».

Non ri­sul­ta però che Van Ba­sten ado­ras­se la tattica.

«Un gior­no mi la­sciò sul­la scri­va­nia un fo­gliet­to: “Mi­ster, fac­cia­mo un par­ti­tel­la li­be­ra!”. Io le fa­ce­vo sem­pre a te­ma. Se la do­me­ni­ca ave­va­mo fatto trop­pi lan­ci, or­di­na­vo so­lo pal­la a ter­ra. Marco pen­sa­va che gli ita­lia­ni aves­se­ro gli anel­li al na­so. Gli spie­gai che quan­do noi vin­ce­va­mo Mon­dia­li, gli olan­de­si era­no an­co­ra sott’ac­qua. Un gior­no con­fes­sò: “Non mi di­ver­to, perché si fa­ti­ca trop­po”. Gli ri­spo­si: “Pri­mo: mai vi­sto vincere senza fa­ti­ca­re. Se­con­do: do­vre­sti di­ver­tir­ti per via tran­si­ti­va, ve­den­do quan­ta gen­te si di­ver­te a guar­dar­ci”». An­che lo Sta­dium si di­ver­te. «Cer­to. La Juve a trat­ti fa gran cal­cio, ma se se­gna, spes­so si fer­ma. La Juve ha una di­ri­gen­za il­lu­mi­na­ta e mi pia­ce­reb­be che smet­tes­se di ri­pe­te­re: la sola co­sa che con­ta è vincere. Allegri è uno dei più gran­di al­le­na­to­ri ita­lia­ni di tut­ti i tem­pi. È bra­vis­si­mo a in­nal­za­re al mas­si­mo la qualità dei suoi. Eroe è chi fa quel­lo che può fa­re, di­ce Ro­mai­ne Rol­land. Max sa ot­te­ne­re una squa­dra di eroi e per que­sto vince. Ma io vor­rei che, ol­tre al­la qualità, in­nal­zas­se an­che i va­lo­ri, cer­cas­se cioè di di­ver­ti­re ed emo­zio­na­re. Non sa­reb­be più so­lo vin­ci­to­re, ma de­gno vin­ci­to­re. Al­tri­men­ti non la­scia idee da ri­cor­da­re, so­lo vit­to­rie».

Al­tro me­ri­to: tie­ne la squa­dra in pu­gno. Ve­di Bo­nuc­ci.

«Gra­zie an­che al so­li­do ap­pog­gio del club. Al pri­mo an­no, do­po la scon­fit­ta al­la se­con­da gior­na­ta in ca­sa con la Fio­ren­ti­na, Van Ba­sten cri­ti­cò e i gior­na­li ci mi­se­ro con­tro. La do­me­ni­ca do­po a Ce­se­na lo ten­ni fuo­ri: “Marco, vi­sto che sai mol­to di cal­cio, sie­di­ti vi­ci­no a me e dam­mi con­si­gli”. Se Berlusconi non mi aves­se ap­pog­gia­to il mio Milan sa­reb­be fi­ni­to lì. Lei ci cre­de all’astro­lo­gia?».

No.

«Nean­ch’io, pri­ma di co­no­sce­re Sil­va­gni, Pro­fes­so­re di Astro­lo­gia a Fusignano. Stu­diò il fu­tu­ro di Van Ba­sten, quan­do ar­ri­vò mi dis­se: si in­for­tu­ne­rà spes­so. Il Pro­fes­so­re si fa­ce­va sep­pel­li­re in spiag­gia e an­da­va per ore in catalessi. Il suo se­gre­ta­rio an­da­va a sve­gliar­lo al­le 5 perché ar­ri­va­va la ma­rea. So­lo che il se­gre­ta­rio gio­ca­va d’az­zar­do. Un gior­no che era al ta­vo­lo, si di­men­ti­cò e ar­ri­vò in spiag­gia ap­pe­na in tem­po ur­lan­do: il pro­fes­so­re è a mol­lo!».

An­che Dybala ha avu­to pro­ble­mi con Max.

«Dybala mi è sem­pre pia­ciu­to. Lo con­si­gliai a Real e Milan e gli chie­si se avrebbe vo­lu­to giocare per l’Ita­lia quan­do la­vo­ra­vo a Co­ver­cia­no. De­ve giocare mez­za­pun­ta e ac­cet­ta­re le pan­chi­ne. Ha ragione Her­man Hesse: l’in­tel­li­gen­za è bene, la pa­zien­za è me­glio».

Un ri­cor­do dell’Avvocato? «Pri­ma di un Juve-Milan vo­le­va sa­lu­ta­re la squa­dra in spo­glia­to­io. Berlusconi mi chie­se se fos­si d’accordo. Ri­spo­si: “Ha grande ca­ri­sma. Non vor­rei che i gio­ca­to­ri ne fos­se­ro in­fluen­za­ti”. Fe­ci usci­re in cam­po la squa­dra un quar­to d’ora pri­ma del suo ar­ri­vo. In spo­glia­to­io tro­vò so­lo me e Berlusconi. Dis­se: “Il Milan è for­te. Spe­ra­vo che voi due po­te­ste ro­vi­nar­lo...”. Quan­do col­la­bo­ra­vo con la Stam­pa, mi leg­ge­va e spes­so chia­ma­va all’al­ba». Non pos­sia­mo di­re però che il Napoli non sia bel­lo.

«No, Sar­ri ha por­ta­to il Napoli già nel fu­tu­ro. Non ha top player ep­pu­re espri­me un gran cal­cio di qualità e va­lo­ri. La con­fer­ma so­no i tan­ti gio­ca­to­ri che so­no mi­glio­ra­ti: Kou­li­ba­ly, Ghou­lam, Mertens, In­si­gne... Lo scudetto sa­reb­be il giu­sto pre­mio al­la bel­lez­za e al­la ge­ne­ro­si­tà. Ma il Napoli non ha le ri­sor­se della Juve che può sot­trar­re i 36 gol di Higuain e in­se­ri­re al­ter­na­ti­ve co­me Cua­dra­do. Co­mun­que va­da, Sar­ri ha già vin­to».

PEN­SIA­MO SO­LO A VINCERE, AL TAT­TI­CI­SMO CO­ME SET­TAN­TA AN­NI FA

A CAL­CIO CO­ME IN GUER­RA: QUAN­DO IL NE­MI­CO SBAGLIA SPARIAMO NOI

SUL­LA FI­LO­SO­FIA DEN­TRO IL NO­STRO CAL­CIO

Al­tri tec­ni­ci nel fu­tu­ro? «Giam­pao­lo, che con­tat­tai per pri­mo, quan­do Fer­ra­ra la­sciò l’Un­der 21 e Ga­spe­ri­ni che ha crea­to una sim­bio­si uni­ca con pro­prie­tà e città. E Di Fran­ce­sco, che è bra­vis­si­mo. Lo­ro sì, gio­ca­no un cal­cio con lo spi­ri­to dei pa­dri fon­da­to­ri: co­rag­gio­so, of­fen­si­vo, ot­ti­mi­sti­co. Ol­tre la tra­di­zio­ne. Co­me pu­re Od­do e De Zer­bi. Ma non è fa­ci­le. Al­la vi­gi­lia di un Mi­la­nNa­po­li mi ri­tro­vai in un ri­sto­ran­te di Mi­la­no con mia mo­glie. C’era­no an­che dei gior­na­li­sti, tra i qua­li Bre­ra. Uno ven­ne al ta­vo­lo a chie­der­mi: “Chi mar­che­rà Ma­ra­do­na? Ab­bia­mo fatto una scom­mes­sa tra noi”. Uno di­ce­va Ba­re­si, un al­tro Tas­sot­ti, un al­tro Gal­li... Mia mo­glie, che non se­gue il cal­cio, mi chie­se: “Ma tu non gio­chi a zo­na?” Se uno non vuol ca­pi­re...».

Di Fran­ce­sco, tra Naing­go­lan e spic­cio­li, ha qual­che problema. «Lo di­ce­vo: il cal­cio è un ri­fles­so della so­cie­tà. Ro­ma è la città più bel­la del mon­do, ma sof­fo­ca­ta dall’im­mon­di­zia. Con­trad­di­zio­ni, pro­ble­mi. Città di­sper­si­va. È difficile vincere. “Uno scudetto a Ro­ma ne va­le die­ci a To­ri­no”, di­ce Capello». IL SUO MILAN

DYBALA E VAN BA­STEN. MA AN­CHE IL GI­NOC­CHIO DI PLA­STI­CA DI ANCELOTTI DA SCIO­GLIE­RE CON IL PHON E UN ASTROLOGO IN CATALESSI SE­POL­TO SOT­TO LA SAB­BIA

Non era di­sper­si­va Ri­mi­ni, ca­pi­ta­le della vi­ta not­tur­na?

«So­lo do­ve abi­ta­vo io c’era­no 8 di­sco­te­che. Il se­gre­to è sce­glie­re l’uo­mo pri­ma del cal­cia­to­re, co­me ho sem­pre fatto. A Ri­mi­ni ave­vo una squa­dra di gio­va­ni e Fro­sio, ex del grande Pe­ru­gia, all’ul­ti­mo an­no che da­va l’esem­pio. Per una set­ti­ma­na in­te­ra ven­ne ad al­le­nar­si con 39 di feb­bre an­che se gli di­ce­vo di sta­re a ca­sa. E così ab­bia­mo fatto bene no­no­stan­te il di­ver­ti­men­ti­fi­cio. A ini­zio stagione Galeone ave­va pro­fe­tiz­za­to: “Una squa­dra pro­mos­sa in B c’è già, la mia Spal. Una re­tro­ces­sa di si­cu­ro pu­re, il Ri­mi­ni”. In­ve­ce noi ar­ri­vam­mo quar­ti e lo­ro quat­tor­di­ce­si­mi. E quan­do ven­ne­ro a Ri­mi­ni gli tap­pez­zam­mo lo spo­glia­to­io col gior­na­le di quell’in­ter­vi­sta».

La La­zio?

«Gioca be­nis­si­mo: leg­ge­rez­za e buo­ne idee. Non co­no­sce tat­ti­ci­smo, per­ciò di­ver­te in trasferta co­me in ca­sa. Ho te­le­fo­na­to a Ta­re per com­pli­men­tar­mi: ve­de gio­ca­to­ri co­me po­chi».

L’In­ter?

«Se il tuo mi­glior gio­ca­to­re, Icar­di, ri­ce­ve me­no pal­lo­ni de­gli al­tri, c’è un problema. A Bag­gio, che fa­ti­ca­va a en­tu­sia­smar­si per il no­stro gio­co, pro­met­te­vo: “Tu toc­chi 30-40 pal­lo­ni a par­ti­ta. Con noi ne gio­che­rai 100”. L’In­ter ha gran­di mar­gi­ni di cre­sci­ta, quan­do il gio­co mi­glio­re­rà».

Il Milan fa ve­ni­re «mal di sto­ma­co» an­che a lei?

«È un’in­co­gni­ta in tut­to. È stata fat­ta una cam­pa­gna ac­qui­sti sba­lor­di­ti­va, ma è sta­to mes­so il gio­co al cen­tro del pro­get­to? È stata va­lu­ta­ta la pro­fes­sio­na­li­tà e la com­pa­ti­bi­li­tà dei pre­scel­ti? So­no adat­ti al gio­co? Gat­tu­so ha ri­ce­vu­to una pa­ta­ta bol­len­te, ma sa ti­ra­re fuo­ri il me­glio da ognu­no».

Il pri­mo con­trat­to al Milan lo fir­mò in bian­co, giu­sto?

«Sì e pre­si me­no che al Par­ma. Ma al se­con­do an­no me lo rad­dop­pia­ro­no per lo scudetto. Poi mi chia­ma­ro­no e mi spie­ga­ro­no: “Non pos­sia­mo rad­dop­pia­re ogni an­no. An­che perché lo scudetto or­mai è per­so e la Cop­pa Campioni è dura da vincere...”. C’era una bel­la dif­fe­ren­za tra quel­lo che of­fri­va­no e quel­lo che chie­de­vo io. Al­lo­ra pro­po­si: “Ok, se non vin­cia­mo la cop­pa pren­do quel­lo che mi da­te, ma se vin­cia­mo la Cop­pa Campioni, tri­pli­ca­te la dif­fe­ren­za che c’è ora”. Quan­do mi ab­brac­ciò in cam­po a Bar­cel­lo­na, do­po la fi­na­le, Berlusconi mi dis­se: “Mai sta­to così fe­li­ce di pa­ga­re dei sol­di...”».

Co­me so­no na­ti i prin­ci­pi ri­vo­lu­zio­na­ri di quel Milan?

«Da me stes­so, da co­me so­no. Quan­do va­do in bici e in­con­tro una di­sce­sa ripida, vol­to la bici e fac­cio la sa­li­ta. Per me è sem­pre sta­to tut­to una sfi­da. Di­ce­va­no: bra­vo quel Sacchi, ma vince so­lo con i gio­va­ni...; poi: ma vince so­lo in C, poi ma vince so­lo in B... Sem­pre una sfi­da. Pa­ve­se ha scrit­to: “Non c’è ar­te senza os­ses­sio­ne”. Per me il cal­cio è sem­pre sta­to os­ses­sio­ne, ri­cer­ca con­ti­nua del mas­si­mo, della bel­lez­za. Pen­sa­vo che lo spet­ta­co­lo del gio­co aiu­tas­se e am­pli­fi­cas­se la vit­to­ria. Senza os­ses­sio­ne non c’è evo­lu­zio­ne. Guar­dio­la ha os­ses­sio­ne, an­che Conte, ma sof­fre di tat­ti­ci­smo. Da pic­co­lo ti­fo­so dell’In­ter am­mi­ra­vo il grande Real Ma­drid. A 8 an­ni scap­pai di ca­sa per ve­de­re la fi­na­le del Mon­dia­le del ’54 in uno dei po­chi te­le­vi­so­ri del pae­se. Mio pa­dre, sa­pen­do la mia pas­sio­ne, mi ri­tro­vò su­bi­to. Mia ma­dre più che dal­la fu­ga fu sor­pre­sa che ti­fas­si per la grande Ungheria: “Stai con i co­mu­ni­sti?” Que­gli squa­dro­ni e poi il grande Ajax mi gon­fia­va­no il cuo­re e le idee. Quan­do ar­ri­vai a Mi­la­no, in Piaz­za­le Lotto, da do­ve poi il pull­man ci por­ta­va a Mi­la­nel­lo os­ser­va­vo i mi­la­ne­si che cam­mi­na­va­no tut­ti di fret­ta e pen­sa­vo: qui sa­rà fa­ci­le in­se­gna­re pres­sing. Ho sem­pre da­to tut­to me stes­so con os­ses­sio­ne e al­la fi­ne mi so­no svuo­ta­to. Tor­nai al Par­ma per po­che par­ti­te, vin­cem­mo a Ve­ro­na, ma non pro­vai la mi­ni­ma sod­di­sfa­zio­ne. Ero vuo­to, ave­vo da­to tut­to. Te­le­fo­nai a mia mo­glie e le dis­si che tor­na­vo a ca­sa. An­dai da uno psi­co­lo­go a Bo­lo­gna e gli chie­si se fos­se nor­ma­le la rea­zio­ne di Ve­ro­na. Mi ri­spo­se: “Non è nor­ma­le tut­to quel­lo che ha fatto pri­ma”».

Co­me cam­bie­reb­be oggi quel Milan?

«A Ba­re­si di­ce­vo sem­pre: “Fran­co, sap­pi che ogni tuo lan­cio mi dà un di­spia­ce­re”. Ecco oggi avrem­mo an­co­ra di più l’esi­gen­za di re­sta­re cor­ti e com­pat­ti, ti­po Napoli. E di gua­da­gna­re tem­pi di gio­co. Se quan­do Mal­di­ni avan­za­va, Eva­ni gli ve­ni­va in­con­tro. Ora di­rei a Eva­ni di ta­glia­re in mez­zo. E tan­tis­si­me al­tre co­se».

E co­me si po­treb­be spin­ge­re il cal­cio ita­lia­no nel fu­tu­ro?

«Il Real da so­lo in­ve­ste nel vi­va­io quan­to tut­ti i club d’Ita­lia. Che il Su­per­cor­so sia sta­to ri­dot­to a 32 gior­ni è un in­sul­to al­la cul­tu­ra. In Spa­gna dura un an­no e mez­zo. Apri­re cen­tri di for­ma­zio­ne per i tec­ni­ci dei va­ri set­to­ri gio­va­ni­li. Por­ta­re avan­ti ciò che ab­bia­mo fatto a Co­ver­cia­no, a co­min­cia­re dall’at­ten­zio­ne al­la edu­ca­zio­ne. Io spie­ga­vo: “Non so se for­me­re­mo buo­ni gio­ca­to­ri, di si­cu­ro uo­mi­ni mi­glio­ri”. Edu­ca­re i ra­gaz­zi a cer­ca­re le vit­to­rie di squa­dra in un Pae­se di in­di­vi­dua­li­sti. Ab­bia­mo au­men­ta­to del 30-40% gli in­con­tri in­ter­na­zio­na­li per fa­vo­ri­re il con­fron­to e la cre­sci­ta».

La Var?

«Ecco. So­no sta­to pia­ce­vol­men­te sor­pre­so dal­la no­stra spe­ri­men­ta­zio­ne: fi­nal­men­te ab­bia­mo pre­ce­du­to gli al­tri in qual­co­sa. Ora bi­so­gna vi­gi­la­re che la pau­ra di per­de­re pri­vi­le­gi e la pre­sun­zio­ne di qual­che ar­bi­tro non gua­sti tut­to».

Tra i tan­ti li­bri sul cal­cio e tra i qua­der­ni ad anel­li in cui con­ser­va i se­gre­ti più in­ti­mi del suo Milan leg­gen­da­rio, il Patriarca ha un vo­ca­bo­la­rio mon­dia­le del cal­cio. «Le so­le vo­ci ita­lia­ne so­no ca­te­nac­cio e libero». Ol­tre il ve­tro della fi­ne­stra ci se­gna­la con or­go­glio una quer­cia («che ave­va già 40 an­ni quan­do la pian­tai l’an­no della pri­ma Cop­pa In­ter­con­ti­nen­ta­le»), un lec­cio di 90 an­ni e un ba­go­la­ro di 100. A pre­si­dia­re il giar­di­no dell’allenatore che ha in­ven­ta­to il fu­tu­ro, ci so­no tre al­be­ri dal­le ra­di­ci se­co­la­ri, mae­sto­si co­me Tas­sot­ti, Ba­re­si e Mal­di­ni. Ap­pe­na ol­tre il can­cel­lo ver­de, un uo­mo che porta un ca­ne al guin­za­glio sa­lu­ta: «Ciao Arrigo». Arrigo ri­cam­bia e, crea­te­si le op­por­tu­ne di­stan­ze, spie­ga: «Quel signore gio­ca­va bene da ra­gaz­zo. Lo vo­le­vo nel mio Fusignano. Ma ci chie­de­va 60 mi­la li­re e non po­te­va­mo per­met­ter­ce­lo. An­dò al Sant’Al­ber­ta, la più for­te. Però al­la pri­ma di cam­pio­na­to li ab­bia­mo bat­tu­ti».

Non c’è ar­te senza os­ses­sio­ne.

LO SCHERZO A GALEONE , IL CON­TRAT­TO DI BERLUSCONI, LA FU­GA PER L’UNGHERIA, I DISPIACERI DI BA­RE­SI

«SE IN­CON­TRO UNA DI­SCE­SA RIPIDA, VOL­TO LA BICI E FAC­CIO LA SA­LI­TA. TUT­TA LA VI­TA COSÌ: UNA SFI­DA»

1 ● 1 Arrigo Sacchi, 71, con Marco van Ba­sten do­po la vit­to­ria nel­la Cop­pa Campioni 1989 ● 2 Con Van Ba­sten, Ba­re­si, Berlusconi e Gul­lit do­po il bis nel 1990 ● 3 Con Adria­no Gal­lia­ni AP-OLYCOM

OLYMPIA-BOZZANI

1 ● 1 Sacchi e la fa­mo­sa so­sti­tu­zio­ne di Bag­gio a Usa 1994 ● 2 Con­so­la Ba­re­si in la­cri­me do­po la scon­fit­ta in fi­na­le ai ri­go­ri con­tro il Bra­si­le

● 3 Du­ran­te una vi­si­ta in Gaz­zet­ta ● 4 A Sa­ra­je­vo con­tro la Bo­snia: ul­ti­ma sua par­ti­ta in Na­zio­na­le ● 5 Nel «suo» San Si­ro

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IL CAL­CIO RI­FLET­TE LA SO­CIE­TÀ. RO­MA È BEL­LA MA PIE­NA D’IM­MON­DI­ZIA

SUL­LA RO­MA

E LE SUE DIF­FI­COL­TÀ

MAX VINCE. MA SE ALZERÀ I VA­LO­RI, DI­VEN­TE­RÀ UN DE­GNO VIN­CI­TO­RE

SU MAS­SI­MI­LIA­NO ALLEGRI ALLENATORE JU­VEN­TUS

AP-LIVERANI

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● 1 Arrigo Sacchi as­sie­me a Emi­lio Bu­tra­gueño ai tem­pi del Real Ma­drid: Flo­ren­ti­no Pe­rez lo no­mi­nò di­ret­to­re dell’area tec­ni­ca nel di­cem­bre 2004. Un an­no do­po se ne an­dò ● 2 La grande fe­sta a Co­mo per lo scudetto del Milan nel­la stagione 1987-1988 ● 3 Sacchi quan­do era all’Atle­ti­co Ma­drid, do­ve è sta­to per set­te me­si

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SE ICAR­DI, IL MI­GLIO­RE, RI­CE­VE PO­CHI PAL­LO­NI C’È UN PROBLEMA

SULL’IN­TER

DI LU­CIA­NO SPAL­LET­TI

GIOCA BE­NIS­SI­MO. LEG­GE­REZ­ZA E IDEE. CHE BRA­VO TA­RE... GLI HO TE­LE­FO­NA­TO

SUL­LA LA­ZIO

DI SI­MO­NE IN­ZA­GHI

IL GIO­CO È CEN­TRO DEL PRO­GET­TO? BEL­LA PA­TA­TA BOL­LEN­TE, RINO...

SUL MILAN

DI RINO GAT­TU­SO

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