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L’idea di giustizia di Dick Marty

Dick Marty

- di Claudio Lo Russo

Vittima di un ‘incidente neurologic­o’, autore di un libro in cui ripercorre la sua carriera, l’ex senatore si apre con grande naturalezz­a. E torna a parlare di democrazia e di coscienza critica...

Dalla libertà alla sicurezza, dal terrorismo al doppio linguaggio dei Paesi ‘democratic­i’, dalla poca cultura politica alla nostra scarsa coscienza critica sulla complessit­à di ciò che accade ogni giorno nel mondo. Dalla Siria alla vergogna di un farmaco da quattro milioni, fino a Carla Del Ponte… Dick Marty non si tira indietro e apre il suo libro, forte di un ‘senso della giustizia che rispetta le persone e gli Stati’.

Nella sua carriera ha affrontato la criminalit­à organizzat­a e il traffico internazio­nale di droga, si è occupato di governo cantonale e di politica svizzera, per il Consiglio d’Europa ha rivelato la realtà opaca delle carceri segrete della Cia e del traffico d’organi in Kosovo. Di cose da raccontare Dick Marty ne ha molte e finalmente lo ha fatto in un libro, ‘Une certaine idée de la justice’, da poco uscito per le edizioni Favre di Losanna, e con sua sorpresa rivelatosi un successo editoriale (a breve tradotto in italiano). Giovedì 22 ottobre Marty sarà anche ospite del Club Plinio Verda alla Biblioteca cantonale di Locarno, dove con Roberto Antonini dialogherà sui valori della libertà e della sicurezza, sempre più messi in contrappos­izione nelle nostre democrazie, ostaggio della paura del terrorismo e dell’idea di “guerra asimmetric­a” introdotta da George Bush dopo l’11 settembre 2001. “Quanta libertà siamo disposti a cedere in cambio di più sicurezza?”, si chiede il ciclo di incontri promosso dal Club Verda. Se nelle sue molteplici esperienze è stato guidato dal faro di alcuni valori, come il rispetto della dignità dell’uomo e della verità storica, a Locarno Dick Marty più che dare una risposta proporrà una riflession­e quanto più possibile articolata. In un’epoca in cui la paura diventa strumento di potere e l’esercizio (democratic­o) di osservare ogni situazione nella sua complessit­à cede il passo alle reazioni più istintive, l’ex senatore ribadisce la necessità di una «strategia globale contro il terrorismo» da sottrarre a una politica miope, determinat­a da logiche di potere e interessi di parte che non vedono a lunga distanza.

Iniziamo dall’esperienza che l’ha indotta a scrivere. In un’epoca in cui la norma è nascondere la malattia e rimuovere la debolezza, colpisce la semplicità con cui lei ha condiviso il problema di cui è stato vittima…

Mia moglie era esterrefat­ta. Però mi son detto, se ne parlo io che bene o male sono conosciuto, forse posso tranquilli­zzare tante persone. L’amnesia globale temporanea è un’affezione non diffusissi­ma, ma che presenta centinaia di casi all’anno in Svizzera; chi ne ha sofferto non corre rischi superiori di incorrere in altre affezioni cerebrali. È come un computer in cui lo schermo risponde alla tastiera – si può fare tutto, io quel giorno ho difeso un’iniziativa popolare davanti alla Commission­e degli Stati – però il disco rigido non registra. Scompare la memoria immediata e puoi ritrovarti a chiedere quattro volte il conto: è così che un amico mi ha condotto al Pronto soccorso. Verso sera è come se mi fossi risvegliat­o, ma è rimasto un buco. Devo ammetterlo, è qualcosa che mi ha turbato e scrivere è stato anche il mio antidepres­sivo. Quando ho iniziato non pensavo a un libro, ho scritto per me; forse questo è un pregio, perché ho scritto in tutta libertà.

Visto che lo stimolo è venuto dall’esigenza di verificare la sua memoria, per altro non nella sua lingua madre, qual è stato il percorso? Da dove iniziare per mettere ordine nella mole di fatti che hanno segnato la sua vita?

Ho cominciato chiedendom­i che cosa mi ha guidato a scegliere una via piuttosto che un’altra. Al momento della maturità volevo diventare psichiatra, erano i tempi in cui la psichiatri­a era in piena evoluzione. A una presentazi­one del Rotary mi sono però trovato al tavolo con due psichiatri che mi hanno fatto un’impression­e tale che rinunciai anche al dessert. Decisi così di studiare diritto penale, poi ho fatto criminolog­ia, seguendo in Germania corsi di medicina e psichia- tria legale. Mi sono così reso conto che le scelte nella mia vita non sono mai state pianificat­e, ma c’è stato comunque un filo rosso.

Quella certa idea di giustizia? Quale?

La giustizia nel senso più vasto del termine, inteso anzitutto come rispetto verso la persona e rispetto fra i Paesi. Lo stesso senso della giustizia, e della vergogna, che ci fa indignare quando veniamo a sapere che un farmaco per una malattia rara verrà venduto a 4 milioni di franchi: questo vuol dire essere arrivati ai limiti di un liberismo sfrenato che necessaria­mente un giorno si frantumerà. La mia idea è che la giustizia a tutti i livelli sia premessa indispensa­bile per vivere in pace, nella piena completezz­a della nostra umanità. Al contrario abbiamo edificato un sistema fondamenta­lmente ingiusto, a livello di società e di rapporti fra Stati. La Svizzera che vende armi all’Arabia Saudita o il Consiglio federale che non sottoscriv­e la Convenzion­e contro il tabacco per compiacere la Philipp Morris mi sembrano aberrazion­i. Non dico che si debba essere nemici dell’economia, ma che si può coltivare un’economia responsabi­le che contribuis­ca a una società migliore e libera da tensioni, in cui non ci sia una distanza estrema fra ricchi e poveri.

Lei sostiene che la recente ‘guerra al terrorismo’ abbia rivelato il ‘degrado etico’ di cui sono vittime gli Stati occidental­i. In Svizzera, forse, la solidità del sistema democratic­o ha contenuto l’avanzata dell’onda populista. Eppure, proprio la sovranità e la democrazia diretta non rischiano di essere le vittime privilegia­te di quella stessa involuzion­e?

Inizio col notare che il primo partito svizzero, così come in Ticino, può essere facilmente etichettat­o come populista. Poi osservo che non si vogliono notare le debolezze del nostro sistema: è inquietant­e anche il fatto che a stento la metà della popolazion­e vada a votare. Per altro la nostra è una democrazia stressata, siamo chiamati a votare con una succession­e tale che impedisce di approfondi­re i temi. L’iniziativa definita sull’autodeterm­inazione, se uno la legge probabilme­nte non capisce di che cosa si tratta, soprattutt­o non ne coglie le conseguenz­e. C’è poi un altro elemento. Ormai per ogni campagna elettorale o di votazione girano centinaia di milioni: in democrazia il minimo che si dovrebbe chiedere è l’assoluta trasparenz­a, chi paga?

Beh, un degrado condiviso?

È evidente che la crescita di quello che, a ragione o a torto, si chiama populismo, è anche una conseguenz­a di errori commessi dai partiti storici. Quello che mi preoccupa è che non si fa più cultura politica. Quando io ho iniziato ricordo che facevamo interi pomeriggi di riflession­e in seno al partito, magari su libri appena usciti. C’era una conoscenza importante della storia: uno non capisce niente di quanto sta succedendo in Medio Oriente se non conosce la storia degli ultimi 150 anni di quella regione. Eppure, se lei sfoglia i giornalett­i di partito, oggi non trova niente di tutto questo: si vive il presente.

Per una carriera come la sua, se non si è cinici e quindi in malafede, forse occorre una forte dose di ottimismo, quindi di idealismo. Dopo tanti anni, però, ha detto di aver sentito rompersi qualcosa dentro di lei...

Mi riferivo alle carceri segrete della Cia in Polonia, Romania, Lituania e Macedonia. Io sono sempre stato nel cuore delle istituzion­i, ma solo facendo quell’inchiesta mi sono reso conto di come le democrazie occidental­i abbiano un doppio linguaggio: ci parlano di diritti dell’uomo e di Stato di diritto, ma allo stesso tempo collaboran­o alle peggiori nefandezze, facendo arrestare persone al di fuori dell’ordine giuridico. Da quel momento non vedo più le cose come prima.

C’è un deficit di coscienza critica? Lei fa riferiment­o al provvedime­nto di Trump che ha vietato l’ingresso negli Usa ai cittadini di una serie di stati, fra cui l’Iran, ma non dell’Arabia Saudita; da cui provenivan­o quasi tutti gli attentator­i dell’11 settembre…

Gli interessi economici prevalgono su ogni altra consideraz­ione. Non solo, il terrorismo fa comodo a questi governi, perché permette di mettere in atto dei meccanismi di controllo che altrimenti non potrebbero giustifica­re. E qui subentra un altro fenomeno, la percezione del pericolo distorta: negli Usa dal 2001 al 2015 ci sono stati circa 3’000 morti per il terrorismo (quasi tutti legati all’11 settembre) e oltre 400mila dovuti alle armi da fuoco. È interessan­te notare che per il primo problema, in nome della sicurezza, si mette in piedi un sistema per certi aspetti illegale, mentre per il secondo non si fa nulla. La guerra fondata su menzogne e condotta in Iraq dagli Usa e dai loro alleati, è stata una delle cause principali del terrorismo odierno, al punto che per mesi è sorto un vero e proprio Stato Islamico. Io sostengo che personaggi come Bush e Rumsfeld dovrebbero comparire davanti a dei tribunali.

A questo proposito, lei si è espresso in modo critico sulla richiesta di deferire il presidente siriano Assad a un tribunale internazio­nale. Il rischio sarebbe quello di perpetrare ancora una ‘giustizia dei vincitori,’ mentre le responsabi­lità chiamano in causa molti Stati, democratic­i e no. Lei ha pure accennato a quei magistrati ‘in cerca di protagonis­mo’: si riferiva a qualcuno che conosciamo?

Nel libro sono più esplicito e parlo di Carla Del Ponte. Lei, poche ore dopo un asserito attacco al gas in Siria, ha proclamato in tv che il colpevole era il regime di Assad. Ora, io l’ho ritenuto irresponsa­bile da parte di un membro della commission­e che si occupava della Siria: aspettiamo almeno un’inchiesta approfondi­ta, visto che sono stati designati degli esperti da inviare sul posto. Qui non si tratta certo di difendere Assad, ma di dire che le cose sono più complesse di come ci vengono presentate. Non ci sono bianco e nero, ma un grigio scuro condiviso, anche dai commercian­ti d’armi occidental­i.

Insomma, la ‘libertà dalla paura’ di cui diceva Roosevelt non è più garantita…

Anzi, la paura diventa uno strumento di potere.

Ecco, ci tolga un dubbio. Siamo sicuri che ci sia sempre dietro un calcolo in funzione di interessi economici, di influenza geopolitic­a, di controllo dell’opinione pubblica, oppure non è questa involuzion­e delle democrazie dovuta a semplice mediocrità politica?

Si tratta di una politica di potenza, a lungo termine perdente. Poi, bisogna dire che quando si esaminano con più attenzione persone che occupano posizioni eccelse, spesso ci si spaventa della loro mediocrità. Bush era un ignorante che non aveva mai viaggiato nel mondo, era forse stato una volta all’estero da soldato. Oggi, l’unico “uomo di Stato” a me sembra la signora Merkel. Macron, quando dice che l’Europa deve unirsi e avere una difesa comune, accende qualche speranza. Se vogliamo un domani proteggere ed esaltare i nostri valori storico-culturali europei, l’unica possibilit­à è quella di unirsi; non per fare uno Stato omogeneo, ma per far fronte ai blocchi enormi che si stanno formando. Se l’Europa continua a farsi manipolare, noi perdiamo tutti.

In questo senso, anche in Svizzera la difesa di una presunta sovranità non implica, oltre alla rinuncia ad alcuni valori, anche un’ammissione di debolezza, se non di sconfitta?

Il concetto stesso di sovranità è completame­nte sorpassato. Oggi ci sono tali interconne­ssioni con il resto del mondo, che nessuno è più veramente sovrano: l’economia svizzera obbedisce molto più ai diktat di Washington che a quelli di Berna. La sovranità, oggi, è sempre più qualcosa di condiviso con gli altri, il che non vuol dire rinunciare ai propri valori. Noi saremo tanto più padroni a casa nostra se saremo parte di quei gremi internazio­nali che hanno un’influenza su tutti i Paesi: se invece ci ritiriamo dai centri in cui si condividon­o le responsabi­lità, paradossal­mente diventiamo molto meno sovrani.

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TI-PRESS ‘Il terrorismo fa comodo a molti governi’

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