Ri­cor­do d’in­fan­zia

Con il su­go fat­to con gli avan­zi, gli gnoc­chi han­no una mar­cia in più.

Style - - SOMMARIO - di Al­lan Bay - fo­to di Fe­de­ri­co Mi­let­to - sty­ling di Ve­ro­ni­ca Lea­li

Le scuo­le ele­men­ta­ri le ho fat­te in una scuo­la pub­bli­ca spe­ri­men­ta­le che si chia­ma­va, an­zi si chia­ma vi­sto che c’è an­co­ra, La Rin­no­va­ta e si tro­va a Milano ac­can­to al pon­te del­la Ghi­sol­fa. Si en­tra­va al­le ot­to e si usci­va al­le 16.30, quin­di si man­gia­va a scuo­la. Con le ra­gaz­ze e i ra­gaz­zi di quar­ta e quin­ta che da­va­no una ma­no a por­zio­na­re i piat­ti, co­sa che da­va lo­ro un gran­de po­te­re: po­te­va­no au­men­ta­re o di­mi­nui­re le do­si ad ami­ci e ne­mi­ci. Si do­ve­va man­gia­re tut­to, era di pram­ma­ti­ca. Ri­cor­di di ci­bo? Qual­cu­no, net­tis­si­mo. Un gior­no cer­ca­ro­no di pro­pi­nar­ci ri­so e lat­te, scop­piò uno spon­ta­neo scio­pe­ro, tut­ti i bam­bi­ni una­ni­me­men­te si­len­ti a brac­cia in­cro­cia­te: non ci pro­va­ro­no più e da al­lo­ra non ho mai vo­lu­to man­giar­lo. Il ve­ner­dì c’era il pa­lom­bo al po­mo­do­ro: non lo ama­vo, ci ho mes­so de­cen­ni a fa­re la pa­ce con que­sto pe­sce.

Il lu­ne­dì c’era in­ve­ce il piat­to più amato: gli gnoc­chi al po­mo­do­ro. Pia­ce­va­no a tut­ti. E ha sem­pre con­ti­nua­to a pia­cer­mi, an­che a ca­sa. Di­ven­ne pre­sto uno dei miei com­fort food e lo è an­co­ra.

Pre­ci­so. In ca­sa ci si nu­tri­va di ri­so e ri­so (la mia fa­mi­glia è per tre quar­ti pie­mon­te­se, il non­no na­po­le­ta­no era mor­to pri­ma che io na­sces­si e la ta­ta era pa­ve­se), men­tre la pa­sta fre­sca era vir­tual­men­te as­sen­te e quel­la sec­ca c’era so­lo ogni tan­to. L’uni­ca pri­mo che in­ter­rom­pe­va la lun­ga li­nea gri­gia era­no gli gnoc­chi. Quin­di se il ri­so è il Dio Pa­dre del ci­bo, per me gli gnoc­chi so­no la pas­sio­ne.

Era­no pro­po­sti in ca­sa sia col po­mo­do­ro sia con i più di­spa­ra­ti su­ghi. Se avan­za­va qual­che se­con­do piat­to dal gior­no pri­ma, il gior­no do­po era uso smi­nuz­zar­lo, se ne­ces­sa­rio aro­ma­tiz­zar­lo con al­tro e usar­lo co­me su­go per gli gnoc­chi. È una co­sa che con­ti­nuo a fa­re, più che mai og­gi che ese­guo tan­ti piat­ti da fo­to­gra­fa­re: do­po le fo­to, se è il ca­so, li ab­bat­to a tre gra­di o a -20° per sa­ni­fi­car­li, li met­to sot­to­vuo­to, li con­ser­vo in fri­go­ri­fe­ro o in free­zer e poi di­ven­te­ran­no un su­go per gnoc­chi (e a vol­te an­che per po­len­ta o per ri­sot­to).

Con­ti­nuo ad amar­li, og­gi più che mai che so­no al­la so­glia dei 70 an­ni. Mi piac­cio­no sem­pre con il su­go «di avan­zi», al­tri­men­ti dei 400 (è un nu­me­ro ve­ro, con­ta­ti) su­ghi che co­no­sco i più get­to­na­ti so­no col gor­gon­zo­la, che è il for­mag­gio che mi pia­ce di più (li amo tut­ti ma nes­su­no quan­to lui).

Ah, pre­ci­sia­mo: io stra­ve­do per gli gnoc­chi di pa­ta­te. Lo so, ne esi­sto­no un sac­co di va­rian­ti: di se­mo­li­no, di zuc­ca, di fa­ri­na, fat­ti col pa­ne raf­fer­mo, quel­li al­la pa­ri­gi­na e al­tri, tut­ti buo­ni, sia chia­ro, ma quel­li di pa­ta­te han­no una mar­cia in più.

An­dy Gar­cia e So­fia Cop­po­la im­pa­sta­no gli gnoc­chi in una sce­na d’amo­re proi­bi­to ne Il pa­dri­no par­te III.

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