QUAN­DO HO VI­STO LA PRI­MA BAR­BA HIP­STER

Vanity Fair (Italy) - - Vanity Fuori Dal Buio - di E NR I C A B R O C A R D O

No­ve an­ni rin­chiu­sa in ca­sa da una ma­lat­tia che non le per­met­te­va di espor­si al­la lu­ce. La ri­cer­ca di una te­ra­pia, un mi­glio­ra­men­to in­spe­ra­to e la vi­ta che ri­co­min­cia. AN­NA LYNDSEY ci ha rac­con­ta­to la lot­ta con­tro l’in­cre­du­li­tà del­la gen­te, gli ami­ci che spa­ri­va­no, il ma­ri­to che re­sta­va, il pia­ce­re di un caf è. E di una ten­da inal­men­te ti­ra­ta

In­dos­sa un com­ple­to di vel­lu­to a co­sti­ne co­lor vi­nac­cia, la gon­na lun­ga, sva­sa­ta, e un cap­pel­lo coor­di­na­to. Nell’in­sie­me, mi ri­cor­da lo sti­le Hol­ly Hob­bie, quel­le gu­ri­ne ro­man­ti­che che mi pia­ce­va­no tan­to quan­do ero bam­bi­na. Mi ha ap­pe­na aper­to la por­ta di ca­sa, una vil­let­ta nell’Hamp­shi­re, a un’ora cir­ca da Lon­dra. Per al­cu­ni se­con­di ci guar­dia­mo in si­len­zio, im­mo­bi­li, co­me in una sor­ta di fer­mo im­ma­gi­ne, il mio cer­vel­lo che com­bat­te con due idee in­con­ci­lia­bi­li: que­sta non può es­se­re An­na, ep­pu­re non può che es­se­re lei. Nel suo li­bro, La ra­gaz­za del buio, si de­scri­ve nei mi­ni­mi det­ta­gli: i ca­pel­li mos­si, gli oc­chia­li ova­li, la car­na­gio­ne dia­fa­na, il cor­po sot­ti­le. Ma la sto­ria che rac­con­ta, la sua, è quel­la di una gio­va­ne don­na co­stret­ta a vi­ve­re nell’oscu­ri­tà per via di una ra­ra e gra­vis­si­ma in­tol­le­ran­za al­la lu­ce. Le istru­zio­ni che mi era­no ar­ri­va­te via email con­fer­ma­va­no la ne­ces­si­tà di te­ne­re lon­ta­na an­che la mi­ni­ma fon­te di il­lu­mi­na­zio­ne: cel­lu­la­re e com­pu­ter do­ve­va­no es­se­re la­scia­ti fuo­ri. Mi por­ge la ma­no. Ci pre­sen­tia­mo. Chie­do scu­sa per la mia esi­ta­zio­ne. «Lei è la pri­ma gior­na­li­sta a cui apro la por­ta», di­ce, o ren­do­mi un’at­te­nuan­te ac­com­pa­gna­ta da un sor­ri­so. An­na Lyndsey è uno pseu­do­ni­mo. Il ve­ro no­me pre­fe­ri­sce che ri­man­ga se­gre­to per que­stio­ni di ri­ser­va­tez­za. Ma, a par­te que­sto det­ta­glio, tut­to il re­sto è ve­ro. A co­min­cia­re da quel­lo che non può es­ser­ci scrit­to per­ché è ac­ca­du­to do­po la pub­bli­ca­zio­ne.

Do­po no­ve an­ni tra­scor­si per lo più al buio, e do­po aver pro­va­to qua­lun­que co­sa per uscir­ne, è suc­ces­so un fat­to in­cre­di­bi­le. La mo­glie di un mio ami­co ave­va ni­to il trai­ning per di­ven­ta­re nu­tri­zio­ni­sta e cer­ca­va clien­ti. Le ho fat­to ave­re i re­fer­ti, le ana­li­si, la sto­ria com­ple­ta del­la mia ma­lat­tia. Lei ha stu­dia­to tut­to con gran­de at­ten­zio­ne ed è giun­ta al­la con­clu­sio­ne che il mio pro­ble­ma era do­vu­to a una gra­vis­si­ma in­tol­le­ran­za all’ista­mi­na». Co­sì, le ha pre­scrit­to una die­ta e al­cu­ni in­te­gra­to­ri. «Len­ta­men­te ho ini­zia­to a sta­re me­glio. Fi­no al pun­to che, l’esta­te scor­sa, ho co­min­cia­to a po­ter usci­re du­ran­te il gior­no. Per ora, so­lo quan­do il tem­po è nu­vo­lo­so». Sia­mo se­du­te al pia­no ter­ra, in sog­gior­no, una lu­ce gri­gia­stra ltra dal­le ne­stre, le ten­de so­no par­zial­men­te aper­te. Il suo mo­do di ra­gio­na­re e di par­la­re è ar­ti­co­la­to e pro­fon­do, pro­prio co­me il suo li­bro, un rac­con­to non cro­no­lo­gi­co del­la sua vi­ta nell’oscu­ri­tà: ca­pi­to­li di­vi­si per te­mi, in­fram­mez­za­ti da re­so­con­ti di so­gni e da un ca­ta­lo­go di gio­chi men­ta­li, uno dei suoi po­chi pas­sa­tem­pi in­sie­me agli au­dio­li­bri e agli eser­ci­zi di Pi­la­tes quan­do l’ag­gra­var­si del­le sue con­di­zio­ni di sa­lu­te la co­strin­ge­va a rin­chiu­der­si in una stan­za com­ple­ta­men­te buia del­la ca­sa. La vo­ce, qua­si in­fan­ti­le, si fa acu­ta quan­do l’emo­zio­ne o la fe­li­ci­tà del mo­men­to pren­do­no il so­prav­ven­to.

Èil 2005, An­na ha una vi­ta nor­mal­men­te fe­li­ce, un buon la­vo­ro, un ap­par­ta­men­to a Lon­dra, pia­ni per il fu­tu­ro, un dan­za­to, Pe­te, che nel frat­tem­po è di­ven­ta­to suo ma­ri­to. Im­prov­vi­sa­men­te, lo scher­mo del com­pu­ter co­min­cia a dar­le fa­sti­dio, una sen­sa­zio­ne di bru­cio­re al vi­so che cer­ca di man­dar via pun­tan­do­si ad­dos­so un ven­ti­la­to­re. Fi­no a che il do­lo­re di­ven­ta in­tol­le­ra­bi­le e, man ma­no, sem­pre peg­gio: la sen­si­bi­li­tà al­la lu­ce si esten­de a tut­to il cor­po, nep­pu­re i ve­sti­ti rie­sco­no più a pro­teg­ger­la. Quel­lo che se­gue è un’al­ter­nan­za tra peg­gio­ra­men­ti e pe­rio­di di lie­ve mi­glio­ra­men­to du­ran­te i qua­li le è con­sen­ti­to usci­re po­co pri­ma del tra­mon­to ma sem­pre co­per­ta da stra­ti di ve­sti­ti. Uno dei ca­pi­to­li del li­bro è de­di­ca­to al­le te­ra­pie al­le qua­li è ri­cor­sa, dal­la me­di­ci­na tra­di­zio­na­le al­la me­di­ta­zio­ne. È una del­le par­ti più di­ver­ten­ti. An­che ades­so che ne par­lia­mo, mi strap­pa una ri­sa­ta quan­do di­ce: «Ho pro­va­to tut­to. Non ho fat­to di­scri­mi­na­zio­ni». Tor­nia­mo a par­la­re del pre­sen­te. «So­no an­da­ta in un ca è con mio ma­ri­to. È sta­to in­cre­di­bi­le tro­var­mi in mez­zo a tut­te quel­le per­so­ne. Ho vi­sto la mia pri­ma bar­ba hip­ster. È mol­to di moda fra i gio­va­ni in­gle­si e ri­cor­da­vo di aver­ne let­to su una ri­vi­sta. Mi so­no let­te­ral­men­te mes­sa a ur­la­re: “Pe­te, guar­da!”. De­vo­no aver pen­sa­to che fos­si un ti­po piut­to­sto biz­zar­ro».

Da al­lo­ra, è riu­sci­ta an­che ad an­da­re a fa­re shop­ping in qual­che pic­co­lo ne­go­zio. «Nei cen­tri com­mer­cia­li l’il­lu­mi­na­zio­ne è trop­po for­te». Le chie­do che co­sa ab­bia com­pra­to. «Al­cu­ni re­ga­li e lac­ci per le scar­pe». Lo di­ce con un’espres­sio­ne de­li­zia­ta.

La stan­za buia esi­ste an­co­ra. «Ci tor­no per da­re sol­lie­vo al­la pel­le una o due vol­te al gior­no. Ed è lì che dor­mo. La di eren­za è che og­gi, se vo­glio, pos­so apri­re le ten­de». Fa una lun­ga pau­sa quan­do le chie­do che co­sa pro­vi guar­dan­do in­die­tro. «È co­me se la mia men­te stes­se cer­can­do di ri­muo­ve­re quel pe­rio­do. Co­me se stes­si ri­co­min­cian­do la mia vi­ta dal mo­men­to in cui si era “fer­ma­ta”. Pen­so che il cer­vel­lo ten­da na­tu­ral­men­te a can­cel­la­re le espe­rien­ze do­lo­ro­se». Do­po co­la­zio­ne le può ca­pi­ta­re di fa­re al­cu­ni gra­di­ni per an­da­re di so­pra e ave­re l’im­pres­sio­ne di es­se­re ri­suc­chia­ta in­die­tro al tem­po in cui «sa­li­re quel­la sca­la si­gni ca­va che l’uni­ca co­sa che mi at­ten­de­va era l’oscu­ri­tà. L’al­tro gior­no ho ri­tro­va­to al­cu­ni ve­sti­ti che non met­te­vo da die­ci an­ni. Li ho pro­va­ti ed è sta­to co­me rin­dos­sa­re me stes­sa. Ho ri­mes­so i pie­di in un mio vec­chio pa­io di scar­pe ro­sa e ho avu­to l’im­pres­sio­ne di tor­na­re in­die­tro: all’im­prov­vi­so ave­vo di nuo­vo 34 an­ni. “Pos­so es­se­re an­co­ra quel­la per­so­na? Do­vrei pro­cu­rar­mi abi­ti più adat­ti al­la mia età?”. Tra le va­rie co­se che ho per­so, ci so­no i miei trent’an­ni».

I n que­sta ca­sa, un tem­po so­lo di Pe­te, An­na si è tra­sfe­ri­ta quan­do le sue con­di­zio­ni si so­no ag­gra­va­te tan­to da non po­ter più vi­ve­re da so­la. «All’epo­ca ave­va­mo in pro­gram­ma di ave­re bam­bi­ni. Ov­via­men­te ab­bia­mo do­vu­to ri­nun­cia­re. La co­sa più tri­ste di quel­lo che mi è suc­ces­so è che pro­ba­bil­men­te og­gi è trop­po tar­di». Nel li­bro rac­con­ta di co­me lui le sia sta­to sem­pre vi­ci­no. «Non cre­do che sa­rei so­prav­vis­su­ta sen­za Pe­te. Era co­me se istin­ti­va­men­te sa­pes­se di che co­sa ave­vo bi­so­gno. Se pian­ge­vo nel cuo­re del­la not­te, ri­pe­ten­do­gli: “Non ce la fac­cio, non ci rie­sco, vo­glio uc­ci­der­mi”, mi strin­ge­va a sé. “No, no, no. Non vo­glio”. Poi fa­ce­va una bat­tu­ta, di­ce­va qual­co­sa di bu o, ab­ba­stan­za da di­strar­mi dai miei pia­ni di sui­ci­dio. In quel pe­rio­do ab­bia­mo svi­lup­pa­to l’abi­tu­di­ne di rac­con­tar­ci sto­rie: lui, che po­te­va an­da­re fuo­ri nel mon­do, mi de­scri­ve­va le sue espe­rien­ze co­sì da dar­mi la sen­sa­zio­ne di aver­lo ac­com­pa­gna­to. Men­tre io cer­ca­vo di tra­sfor­ma­re i det­ta­gli più in­si­gni can­ti del­la mia no­io­sis­si­ma vi­ta in qual­co­sa che aves­se un mi­ni­mo di in­te­res­se. Una vol­ta gli rac­con­tai con gran­de en­tu­sia­smo di es­se­re riu­sci­ta a pu­li­re il bagno. So­no nel­la po­si­zio­ne di do­ver­gli la vi­ta. Non so che co­sa si­gni chi per il no­stro fu­tu­ro. Al mo­men­to, ci go­dia­mo un po’ di nor­ma­li­tà».

P er quan­to ter­ri­bi­le, es­se­re co­stret­ta a vi­ve­re al buio era so­lo una par­te del pro­ble­ma. «La mag­gio­ran­za del­le per­so­ne non rie­sce a cre­de­re che l’iper­sen­si­bi­li­tà al­la lu­ce sia un qual­co­sa di rea­le. Ti di­co­no: “Per­ché non in­dos­si più ve­sti­ti?”, “Per­ché non tro­vi un bra­vo psi­co­lo­go?”. Cer­ca­no di scru­tar­ti den­tro e sco­pri­re qual è il pro­ble­ma. Una ana­li­sta, Rei­ki, mi chie­se: “Pen­sa che la sua re­la­zio­ne pos­sa con­ti­nua­re so­lo a con­di­zio­ne di es­se­re ma­la­ta?”. Se c’è una le­zio­ne che ho im­pa­ra­to è quan­to sia im­por­tan­te cre­de­re al­le per­so­ne e al­le lo­ro sto­rie. Per quan­to pos­sa­no sem­bra­re stra­va­gan­ti, è del­la lo­ro vi­ta che ti stan­no par­lan­do». An­na ha im­pa­ra­to tan­tis­si­me al­tre co­se, sia mi­nu­sco­le sia enor­mi. Per esem­pio, che ascol­ta­re au­dio­li­bri di sto­rie sui se­rial kil­ler al buio non è una buo­na idea. E che scri­ve­re non so­lo ha con­tri­bui­to a sal­var­le la vi­ta, ma è an­che quel­lo che vuo­le con­ti­nua­re a fa­re. Ha sco­per­to che spo­sar­si in di­cem­bre al tra­mon­to in una chie­sa il­lu­mi­na­ta so­lo da can­de­le, ma­ga­ri non è co­mu­ne, ma è mol­to scenogra co. Che le per­so­ne han­no di­ver­si li­vel­li di tolleranza al­la stra­nez­za. «C’è chi non lo vi­ve co­me un pro­ble­ma, al­tri che pro­prio non ce la fan­no e scap­pa­no. Per que­sto, cer­ti ami­ci che pen­sa­vi ci sa­reb­be­ro sem­pre sta­ti non reg­go­no. Il do­lo­re che si pro­va quan­do suc­ce­de può es­se­re de­va­stan­te». Pe­rò, poi, ac­ca­de che na­sca­no re­la­zio­ni do­ve mai avre­sti im­ma­gi­na­to. «E che, quin­di, ave­re una vi­sio­ne idea­li­sti­ca dell’ami­ci­zia non è poi co­sì sba­glia­to». Si è ac­cor­ta dell’esi­sten­za di me­ra­vi­glie che la mag­gior par­te di noi non co­no­sce, «co­me quel­le mi­ni­me va­ria­zio­ni di lu­ce al tra­mon­to e all’al­ba, i co­lo­ri che cam­bia­no e il so­le che si muo­ve in­tor­no al­la ca­sa». E ha ca­pi­to qual­co­sa che do­vreb­be far­ci ri et­te­re tut­ti: «Sia­mo in con­trol­lo del­la no­stre vi­te so­lo in par­te. Qual­co­sa può ar­ri­va­re a scon­vol­ge­re i tuoi pia­ni sen­za che tu pos­sa far­ci nul­la. Ep­pu­re, quan­do sei or­mai cer­ta che la si­tua­zio­ne non mi­glio­re­rà, la real­tà può ri­com­por­si in qual­che mo­do da so­la. Se qual­cu­no mi aves­se det­to: “Ec­co co­me sa­ran­no i pros­si­mi an­ni del­la tua vi­ta”, sa­rei sta­ta cer­ta di non far­ce­la. Se non aves­si ri uta­to di ar­ren­der­mi, og­gi non po­trei es­se­re qui a vi­ve­re que­sto mi­glio­ra­men­to ina­spet­ta­to».

GIO­CHI D’OM­BRE An­na Lyndsey, 44 an­ni, è uno pseu­do­ni­mo. L’au­tri­ce del li­bro La ra­gaz­za del buio (Gar­zan­ti) vi­ve nel­la con­tea dell’Hamp­shi­re, a un’ora cir­ca

da Lon­dra.

RI­COR­DI An­na Lyndsey du­ran­te una va­can­za in Cor­si­ca pri­ma che le ve­nis­se

diagnosticata la ma­lat­tia che non le ha per­mes­so di espor­si al­la

lu­ce per no­ve an­ni.

Il li­bro me­moir La ra­gaz­za del buio (Gar­zan­ti, pagg. 213, ¤ 16,90; tra­du­zio­ne di Ste­fa­no Be­ret­ta) è in li­bre­ria dal 17 mar­zo.

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