IL GIOR­NO PIÙ BEL­LO? QUEL­LO DELL’AD­DIO

Di­men­ti­ca­te­vi la Guer­ra dei Ro­ses. Qui non ci so­no piat­ti che vo­la­no e pian­ti iste­ri­ci: il DI­VOR­ZIO 2.0 si af­fron­ta con il sor­ri­so e un sel­fie su In­sta­gram. Op­pu­re con un’app, un si­to, una ca­sa «tra­sfor­ma­bi­le»...

Vanity Fair (Italy) - - Week - di RIC­CAR­DO FERRARIS

Men­tre ne­gli Sta­ti Uni­ti la per­cen­tua­le di se­pa­ra­zio­ni ami­che­vo­li toc­ca il pic­co più al­to di sem­pre (ol­tre la me­tà, se­con­do il Na­tio­nal Cen­ter for Fa­mi­ly and Mar­ria­ge Re­sear­ch), su In­sta­gram spo­po­la l’ha­sh­tag #di­vor­ce­sel­fie . Mi­glia­ia di cop­pie po­sa­no in­sie­me sul so­cial per fe­steg­gia­re il mo­men­to in cui si fir­ma­no i do­cu­men­ti, e ci si può fi­nal­men­te chia­ma­re «ex». In­som­ma: l’«hap­py di­vor­ce» è una real­tà sem­pre più dif­fu­sa. E un gran­de bu­si­ness.

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Met­te­re pie­de fuo­ri dall’au­la di tri­bu­na­le con il sor­ri­so sul­le lab­bra non è ne­ces­sa­ria­men­te si­no­ni­mo di un fi­na­le al­la «vis­se­ro di­vor­zia­ti e con­ten­ti». Per man­te­ne­re buo­ni rap­por­ti a car­te fir­ma­te ci pen­sa 2Hou­ses. Si trat­ta di un’app per smart­pho­ne lan­cia­ta in Bel­gio nel 2011, che ha già aiu­ta­to ol­tre 121 mi­la fa­mi­glie in 45 Pae­si, Ita­lia com­pre­sa. C’è un ca­len­da­rio con­di­vi­so, un dia­rio di ge­stio­ne del­le fi­nan­ze, ma so­prat­tut­to uno sto­re di­gi­ta­le per fo­to­gra­fie e in­for­ma­zio­ni sui fi­gli: dal cor­so di vio­li­no al­la vi­si­ta del den­ti­sta.

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Ne­gli Sta­ti Uni­ti il di­vor­zio fe­li­ce è una ve­ra e pro­pria ten­den­za, tan­to che por­ta­li co­me Brea­kup­shop.com of­fro­no ser­vi­zi a pa­ga­men­to per chiu­de­re il ma­tri­mo­nio in ma­nie­ra in­do­lo­re. A ge­sti­re la fi­ne di un amo­re ci pen­sa un as­si­sten­te per­so­na­le a com­ple­ta di­spo­si­zio­ne. La se­pa­ra­zio­ne è ser­vi­ta su uno smart­pho­ne: 10 dol­la­ri per un sms, 20 per una email e 29 per una te­le­fo­na­ta.

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Per i det­ta­gli dell’ac­cor­do si pas­sa in­ve­ce dal­la Di­vor­ce Ho­tel In­ter­na­tio­nal, com­pa­gnia olan­de­se che of­fre a en­tram­bi gli ex un sog­gior­no in ho­tel (in stan­ze se­pa­ra­te) con tan­to di as­si­sten­za le­ga­le e psi­co­lo­gi­ca. Le strut­tu­re si tro­va­no ne­gli Sta­ti Uni­ti, in In­ghil­ter­ra e in Olan­da: con prez­zi che par­to­no da 7 mi­la eu­ro è pos­si­bi­le di­re ad­dio al part­ner tra un mas­sag­gio in Spa e un tuf­fo in pi­sci­na.

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In­fi­ne, se sie­te sta­ti lun­gi­mi­ran­ti, ave­te mes­so su ca­sa con Pre­nup­tial Hou­sing. Il pro­get­to, fir­ma­to dal de­si­gner Omar Kbi­ri dell’olan­de­se Studio Oba, of­fre un’abi­ta­zio­ne mo­bi­le in gra­do di tra­sfor­mar­si in due cel­lu­le del tut­to in­di­pen­den­ti: dal con­ta­to­re del­la lu­ce al po­sto au­to.

RE­STA­RE AMI­CI DELL’EX, PE­RÒ, NON FA (SEM­PRE) BE­NE

È pos­si­bi­le, ma ne va­le dav­ve­ro la pe­na? Se­con­do al­cu­ni stu­di, cir­ca il 60 per cen­to del­le per­so­ne si sfor­za di man­te­ne­re un rap­por­to di ami­ci­zia con l’ex. Un team di psi­co­lo­gi del­la Kan­sas Uni­ver­si­ty in­vi­ta pe­rò al­la cau­te­la: ge­lo­sia, de­pres­sio­ne e sin­dro­me da cuo­re spez­za­to so­no in­fat­ti al­cu­ni dei pos­si­bi­li ef­fet­ti col­la­te­ra­li. Per evi­ta­re di fa­re la mos­sa sba­glia­ta, è im­por­tan­te ve­ri­fi­ca­re le mo­ti­va­zio­ni che ci spin­go­no a vo­le­re re­sta­re in con­tat­to con l’ex. Se­con­do il grup­po di ri­cer­ca­to­ri, le prin­ci­pa­li so­no quat­tro: quel­le le­ga­te al­la «si­cu­rez­za» (non si vuo­le per­de­re il sup­por­to emo­ti­vo e la re­la­zio­ne di fi­du­cia con l’ex), ai «sen­ti­men­ti » (si è an­co­ra in­na­mo­ra­ti dell’ex), al­la «pra­ti­ci­tà» (re­la­ti­ve a que­stio­ni fi­nan­zia­rie o a fi­gli in co­mu­ne) o al «sen­so di ci­vil­tà» (non si vo­glio­no fe­ri­re i sen­ti­men­ti dell’ex). Le pri­me due ra­gio­ni so­no le­ga­te al­la sfe­ra emo­ti­va, le al­tre due no. Vo­le­te in­do­vi­na­re quan­do è me­glio di­le­guar­si?

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