MA­TRI­MO­NIA­LI

Vanity Fair (Italy) - - Va­ni­ty We­st Wing -

Nel­la Ca­sa Bian­ca di Trump, do­ve i con­si­glie­ri de­vo­no sot­to­sta­re re­go­lar­men­te a umi­lia­zio­ni ri­tua­li, Ja­red e Ivan­ka so­no riu­sci­ti su­bi­to a sot­trar­si al­la mi­schia. So­no di­ven­ta­ti un duo te­mu­to, sia per lo sta­tus di fa­vo­ri­ti dall’uo­mo che i fun­zio­na­ri chia­ma­no «prin­ci­pa­le» sia per la lo­ro ten­den­za ven­di­ca­ti­va. Ivan­ka, co­me il pa­dre, fa a‰da­men­to su no­me e im­ma­gi­ne. Ja­red, me­no a suo agio sot­to i riŠet­to­ri, ha una scu­de­ria di con­si­glie­ri e mem­bri del­lo sta‹ che gli ri­fe­ri­sco­no tut­to quel­lo che suc­ce­de, co­me fos­se lo zar del suo go­ver­no om­bra che por­ta il no­me di U‰cio per l’In­no­va­zio­ne Ame­ri­ca­na del­la Ca­sa Bian­ca. È evi­den­te pe­rò che, do­po una fa­se ini­zia­le di stu­po­re per il po­te­re as­so­lu­to dei lo­ro in­ca­ri­chi, so­no ri­ma­sti fe­ri­ti dal ve­trio­lo con cui so­no sta­ti at­tac­ca­ti. Ma, co­me Ivan­ka di­ce sem­pre al­la ƒglia di sei an­ni, Ara­bel­la: «Per ogni pro­ble­ma c’è una so­lu­zio­ne». Per en­tram­bi la so­lu­zio­ne è sta­ta pas­sa­re al con­trat­tac­co: con­tro gli ami­ci di New York che li di­sap­pro­va­no, con­tro gli av­ver­sa­ri in­ter­ni, con­tro lo stes­so pre­si­den­te. A Wa­shing­ton, in­tan­to, cir­co­la sem­pre di più la vo­ce che Ja­red e Ivan­ka non du­re­ran­no, non per­ché ri­schia­no di es­se­re man­da­ti via, ma per­ché si met­te­ran­no in sal­vo da una pre­si­den­za in ro­vi­na. Un esper­to di stra­te­gia po­li­ti­ca di New York mi ha rac­con­ta­to che han­no in men­te di an­dar­se­ne nel 2018, al­la ƒne dell’an­no sco­la­sti­co. Una per­so­na vi­ci­na al­la cop­pia cre­de che i lo­ro pro­get­ti non si spin­ga­no co­sì in là. «Quan­do de­ci­de­ran­no che è più im­por­tan­te pro­teg­ge­re le lo­ro re­pu­ta­zio­ni e quel­le dei ƒgli che di­fen­de­re quel­la in­di­fen­di­bi­le del pa­dre, sa­rà un se­gna­le che la ƒne è vi­ci­na», so­stie­ne un inŠuen­te ƒnan­zia­to­re re­pub­bli­ca­no.

Quan­do po­treb­be ar­ri­va­re quel mo­men­to? Ogni mes­sa in sce­na di una qual­che in­fluen­za sul­la Ca­sa Bian­ca è vo­la­ta giù dal­la ƒne­stra nell’at­ti­mo stes­so in cui Trump ha det­to che la vio­len­za a Char­lot­te­svil­le era ar­ri­va­ta «da più par­ti». Lo ha fat­to il 13 ago­sto, di do­me­ni­ca, Ku­sh­ner e Ivan­ka sta­va­no os­ser­van­do lo Shab­bat ebrai­co. Al ri­sve­glio, do­me­ni­ca di pri­ma mat­ti­na, Ivan­ka ha twit­ta­to: «Non do­vreb­be es­ser­ci po­sto nel­la so­cie­tà per raz­zi­smo, su­pre­ma­zia bian­ca e neo­na­zi­sti». Ku­sh­ner è ri­ma­sto zit­to, no­no­stan­te mol­ti ma­ni­fe­stan­ti del mo­vi­men­to Uni­te the Right ab­bia­no ri­pe­tu­to a Char­lot­te­svil­le slo­gan co­me «gli ebrei non ci rim­piaz­ze­ran­no». Il mar­te­dì Do­nald ha rin­ca­ra­to la do­se. Ivan­ka non ha avu­to al­tro da di­re in pub­bli­co, nem­me­no do­po che su Vi­ce News un na­zio­na­li­sta bian­co ha cri­ti­ca­to il pre­si­den­te per ave­re «da­to sua fi­glia a un ebreo». Il mo­do in cui la ƒglia di Trump sin­te­tiz­za la sua po­si­zio­ne è ri­sa­pu­to: «Non so­no sta­ta io a chie­der­lo». Lo ha ri­pe­tu­to in Tv e par­lan­do con gli ami­ci, co­me se non si fos­se pre­sta­ta a fa­re da rim­piaz­zo al pa­dre per tut­ta la cam­pa­gna elet­to­ra­le e il ma­ri­to non fos­se sta­to co­sì coin­vol­to nel ge­stir­la. Non so­lo, con il ma­ri­to ave­va pre­so con en­tu­sia­smo il ruo­lo di in­ter­me­dia­ria tra la pre­si­den­za e i cir­co­li eli­ta­ri di Ma­n­hat­tan, ri­ma­sti scon­cer­ta­ti dal ri­sul­ta­to del­le ele­zio­ni. Al­cu­ni pro­gres­si­sti spe­ra­va­no ad­di­rit­tu­ra che Ja­red, ram­pol­lo di un’im­por­tan­te fa­mi­glia di de­mo­cra­ti­ci, avreb­be aiu­ta­to «il pi­vot» sfug­gen­te a ri­sta­bi­li­re un equi­li­brio. Nel pe­rio­do di tran­si­zio­ne, Ivan­ka ha vi­sto Al Go­re e Leo­nar­do DiCa­prio per di­scu­te­re dei cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci. Ha in­con­tra­to la re­gi­na Ra­nia di Gior­da­nia per par­la­re di di­rit­ti del­le don­ne. Ha pre­so par­te a un in­con­tro con il pri­mo mi­ni­stro giap­po­ne­se Shin­zo Abe, una del­le mol­te­pli­ci vol­te in cui la fa­mi­glia Trump ha vio­la­to re­go­le e abi­tu­di­ni di­plo­ma­ti­che. In quel­le set­ti­ma­ne si è re­sa con­to che la sua vi­ta pre­ce­den­te – di­ri­ge­re una sua mar­ca di ve­sti­ti e ac­ces­so­ri e la­vo­ra­re con i fra­tel­li per la so­cie­tà im­mo­bi­lia­re del pa­dre – era ƒni­ta per sem­pre. Si era tra­sfe­ri­ta a Wa­shing­ton, in una ca­sa da 5,5 mi­lio­ni di dol­la­ri nel quar­tie­re di Ka­lo­ra­ma, a po­chi iso­la­ti da quel­la de­gli Oba­ma, per re­sta­re ac­can­to al pa­dre e pen­sa­va di oc­cu­par­si so­lo di ƒlan­tro­pia. Poi ha vi­sto la pos­si­bi­li­tà di un ruo­lo più pre­sti­gio­so.

Un ex col­la­bo­ra­to­re de­scri­ve co­sì la cop­pia: «È lei ad ave­re per­so­na­li­tà, ad ave­re una pre­sen­za più for­te. Ja­red è un bell’uo­mo, piut­to­sto si­len­zio­so, che par­la a vo­ce bas­sa, e con un che di in­for­me nell’aspet­to». Do­po il vo­to, ha rac­con­ta­to in un’in­ter­vi­sta co­me ab­bia «sfol­ti­to» lo sta‹ di chi non ap­pog­gia­va il suo la­vo­ro per il pre­si­den­te. A un ex col­la­bo­ra­to­re, che ave­va ac­cen­na­to all’or­ri­bi­le re­to­ri­ca del­la cam­pa­gna elet­to­ra­le, avreb­be ri­spo­sto che non «glie­ne fre­ga­va un c…» se non vo­le­va più la­vo­ra­re con lui. Quan­do vi­ve­va­no a New York, Ku­sh­ner ri­cor­da­va sem­pre a Ivan­ka: «Sia­mo den­tro uno zoo, cer­chia­mo co­mun­que di non di­ven­ta­re ani­ma­li». Un ami­co so­stie­ne che in real­tà lui per pri­mo ha ba­rat­ta­to le vec­chie fre­quen­ta­zio­ni con per­so­ne

più po­ten­ti: «Se ne va in gi­ro con il prin­ci­pe dell’Ara­bia Sau­di­ta e non più con quel­li del set­to­re im­mo­bi­lia­re». E la cop­pia ce­na re­go­lar­men­te con i mem­bri del ga­bi­net­to di Trump. Quan­do Ku­sh­ner ha di­chia­ra­to di aver con­tat­ta­to Hen­ry Kis­sin­ger per chie­der­gli con­si­gli di po­li­ti­ca este­ra, cer­can­do un po’ di sag­gez­za mi­li­ta­re per il suo­ce­ro, mi è ve­nu­to in men­te co­me ha ini­zia­to la sua car­rie­ra co­me edi­to­re. Do­po ave­re com­pra­to il New York Ob­ser­ver per 10 mi­lio­ni nel 2006, ha chia­ma­to Ru­pert Mur­do­ch, lo ha in­vi­ta­to a ce­na e gli ha det­to di vo­le­re im­pa­ra­re da lui: «Da gran­de vo­glio es­se­re co­me te». «Ru­pert ha ap­prez­za­to», rac­con­ta un suo ex col­la­bo­ra­to­re. L’ap­pa­ren­te de­fe­ren­za di Ja­red, una ca­rat­te­ri­sti­ca ap­pre­sa pre­sto quan­do po­co più che ven­ten­ne è sta­to co­stret­to a pren­de­re il po­sto del pa­dre nel­la so­cie­tà im­mo­bi­lia­re di fa­mi­glia, gli è sta­ta sem­pre uti­lis­si­ma. Tra i suoi mag­gio­ri suc­ces­si c’è sta­to pro­prio l’ave­re con­tri­bui­to a ga­ran­ti­re l’ap­pog­gio elet­to­ra­le del net­work te­le­vi­si­vo Fox News, di Mur­do­ch. All’ini­zio «Ru­pert odia­va Trump», di­ce sem­pre il suo ex col­la­bo­ra­to­re. «Lo tro­va­va fa­sul­lo». Ja­red se lo è la­vo­ra­to.

Quan­do Ivan­ka è ar­ri­va­ta a Wa­shing­ton, ha in­tra­pre­so un «tour per ascol­ta­re la gen­te». I con­ge­di pa­ren­ta­li re­tri­bui­ti so­no sta­ti uno dei pun­ti fer­mi del­la «sua» cam­pa­gna. Una pro­po­sta in que­sto sen­so è nei pro­get­ti dell’am­mi­ni­stra­zio­ne: il Wall Street Jour­nal l’ha ri­bat­tez­za­ta «The Ivan­ka En­ti­tle­ment», il «Di­rit­to Ivan­ka». Ma le al­tre sue po­si­zio­ni so­no spes­so in di­sac­cor­do con la po­li­ti­ca del pa­dre e gli sfor­zi di col­ma­re la di­stan­za re­sta­no sen­za suc­ces­so. Lei ma­ga­ri vor­reb­be con­vi­ve­re con que­ste con­trad­di­zio­ni, la po­li­ti­ca ame­ri­ca­na non è al­tret­tan­to ac­co­mo­dan­te. Quan­do si è schie­ra­ta con­tro il ri­ti­ro da­gli ac­cor­di sul cli­ma di Pa­ri­gi, Trump ha de­ci­so lo stes­so l’usci­ta de­gli Sta­ti Uni­ti. Quan­do poi Ivan­ka ha pro­va­to a pren­de­re di­stan­za dai suoi sfor­zi pre­ce­den­ti, il vol­ta­fac­cia l’ha dan­neg­gia­ta enor­me­men­te co­me cre­di­bi­li­tà so­prat­tut­to con pa­dro­ni e gu­ru del­la Si­li­con Val­ley, schie­ra­ti in di­fe­sa dell’am­bien­te. Ai lo­ro oc­chi l’epi­so­dio ha di­mo­stra­to la sua scar­sa in–uen­za e an­che la ri­lut­tan­za a bat­ter­si se­ria­men­te per una cau­sa. Un fun­zio­na­rio di al­to li­vel­lo del­la Ca­sa Bian­ca la di­fen­de: «Te­nu­to con­to del­le pro­mes­se fat­te in cam­pa­gna elet­to­ra­le dal pre­si­den­te, so­no aspet­ta­ti­ve po­co rea­li­sti­che. Tut­to quel­lo che può fa­re è ri­ce­ve­re gen­te per pe­ro­ra­re le lo­ro cau­se, ed è esat­ta­men­te quel­lo che fa».

La co­sa sgra­de­vo­le di quei due è che non si ren­do­no con­to di es­se­re so­stan­zial­men­te ir­ri­le­van­ti», di­ce un esper­to di po­li­ti­ca di Wa­shing­ton, «ep­pu­re si cre­do­no spe­cia­li». Chi è coin­vol­to nei lo­ro pro­get­ti go­de co­mun­que di una pro­te­zio­ne. «Se sei le­ga­to a lo­ro, di­ven­ti in­toc­ca­bi­le», rac­con­ta un ex con­si­glie­re di Trump. Se è dišci­le ca­pir­ne la li­nea po­li­ti­ca, Ku­sh­ner poi sem­bra ec­cel­le­re nel di­chia­ra­re guer­ra ad al­cu­ni col­le­ghi che ri­tie­ne pos­sa­no nuo­ce­re al suo­ce­ro. Ivan­ka sa es­se­re fred­da con i mem­bri del­lo sta›, in par­ti­co­la­re con quel­li che non stan­no dal­la par­te del pre­si­den­te. Rac­con­ta un ex fun­zio­na­rio: «All’ini­zio cer­ca di se­dur­ti, poi ar­ri­va­no le sue frec­cia­ti­ne da­van­ti al pa­dre». Ja­red una vol­ta si è de­scrit­to co­me «pri­mo tra i pa­ri» al­la Ca­sa Bian­ca. Ci si do­man­da se con il tem­po non ab­bia avu­to la ten­ta­zio­ne di la­sciar ca­de­re la se­con­da par­te del­la deœni­zio­ne. «Trump di­pen­de a›et­ti­va­men­te dal ge­ne­ro e dal­la œglia… ma lo­ro non pos­so­no aiu­tar­lo in nes­sun mo­do»,

È LEI AD AVE­RE PER­SO­NA­LI­TÀ, AD AVE­RE UNA PRE­SEN­ZA PIÙ FOR­TE. JA­RED È UN BELL’UO­MO, SI­LEN­ZIO­SO, PAR­LA SEM­PRE A VO­CE BAS­SA —Un ex col­la­bo­ra­to­re di Ivan­ka e Ja­red Ku­sh­ner

con­clu­de l’esper­to di po­li­ti­ca del­la ca­pi­ta­le ame­ri­ca­na. «L’uni­ca co­sa che pos­so­no fa­re è far­lo sen­ti­re più a suo agio con la nuo­va vi­ta». Quan­do Ivan­ka ha di­chia­ra­to so­len­ne­men­te in un’in­ter­vi­sta che sta pro­van­do «a te­ner­si fuo­ri dal­la po­li­ti­ca», è sta­ta de­ri­sa sen­za pie­tà su Twit­ter e du­ran­te le tra­smis­sio­ni Tv. Ospi­te del La­te Night wi­th Se­th Meyers del­la Nbc, l’at­tri­ce e co­mi­ca Ma­ya Ru­dol­ph ha in­sce­na­to una gag par­ti­co­lar­men­te riu­sci­ta sul­la sua fra­se: «È chia­ro, è chia­ro. Fai la con­si­glie­ra del pre­si­den­te, ma non ti oc­cu­pi di po­li­ti­ca». In­si­sten­do poi sul fat­to che l’ha pro­nun­cia­ta par­lan­do tra i den­ti co­me se stes­se con­fes­san­do «un se­gre­to se­xy». Quel­lo che for­se Ivan­ka sta­va cer­can­do di di­re era che era an­da­ta a Wa­shing­ton con la spe­ran­za di la­vo­ra­re su pro­get­ti det­ta­ti dal buon­sen­so a cui de­mo­cra­ti­ci, re­pub­bli­ca­ni e in­di­pen­den­ti avreb­be­ro po­tu­to col­la­bo­ra­re. È quel ge­ne­re di in­ge­nui­tà ar­te­fat­ta a cui sem­pre me­no gen­te cre­de a Wa­shing­ton. John Kel­ly, il nuo­vo ca­po del­lo sta‹, ha pro­va­to an­che a chie­de­re che i due lo av­vi­sas­se­ro pri­ma di piom­ba­re nel­lo Stu­dio Ova­le. Nien­te da fa­re. Le ap­pa­ri­zio­ni di Ivan­ka du­ran­te le in­ter­vi­ste te­nu­te da Trump al­la Ca­sa Bian­ca so­no di­ven­ta­te qua­si d’ob­bli­go. Co­me quan­do si è pre­sen­ta­ta nel mez­zo di un’in­ter­vi­sta del Wall Street Jour­nal e ha par­la­to con il gior­na­li­sta del­la te­sta­ta, Ge­rard Ba­ker, di una fe­sta d’esta­te a cui ave­va­no par­te­ci­pa­to en­tram­bi e del fat­to che ave­va­no tut­ti e due una “glia che si chia­ma Ara­bel­la.

For­se il fa­ti­di­co mo­men­to in cui Ku­sh­ner e Ivan­ka, la­scian­do Wa­shing­ton, avreb­be­ro po­tu­to sal­va­re le pro­prie re­pu­ta­zio­ni è già pas­sa­to. Di si­cu­ro lo è per quel­la so­cie­tà in cui han­no pas­sa­to gran par­te del­le lo­ro gio­va­ni vi­te, ov­ve­ro i quar­tie­ri del­la mon­da­ni­tà dell’Up­per Ea­st Si­de per Ivan­ka e l’al­ta so­cie­tà del New Jer­sey per Ku­sh­ner. Cer­ca­no di sal­va­re il sal­va­bi­le. Sem­bra sem­pre che si eclis­si­no nell’at­ti­mo esat­to in cui una ca­ta­stro­fe po­li­ti­ca si ab­bat­te sul­la Ca­sa Bian­ca (un fun­zio­na­rio mi ha fat­to no­ta­re che non è che par­to­no quan­do le co­se si met­to­no ma­le, è so­lo che le co­se so­no sem­pre mes­se ma­le). Van­no a scia­re, co­me nei gior­ni che han­no pre­ce­du­to la pri­ma man­ca­ta vo­ta­zio­ne per la ri­for­ma sa­ni­ta­ria; o os­ser­va­no lo Shab­bat, co­me du­ran­te i fat­ti di Char­lot­te­svil­le o le pro­te­ste di mas­sa per il pri­mo di­vie­to di viag­gio per i mu­sul­ma­ni; du­ran­te la lun­ga dé­bâ­cle par­la­men­ta­re sem­pre sul­la ri­for­ma sa­ni­ta­ria, han­no fat­to una gi­ta a sor­pre­sa al­la con­fe­ren­za del­la Al­len & Co., la riu­nio­ne an­nua­le dei mi­liar­da­ri dell’in­for­ma­zio­ne e del­la tec­no­lo­gia e dei lo­ro as­si­sten­ti. A ogni ci­clo elet­to­ra­le, la con­fe­ren­za or­ga­niz­za una “nta ele­zio­ne e l’an­no scor­so Hil­la­ry Clin­ton ha vin­to con un mar­gi­ne enor­me, «una co­sa ti­po 80 con­tro 20», da quel che ri­cor­da uno dei pre­sen­ti. Non c’è sta­ta esat­ta­men­te una fol­la ad ac­co­glie­re Ku­sh­ner e Ivan­ka, che so­no ar­ri­va­ti in abi­ti ca­sual, ma ap­pe­na un po’ più ap­pa­ri­scen­ti di tut­ti gli al­tri. Chi c’era ha rac­con­ta­to che «tut­ti di­ce­va­no: “So­no del­le per­so­ne or­ri­bi­li”, e ro­ba del ge­ne­re, ma ov­via­men­te, ap­pe­na si so­no pre­sen­ta­ti, è ini­zia­ta la tra“la di “nti ba­ci sul­le guan­ce». A Wa­shing­ton cir­ca il 90 per cen­to dei re­si­den­ti ha vo­ta­to per Hil­la­ry Clin­ton. An­che qui la si­tua­zio­ne era com­ples­sa in par­ten­za. Al­cu­ni ge­ni­to­ri dell’esclu­si­va e po­li­ti­ca­men­te pro­gres­si­sta Jewi­sh Pri­ma­ry Day School, a cui è sta­ta iscrit­ta Ara­bel­la, si di­co­no «tor­men­ta­ti» su co­me ca­mu‹are il di­sprez­zo per il non­no men­tre ac­col­go­no una bam­bi­na di sei an­ni sen­za col­pa. La cop­pia fre­quen­ta una pic­co­la si­na­go­ga or­to­dos­sa, la Shul, vi­ci­no Du­pont Cir­cle, rag­giun­gi­bi­le a pie­di da ca­sa lo­ro. Ivan­ka si era con­ver­ti­ta all’ebrai­smo or­to­dos­so pri­ma del ma­tri­mo­nio con Ku­sh­ner, e, a me­no che non ri­ce­va­no una di­spen­sa spe­cia­le da un rab­bi­no, en­tram­bi non pos­so­no gui­da­re né usa­re il cel­lu­la­re du­ran­te il sa­ba­to ebrai­co. Han­no bi­so­gno di un sac­co di di­spen­se, in­clu­sa quel­la ot­te­nu­ta quan­do, sem­pre di sa­ba­to, han­no pre­so un ae­reo per l’Ara­bia Sau­di­ta per il pri­mo viag­gio in­ter­na­zio­na­le del pre­si­den­te.

La po­li­ti­ca è una no­vi­tà per Ja­red e Ivan­ka, ma non è so­lo nel­la po­li­ti­ca che si stan­no muo­ven­do. So­no in una cit­tà nuo­va che «fe­ri­sce la lo­ro au­to­sti­ma ogni gior­no», mi ha det­to uno dei lo­ro ami­ci di New York. San­no di non po­ter più ria­ve­re la vi­ta com’era pri­ma che Do­nald Trump ini­zias­se la cam­pa­gna elet­to­ra­le né vo­glio­no ri­nun­cia­re al po­te­re. Ivan­ka po­trà es­se­re ipo­cri­ta quan­do di­ce che «non l’ha chie­sto lei», ma ha ra­gio­ne nel di­re che non è «que­sto» che ha chie­sto, cioè la si­tua­zio­ne in cui lei e il ma­ri­to si ri­tro­va­no: po­ten­ti, per cer­ti ver­si, e pe­rò ine«cien­ti; a‹et­ti­va­men­te es­sen­zia­li per Do­nald Trump, ma pri­vi del­le qua­li­tà ne­ces­sa­rie per aiu­tar­lo; im­pos­si­bi­li da li­cen­zia­re e ri­lut­tan­ti ad an­da­re via; com­pro­mes­si eti­ca­men­te e for­se an­che le­gal­men­te; co­stret­ti a fa­re i con­ti con una re­pu­ta­zio­ne, e for­se an­che una fa­mi­glia, or­mai se­ria­men­te dan­neg­gia­te, in­di­pen­den­te­men­te da quel­lo che de­ci­de­ran­no di fa­re. A ini­zio esta­te so­no an­da­ti un “ne set­ti­ma­na a New York a tro­va­re de­gli ami­ci, tra cui Wen­di Mur­do­ch. Del viag­gio era­no riu­sci­ti a non fa­re tra­pe­la­re nul­la sui gior­na­li: que­sti mo­men­ti so­no ra­ri. «So­no al cen­tro del cam­po di bat­ta­glia», mi ha det­to un lo­ro ami­co di New York. «Tor­na­re in­die­tro fa­reb­be più dan­ni che re­sta­re in cam­po». Qua­lun­que sa­rà il dan­no, in par­te è a lo­ro stes­si che de­vo­no da­re la col­pa.

PRE­SI­DEN­ZIA­LE Ivan­ka con Jim Yong Kim, pre­si­den­te del­la Ban­ca Mon­dia­le, e Ch­ri­sti­ne La­gar­de, di­ret­to­re del Fmi, in Ger­ma­nia al G20. In al­to, con pa­pà Do­nald, Ja­red e la can­cel­lie­ra te­de­sca An­ge­la Mer­kel fuo­ri dal­lo Stu­dio Ova­le.

FOR­ZA, UN SOR­RI­SO Riu­nio­ne di ga­bi­net­to con Trump. Al­le sue spal­le, Ku­sh­ner, Ivan­ka e Ste­ve Ban­non, ex ca­po stra­te­ga. Sot­to, sel ie con Ja­red e Ivan­ka di al­cu­ni mem­bri del­la de­le­ga­zio­ne li­ba­ne­se nei giar­di­ni del­la Ca­sa Bian­ca.

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